Legge elettorale: il Mattarellum capovolto quale ultima mossa disperata del PD (articolo di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di oggi)

Il Pd sa già di aver perso le elezioni politiche, dopo la batosta che si annuncia alle regionali siciliane. Ma non vuole finire all’opposizione. Per questo cerca tutte le soluzioni possibili per ingarbugliare l’esito del voto impedendo a chiunque, coalizioni comprese, di raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi, tanto alla Camera che al Senato. Ci ha provato prima col rosatellum, poi col tedeschellum e infine ha paventato l’idea di andare a votare con le due leggi elettorali uscite dalla Corte costituzionale, senza alcune armonizzazione.

Quest’ultima soluzione è stata osteggiata da più parti, oltre che dal presidente della Repubblica che, da sempre, invita il Parlamento a legiferare in materia elettorale, omogeneizzando quanto meno le due leggi uscite dalla Consulta. Ma niente da fare. Ed ecco che arriva un altro bel fungo avvelenato, sempre raccolto dal Pd, che propone l’idea di un Mattarellum «capovolto» (o rosatellum corretto), cioè con il 37% dei seggi da attribuirsi col sistema maggioritario secco a turno unico, all’inglese, e ben il 63% col sistema proporzionale a listini bloccati, cioè senza preferenze e senza voto disgiunto ma coni nomi dei candidati espressamente indicati sulla scheda elettorale. Con la novità che la soglia di sbarramento sarebbe del 3% e non del 5%, tanto per accontentare Alfano e cespuglietti centristi vari.

Insieme al fatto che i seggi da attribuirsi con l’uninominale saranno appena poco più di un terzo, sarà proprio la bassa soglia di sbarramento prevista per la quota proporzionale che renderà impossibile, in un sistema tripolare, raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi a nessuno dei contendenti. E ciò creerà quel caos post-elettorale a cui Renzi mira e che rimetterà in gioco il Pd, anche da sconfitto. Bisognerebbe avere il coraggio di bloccare sul nascere questa follia. Se proprio si vuole il Mattarellum si faccia «rivivere» la vecchia legge elettorale, nel caso con qualche ritocco, e si vada a votare con quella. Nessuno solleverà la questione della incostituzionalità di una legge fatta dall’attuale presidente della Repubblica.

Questa storia infinita della legge elettorale dimostra comunque solo una cosa: Renzi con la sconfitta al referendum ha perso la sua battaglia politica e ora sta soltanto cercando di vendere cara la pelle.

di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA su Libero di oggi, 20 settembre 2017 (a pagina 5)

Legge elettorale: Renzi vuole il caos post-elettorale. Al centro-destra serve il listone (articolo di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di oggi)

Chi, come Renato Brunetta, sta aspettando che il Parlamento approvi una nuova legge elettorale, rischia di aspettare Godot, che non arriverà mai. Andremo probabilmente a votare con le due leggi elettorali uscite dalla Consulta, cioè con il Legalicum alla Camera e con il Consultellum al Senato, vale a dire rispettivamente con l’Italicum e il Porcellum così come smembrati dalla Corte costituzionale con sentenze numm. 35/2017 e 1/2014.

E ciò non è per caso. Il Partito democratico ha già messo in conto di subire una sonora batosta elettorale. Renzi sa benissimo che, se si andasse a votare con un sistema maggioritario, sarebbe fuori dai giochi. Se invece si andasse a votare con un sistema proporzionale, il Pd – pur perdendo le elezioni – potrebbe ancora dire la sua entrando a far parte di una coalizione di governo post-elettorale guidata da un nuovo “Monti”, cioè da un esecutore qualunque delle volontà di Bruxelles.

Le due leggi elettorali uscite dalla Consulta consentirebbero infatti al Pd di rimanere in gioco anche da perdente. È pur vero che il Legalicum prevede l’assegnazione di un premio di maggioranza alla Camera consistente nell’attribuzione del 54% dei seggi alla lista che ottiene almeno il 40% dei voti, ma è anche vero che una soglia così alta è proibitiva per chiunque. E anche se un’eventuale listone di centro-destra potesse raggiungerla, lo stallo si potrebbe verificare al Senato, dove il Consultellum non prevede alcun premio di maggioranza. Ci vorrebbe poco ad estendere il premio anche al Senato, ma non è detto che questo avvenga. Renzi mira a creare il caos post-elettorale e queste due leggi sono in grado di consentirglielo. Però non tutto è perso. Vediamo perché.

Il centro-destra potrebbe formare un listone unitario alla Camera (in modo da tentare di raggiungere il 40%) e correre in coalizione – ciascuno con la propria lista – al Senato, in modo da raggiungere percentuali alte al Nord (in Lombardia, Veneto e Piemonte la coalizione di centro-destra dovrebbe ottenere più del 50% dei voti in ciascuna Regione), vincere seppur di misura nella maggior parte delle Regioni del Centro-Sud (ottenendo ottime affermazioni in Puglia, Lazio, Campania, Abruzzo e Sicilia), e tentare così di conquistare almeno 159 seggi a Palazzo Madama, ai quali se ne aggiungerebbero un paio dalle circoscrizioni estero, raggiungendo così la fatidica quota 161, cioè la maggioranza assoluta dei seggi. Impresa difficile da realizzare, ma non del tutto impossibile.

La situazione sarebbe invece proibitiva per il M5s. Anche perché i pentastellati non faranno alleanze pre-elettorali con nessuno e quindi diventa per loro comunque impossibile riuscire ad ottenere la maggioranza assoluta al Senato. E stesso discorso dicasi alla Camera. Tuttavia, non fare alleanze prima non significa non farle dopo ed anzi è molto probabile che se il M5s dovesse, in assenza di listone del centro-destra, risultare il primo partito, il Capo dello Stato dovrà comunque dare l’incarico a Di Maio, il quale si metterà d’accordo con il Pd o con la Lega. Basta intendersi sul reddito di cittadinanza e il gioco è fatto. Insomma il listone potrebbe essere anche utile per evitare alcuni giochetti post-elettorali.

Il listone, però, alla Camera potrebbe scontentare Salvini nei voti di preferenza, dove Forza Italia la farebbe da padrona al Centro-Sud. Per riequilibrare i rapporti di forza Salvini dovrebbe chiedere di inserire nel listone unitario la maggior parte dei candidati leghisti al Nord. In tal modo la Lega non si vedrebbe superata – su base nazionale – dai candidati di Forza Italia. Ciò non vuol certo dire che la Lega non debba presentare i suoi candidati al Centro-Sud all’interno del listone (in tal caso i nominativi dei candidati di “Noi con Salvini”), ma realisticamente non sono questi che gli consentiranno di avere un alto numero di seggi a Montecitorio. Per quanto riguarda invece la suddivisione dei capilista bloccati alla Camera, Forza Italia e Lega dovrebbero dividerseli in egual misura (si parlava del 37% ciascuno, lasciando il resto a Fdi e altri alleati), in modo da non creare gli scompensi che dicevamo prima. Al Senato, invece, dove non sono previsti capilista bloccati ma solo un voto di preferenza, varrebbe lo stesso discorso fatto per la Camera.

Il “listone” certo snatura il proporzionale, ma per il centro-destra è questo l’unico modo per tentare di raggiungere il premio ed evitare giochetti post-elettorali. I rapporti di forza tra i singoli partiti si vedrebbero comunque al Senato col voto di lista. Occorre fare di necessità virtù. Se Renzi – sapendo di perdere – tenta di non far vincere gli altri, bisogna, nell’interesse del Paese, attrezzarsi per contrastarlo.

Articolo di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA su Libero di oggi, 18 settembre 2017 (a pagina 5)

 

“Rinascimento”: critica costruttiva al nuovo libro di Sgarbi e Tremonti (di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero)

Qui di seguito l’articolo di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di mercoledì 13 settembre 2017, circa una critica costruttiva al nuovo libro di Vittorio SGARBI e Giulio TREMONTI: “Rinascimento“:

È uscito da qualche giorno un libro che già sta facendo molto discutere dal titolo programmatico “Rinascimento”, edito da Baldini & Castoldi e La nave di Teseo, scritto da Vittorio Sgarbi e Giulio Tremonti. Il libro è molto bello, anche per come si presenta nelle vesti grafiche, perfettamente curato e poi quando c’è la mano di Vittorio Sgarbi ogni pubblicazione acquista sempre una marcia in più. Verrà presentato oggi, alle 18 alla Fondazione del Corriere della Sera (sala Balduzzi, Milano). Dopo che Becchi ne ha già parlato in generale su questo giornale ci siamo spinti nella lettura, soffermandoci nello specifico su due proposte – avanzate da Giulio Tremonti – in ordine alla “questione europea”.

L’ex ministro dell’economia dei Governi Berlusconi propone infatti due soluzioni che – a suo parere – sarebbero idonee a superare l’ empasse nel quale si trova l’Italia ormai da parecchi decenni a causa dell’adesione all’Unione Europea e della moneta unica. La prima riguarda “l’avvio di un referendum, per rimuovere dalla nostra Costituzione la clausola di sottomissione ai “vincoli europei”, riportando l’esempio della Costituzione tedesca, mentre la seconda attiene alla richiesta – da formularsi all’Ue – di “eccezione italiana”, esattamente come fatto lo scorso anno dal Governo Cameron prima della Brexit.

Qui di seguito le nostre osservazioni. La seconda proposta è fattibile, e consisterebbe nel richiedere all’Ue condizioni particolari per noi più vantaggiose per continuare a farne parte, e quindi in deroga agli attuali Trattati europei. La prima proposta, quella del referendum, invece non è perseguibile. E ciò in ordine a diversi motivi che passiamo subito in rassegna.

La nostra Costituzione prevede soltanto due tipi di referendum. Quello abrogativo di cui all’art. 75 della Costituzione (quindi in questo caso non praticabile) e quello confermativo di cui all’art. 138 Cost., ma quest’ultimo presuppone una revisione costituzionale. Forse Tremonti sottintende, perché sia fattibile la sua proposta, l’approvazione di una legge costituzionale ad hoc come quella – ad esempio – che fu approvata dal Parlamento italiano per indire il referendum consultivo del 1989 (anche in quel caso in materia “europea”). Ma perché ciò sia fattibile, occorre appunto l’approvazione di una legge costituzionale secondo la procedura aggravata prevista dall’art. 138 della Carta. Ammesso che ciò avvenga, servono due votazioni sul medesimo testo da parte di Camera e Senato intervallate da un periodo non inferiore ai tre mesi. Ma non solo. Qualora nella seconda votazione la legge costituzionale non fosse approvata da entrambi i rami del Parlamento con una maggioranza di almeno i 2/3 dei componenti di ciascuna Camera, occorrerà – alle condizioni dettate dall’art. 138 Cost. – un referendum popolare di tipo confermativo. Solo successivamente, avvenuti tutti questi passaggi, si potrà indire il referendum suggerito da Tremonti. In parole povere, ci vogliono almeno due anni per realizzarlo e una forte volontà politica. E nel frattempo il Paese continuerebbe a versare in una situazione di agonia irreversibile.

Del tutto condivisibile è invece la seconda proposta avanzata dall’ex ministro. Si va in Europa e si chiede un Protocollo ad hoc che soddisfi le particolari esigenze italiane, in deroga alle pattuizioni previste dai Trattati europei, quindi in deroga non solo a Maastricht e a Lisbona, ma anche al Fiscal Compact. Ma per fare ciò occorre un Governo autorevole che abbia a cuore gli interessi della Nazione. Certo, la proposta di andare in Ue e chiedere per l’Italia un Protocollo eccezionale che tenga conto delle nostre esigenze economico-sociali è difficile che venga accolta. Ma non è questa una ragione sufficiente per non tentare, anche perché consentirebbe di aprire a Bruxelles una seria discussione che fin qui è mancata completamente. E se la proposta non venisse accolta si potrà sempre pensare a “divorziare”. A nostro avviso pertanto quanto proposto da Tremonti e Sgarbi nel loro libro sarebbe il primo obiettivo del futuro governo, sempre che ci lascino votare anzitutto un nuovo Parlamento.

di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA (Libero, 13 settembre 2017, pagina 8).

 

Il vero problema resta l’euro (articolo di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di oggi)

Riportiamo qui di seguito l’articolo a firma di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di oggi (articolo citato in prima pagina con prosieguo a pagina 6), dal titolo: “Il vero problema resta l’euro“. L’articolo, oltre ad evidenziare i dati economici che dimostrano come non vi sia alcuna ripresa economica, fa chiarezza sulle posizioni riguardanti l’euro di Di Maio e Salvini espresse ieri a Cernobbio al Forum Ambrosetti.

Testo integrale dell’articolo:

Dal 1975 in avanti il Forum Ambrosetti è il palcoscenico internazionale delle élite in materia economico-finanziaria, ma negli ultimi anni è diventato anche un teatrino per la ribalta mediatica di un politico piuttosto che di un altro. E stato il caso di Matteo Renzi nel 2014 che, forte dello strepitoso consenso elettorale alle europee di pochi mesi prima, decise di snobbare il Forum recandosi invece a Brescia dove si inaugurava l’apertura di una rubinetteria.

L’uso strumentale di Cemobbio, tuttavia, non è ad appannaggio della sola maggioranza. Anche l’opposizione fa la sua parte. Salvini, ad esempio, ci è andato nel 2014 e nel 2015 (nel 2014 parlò apertamente di uscire dall’euro), disertando però lo scorso anno definendo il forum come «l’orchestra del Titanic». Il M5S si è presentato invece quest’anno al workshop Ambrosetti con Luigi Di Maio quale papabile candidato leader del Movimento per le prossime elezioni politiche. Non era la prima volta, infatti Gianroberto Casaleggio fece addirittura il bis, ma solo la prima di Di Maio, che già si comporta da candidato leader anche se sulla base del “Non Statuto” non sarebbe neppure candidabile. Ma chi se ne frega ormai delle regole interne in un Movimento guidato da una “piattaforma” taroccata? Del resto si sa, uno scolaretto può essere più o meno bravo di un altro, l’importante è che faccia i compiti che gli detta la maestra, in questo caso la crème dell’establishment economico-finanziario internazionale. Ma le ricette, in medicina come in economia, sono buone solo se funzionano. In caso contrario, o sono cattive o non sortiscono alcun effetto.

Analizziamo brevemente i dati economici degli ultimi anni per capire se la nostra economia è davvero in ripresa. Nel novembre 2011 la disoccupazione era all’8,6%, mentre quella giovanile al 30,1%. Tutti gridavano al disastro additando Berlusconi quale unico responsabile politico e morale di un imminente crollo del sistema-Paese. Poi sono arrivati Monti, Letta, Renzi e ora Gentiloni, presentatici uno dopo l’altro come salvatori della Patria, ma la situazione economica è addirittura peggiorata. Tuttavia negli ultimi giorni, da Matteo Renzi al Ministro per l’economia Padoan, si odono soltanto parole di giubilo per l’economia in ripresa: l’Istat ha infatti certificato che il numero degli occupati è tornato ad essere quello precrisi, quindi agli occhi dell’artificiosa maggioranza parlamentare le ricette del Governo (nello specifico il jobs act) avrebbero funzionato. Per la precisione l’Istat in riferimento al mese di luglio 2017, oltre a registrare un aumento del tasso di disoccupazione di un +0,2%, attestandosi all’11,3%, ha anche segnalato che il tasso di disoccupazione giovanile è cresciuto dello 0,3%, attestandosi al 35,5%. Ma allora perché si dice che il numero degli occupati è aumentato? Per la maggior parte si tratta di contratti di lavoro stagionali per lo più di durata trimestrale, e in ogni caso va ricordato che – contrariamente ai parametri vigenti nel passato – oggi uno «è considerato occupato se nella settimana di riferimento dell’indagine ha lavorato almeno un’ora». Di fronte a parametri di questo tipo la ripresa dell’occupazione è solo una presa in giro.

Medesimo discorso andrebbe fatto anche in ordine al Pil, il prodotto interno lordo. Dal 2009 al 2014 l’Italia ha perso 9 punti percentuali di Pil, recuperandone forse 3 dal 2015 alla fine di quest’anno (e questo è ancora tutto da vedere). Il saldo, anche per chi di economia non se ne intende, è di una perdita netta di 6 punti percentuali in nove anni. Per lo più, se l’economia non cresce almeno del 2% annuo, l’impatto in termini di occupazione reale è praticamente inesistente. Quindi, di quale ripresa si sta parlando?

Ma qualcuno ha parlato di tutto ciò a Cernobbio, facendo magari osservare che senza l’uscita dall’euro la situazione per noi non cambierà? A Villa d’Este Luigi Di Maio ha chiarito la posizione funzionale ai poteri forti del Movimento: «non vuole un’Italia populista, antieuropeista». ll finto Masaniello in giacca e cravatta dichiara che non solo non vuole uscire dall’UE, ma addirittura che il referendum sull’euro un tempo proposto era solo uno strumento per ottenere altro in cambio: «Eppure la soluzione politica non sta nel muro contro muro. Il M5S ne è perfettamente consapevole. L’aver parlato di referendum consultivo sulla moneta unica serve soprattutto a sollevare questo tema, e ad avere un potere contrattuale e una via d’uscita nel caso estremo in cui le esigenze dei Paesi del Sud Europa continuino ad essere ignorate». Aria fitta. Diversa la posizione di Matteo Salvini, che arrivando a Cernobbio ha affermato che la «sovranità monetaria non è più un dibattito solo della Lega ma un dibattito ormai comune anche sui principali quotidiani economici italiani», confermando che al panel cui ha partecipato si è parlato anche di euro e di minibot, anche a seguito delle risposte che Berlusconi ha dato qualche giorno fa alle domande poste in un articolo di Becchi e Dragoni su questo giornale. Ma non solo. Salvini ha parlato da leader, convinto che il centrodestra vincerà le elezioni, affermando che l’idea della doppia moneta così come proposta da Berlusconi non può funzionare perché contraria ai trattati europei, mentre i minibot sono uno strumento giuridicamente idoneo ad aggirare i trattati. Cernobbio almeno un merito lo ha avuto: ha fatto un pò di chiarezza su chi vuole mettere in discussione la moneta unica e su chi ha gettato definitivamente la maschera.

Paolo BECCHI

Giuseppe PALMA

 

 

Maledire l’euro è un dovere di tutti i veri italiani. Con i mini-bot si può! (di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI in prima pagina su Libero di oggi)

Proponiamo qui di seguito l’articolo di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI in prima pagina su Libero di oggi: “Maledire l’euro è un dovere di tutti gli italiani. Un minibot da pochi euro per non finire come la Grecia“:

Che l’idea dei minibot sia, sotto il profilo economico, una buona strategia, è stato ammesso nell’attuale dibattito da molti. Da questo punto di vista c’è da dire solo una cosa: l’idea, economicamente, regge. Quello su cui invece occorre riflettere è se essi siano compatibili con i Trattati europei. Partiamo dunque dalle fonti normative per chiarire un aspetto che sinora è rimasto nell’ombra e che invece è di decisiva importanza.

L’art. 128 del Tfue  – Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea – prescrive che «la Banca centrale europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote in euro all’interno dell’Unione […]. Le banco-note emesse dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nell’Unione». In parallelo, l’art. 127 del Tfue prescrive che tra i compiti fondamentali da assolvere tramite il Sebc (Sistema europeo delle Banche centrali) v’è quello di definire e attuare la politica monetaria dell’Unione, quindi di promuovere il regolare funzionamento dei sistemi di pagamento.

È chiaro, dunque, che nessuno Stato dell’Eurozona possa coniare una propria moneta avente corso legale nell’Unione. Ciò, ovviamente, vale solo se si vogliono rispettare le regole, e quindi i Trattati europei. Niente impedisce di ridiscuterli, se si ha il peso politico per farlo. Ma ora vogliamo richiamare l’attenzione su un altro punto. Negli ultimi giorni si è scatenata un’accesa discussione a seguito della bocciatura da parte della Commissione europea della proposta della cosiddetta doppia moneta, così come avanzata da Silvio Berlusconi.

DOPPIA MONETA

L’emissione di una seconda moneta, anche nei termini spiegati dal Cavaliere, violerebbe in effetti l’art. 128 Tfue. A scatenare il putiferio, al quale è seguita la precisazione della Commissione, è stata come noto la risposta che il Cavaliere ha fornito alle domande postegli da Paolo Becchi e Fabio Dragoni su questo giornale. Però proprio in quella occasione Berlusconi non si era dimostrato contrario all’uso dei cosiddetti minibot proposti da Claudio Borghi, responsabile economico nazionale di Lega Nord. E attenzione, la Commissione europea su questo ha taciuto. Se da un lato ha dichiarato che la proposta di Berlusconi è incompatibile con i Trattati, dall’altro non si è espressa sui minibot. I minibot infatti non sono formalmente una moneta, bensì Titoli di Stato.

Funzionerebbero nella sostanza come una moneta, ma formalmente non lo sono. Allo scopo di non trovarsi spiazzati come successo in Grecia nel 2015 con milioni di greci in fila agli sportelli, è necessario avere in circolazione un quantitativo monetario pressappoco equivalente a quello già in circolo oggi (poco meno di 100 miliardi), e solo dopo attivarsi per uscire dall’euro, per evitare di correre il pericolo che la Bce chiuda i rubinetti come fece appunto in Grecia. I minibot – ricordiamolo ancora una volta – sono Titoli di Stato di piccolo taglio (ad esempio da 5, 10, 20 e 50 euro), espressi in euro, emessi dallo Stato italiano – quindi dal Tesoro e regolati da giurisdizione nazionale – senza scadenza, senza interessi e di valore equivalente alla relativa banconota in euro (un minibot da 50 euro avrà lo stesso valore della banconota da 50 euro, senza svalutazione e senza la possibilità di cambiare il minibot con una somma di valore differente). In pratica funzionerebbe così: lo Stato pagherebbe in minibot i 70 miliardi di euro di debiti che la PA ha con cittadini e imprese (si pensi ad esempio ai rimborsi Iva o ai risarcimenti ai risparmiatori e così via). Ovvio che, perché questo avvenga, cittadini e imprese dovranno accettare i minibot a saldo del loro credito. E non v’è ragione di temere che ciò non avvenga perché il rischio è che, col vincolo del pareggio di bilancio, cittadini e imprese non vedano mai più un euro dei loro crediti verso la PA. I minibot, a quel punto, sarebbero utilizzabili per pagare le tasse e per pagare i servizi pubblici, come ad esempio i biglietti ferroviari e quant’altro. Infine – una volta in circolo e se accettati – i minibot sarebbero utilizzati anche per i consumi (fare la spesa, tanto per intenderci). Ma è proprio a questo punto che la questione si complica.

Avranno i minibot corso forzoso? Cioè il panettiere o il supermercato saranno giuridicamente obbligati ad accettarli quale mezzo di pagamento in parallelo alle banconote?

NESSUN RICATTO

Ecco il punto che merita di essere chiarito: l’adesione dovrà avvenire su base volontaria, anche perché il corso forzoso – questo sì – sarebbe in contrasto con gli artt. 127 e 128 del Tfue.

Una volta che i minibot saranno in circolo e verranno accettati da molti come mezzo di pagamento, è ovvio che quasi 100 miliardi di minibot in circolazione renderebbero la Bce e le altre Istituzioni europee meno arroganti e con minori possibilità di ricatto. E sull’accettazione volontaria dei minibot da parte dei soggetti economici non abbiamo dubbi: se vi sono tre supermercati ed uno solo accetta i minibot come mezzo di pagamento mentre gli altri due no, tutti correranno a fare la spesa in quell’unico supermercato che li accetta, e allora anche gli altri due dovranno adeguarsi (altrimenti si troverebbero costretti, in breve tempo, a chiudere la saracinesca). Del resto, oggi tutti accettano – lo si prenda solo come esempio – i ticket restaurant come mezzo di pagamento. Per quale motivo non dovrebbero essere accettati dei Titoli di Stato emessi dal Tesoro? Una volta che i minibot saranno in circolazione, in caso di uscita dall’euro verrebbero successivamente convertiti per il loro intero ammontare in nuova moneta nazionale, senza alcuna corsa agli sportelli e senza che il popolo sia terrorizzato dal rimanere senza soldi in tasca o sul conto corrente. Il minibot, insomma, consente di aggirare l’ostacolo dei Trattati raggiungendo l’obiettivo dell’uscita dall’euro, travestendo formalmente in Titolo di Stato quella che è sostanzialmente una moneta. E, insomma, una sorta di cavallo di troia che ci consentirà di espugnare l’euro.

Berlusconi, rispondendo a Becchi e Dragoni, ha aperto sul ripristino parziale della sovranità monetaria, condividendo altresì la proposta dei minibot. Ora la palla passa a Salvini, al quale non resterebbe che tirare un rigore a porta vuota, per creare una coalizione di governo con lo scopo di uscire dall’euro in modo indolore. Molti si chiedono cosa aspetti a farlo.

di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA (sul quotidiano Libero di oggi, 31 agosto 2017, in prima pagina con continuazione a pag. 17)

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“Così il Cavaliere vuole evitare un Salvini pigliatutto” (articolo di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA su LIBERO di oggi)

Proponiamo qui di seguito l’articolo a quattro mani scritto dal prof. Paolo Becchi e dall’avv. Giuseppe Palma, pubblicato su Libero di oggi 6 agosto 2017, a pagina 6.

Titolo: “Così il Cavaliere vuole evitare un Salvini pigliatutto”

 

Testo dell’articolo:

È da tempo che il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, insiste su un sistema elettorale alla tedesca, cioè un sistema sostanzialmente proporzionale in cui ciascuna lista si presenta singolarmente, fatta salva la facoltà – non usata in Germania – che più liste si coalizzino tra loro confluendo in un’unica lista, il cosiddetto listone. Contrariamente a ciò che pensava in passato, di coalizioni tipiche tra singole liste (come avveniva col porcellum) Berlusconi non vuole sentirne parlare, e ciò nonostante il centrodestra unito sia dato oggi praticamente in vantaggio in tutti i sondaggi. Perché?

Eppure Berlusconi non perde occasione, in tv e sui giornali, di rilanciare l’unità del centro-destra. La motivazione del listone al posto della coalizione è tutta politica. Berlusconi sa benissimo che, in caso di legge elettorale che consenta le coalizioni tra singole liste (come avveniva col porcellum, e com’è possibile ancora oggi per l’elezione del Senato, dopo la sentenza di parziale incostituzionalità da parte della Corte costituzionale), Forza Italia potrebbe essere costretta a lasciare la guida del centro-destra, se non addirittura del futuro governo, alla Lega di Matteo Salvini, che i sondaggi danno in forte crescita, perdendo in tal modo il ruolo egemone che ha sempre avuto nella coalizione. Berlusconi, che ha sondaggi ancora più attendibili, lo ha capito.

Per questo ha già più volte ribadito che a settembre occorre ritornare al modello tedesco (che peraltro di tedesco ha ben poco) proprio per creare le condizioni favorevoli alla creazione del listone unico di centro-destra, mantenendo così la Golden Share della coalizione stessa e dell’eventuale futuro governo, relegando Matteo Salvini ad un ruolo subalterno. Senza parlare poi della composizione e dei nominativi dei candidati del listone unitario: se fosse approvata una legge elettorale simile a quella che Berlusconi ha in mente, Forza Italia pretenderebbe il 50% dei collegi uninominali sicuri ed il 50% dei capi-lista bloccati, lasciando l’altra metà in divisione tra Lega, Fratelli d’Italia ed altri possibili alleati che intendano confluire nel listone. In tal modo la forza politica di Salvini sarebbe, sì, importante, ma notevolmente ridimensionata rispetto alla situazione in cui il leader della Lega corresse con il suo nuovo simbolo, in un sistema di coalizioni tra singole liste, vale a dire la tipica alleanza di centro-destra.

In tal modo, oltre alla probabile vittoria elettorale, il centro-destra potrebbe vedere come leader più votato proprio Matteo Salvini, di poco avanti a Silvio Berlusconi. E ciò determinerebbe non solo la scelta della persona da indicare quale Presidente del Consiglio dei ministri, ma soprattutto la linea politica ed il programma di governo da realizzare, che subirebbero una salvifica virata sovranista. Berlusconi tutto questo lo sa. Ecco la ragione del listone. Ma deve anche capire che, se non si parte alla pari proprio con gli alleati (soprattutto sui contenuti del programma politico-elettorale), l’alleanza di centro-destra potrebbe rischiare di non realizzarsi, lasciando la vittoria elettorale nelle mani del M5S.

Paolo BECCHI, Giuseppe PALMA 

 

 

Schiaffo alla democrazia! Gli “abusivi” calpestano anche la prassi costituzionale (di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA su Libero del 23 luglio 2017)

Qui di seguito l’articolo a firma di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA pubblicato su Libero di ieri, domenica 23 luglio 2017, su come – oltre alla Costituzione – la classe politica abusiva calpesta anche la prassi costituzionale.

Titolo dell’articolo: “Schiaffo alla democrazia. Alfano si è sganciato dal Pd ma non ha aperto la crisi

“Angelino Alfano, ministro degli Esteri e leader di Alternativa Popolare, pochi giorni fa dichiarava espressamente che la collaborazione tra il suo partito ed il Partito Democratico è ormai conclusa. Ciononostante, confermava la fiducia del suo gruppo al Governo Gentiloni. Due giorni dopo si dimetteva il ministro per gli Affari Regionali Enrico Costa, anch’egli di Alternativa Popolare.

Al netto delle ragioni di natura politica che hanno indotto Alfano a fare quella dichiarazione e Costa a dimettersi, che in questa sede non ci interessano, vorremmo porre l’accento su una questione di natura costituzionale.

Non è scritto in Costituzione, ma la prassi costituzionale vigente dal dopoguerra ad oggi ha visto decine e decine di casi come questi, i quali si risolvevano o con una verifica parlamentare, oppure con le dimissioni da parte del Presidente del Consiglio dei ministri nelle mani del Capo dello Stato, che lo rinviava alle Camere per verificare la sussistenza o meno del rapporto fiduciario con il Parlamento. La nostra è infatti una Repubblica parlamentare, la quale si regge sul principio della continuità del rapporto di fiducia tra Parlamento e Governo, tant’è che – venendo meno questo rapporto – il Presidente del Consiglio è obbligato a dimettersi.

LA CONCLUSIONE

Ogni qualvolta muta la maggioranza parlamentare che sostiene il Governo, oppure – come nel caso di specie – il leader di un gruppo parlamentare di maggioranza dichiara come conclusa l’esperienza di collaborazione politica con un altro gruppo parlamentare che sostiene l’Esecutivo, si apre la crisi di Governo pur senza passare da un voto di sfiducia del Parlamento nei confronti dell’Esecutivo. Si chiamano “crisi di Governo extraparlamentari”. In settant’anni di Repubblica questa prassi è sempre stata rispettata, fatta eccezione per le dimissioni del Governo Berlusconi IV nel novembre 2011. Ma quello fu un “Colpo di Stato”, quindi è un’altra storia.

ADDIO PRASSI

Nella situazione degli ultimi giorni, invece, la prassi costituzionale è stata letteralmente ignorata. Paolo Gentiloni non ha chiesto né una verifica parlamentare sul rapporto fiduciario Parlamento-Governo, anche per rendersi conto se tutta Alternativa Popolare è ancora in grado di sostenere il suo Esecutivo, né tantomeno gli è passato per la testa di recarsi dal Capo dello Stato.

Ciò denota non solo una mancanza di rispetto nei confronti della prassi costituzionale e della democrazia parlamentare, ma anche – e soprattutto – un bassissimo senso delle Istituzioni. Anche alla luce del fatto che la Legislatura in corso, per effetto della pronuncia di incostituzionalità della legge elettorale con la quale si sono formate entrambe le Camere, non rispecchia neppure lontanamente la volontà popolare.

Ma oramai non ci meravigliamo più di nulla. Governo e Parlamento – già da diversi anni – non rispondono più agli interessi del popolo. Rispondono soltanto ad indicibili interessi sovranazionali che con la sovranità popolare collidono aspramente. La democrazia parlamentare e la prassi costituzionale sono cose serie. Appartengono a quei delicati equilibri sui quali trova fondamento lo “stare insieme” di un’intera comunità. Se tali equilibri non vengono rispettati neppure dalle Istituzioni, il passo successivo è quello del totale scollamento tra popolo e Istituzioni stesse. Se ciò non è già avvenuto – come noi crediamo -, poco ci manca”.

Prof. Paolo BECCHI

Avv. Giuseppe PALMA

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lacostituzioneblog.com

 

Se ha fatto il patto sui migranti l’ex premier va processato (articolo di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA su Libero di oggi)

Su Libero di oggi, a pagina 6, un articolo a firma di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA sugli eventuali risvolti di natura penale in merito al presunto accordo di Renzi con l’UE sul “baratto” migranti/flessibilità dei conti pubblici:

Se ha fatto il patto sui migranti l’ex premier va processato

Secondo l’ex ministro degli Esteri del governo Letta, Emma Bonino, dal 2014 al 2016 il governo Renzi si sarebbe impegnato per conto dell’Italia, d’accordo con altri governi europei, ad accogliere tutti i migranti che giungevano in Europa. E fin qui nulla di nuovo, visto che ciò è scritto nero su bianco sugli accordi relativi all’operazione Triton. Il problema sorge se, come ha lasciato velatamente intendere l’ex ministro della Difesa del governo Letta, Mario Mauro, ciò fosse avvenuto in cambio di una maggiore flessibilità da parte dell’Ue sui nostri conti pubblici, circostanza non scritta evidentemente da nessuna parte, ma tutto di un eventuale accordo segreto tra il governo Renzi e l’Ue. In cambio di una flessibilità, che gli serviva a scopi politici, è possibile che Renzi abbia tradito il Paese, consentendo l’invasione migratoria, indirizzata unicamente sul nostro territorio? Le dichiarazioni della Bonino e di Mauro, se lette insieme, a tanto porterebbero. Molti ne hanno parlato, avanzando critiche anche dure, ma nessuno ha sottolineato un punto decisivo: se un accordo di quel tipo vi è stato, come l’accordo segreto di scambio tra petrolio e migranti a Malta (di cui su Libero si è già data notizia), la cosa avrebbe persino riflessi penali.

Vi sarebbero infatti responsabilità penali, oltre che politiche, in capo all’ex presidente del Consiglio ed eventuali ministri in concorso con lui. L’art. 243 del codice penale recita: «Chiunque tiene intelligenze con lo straniero affinché uno Stato estero muova guerra o compia atti di ostilità contro lo Stato italiano, ovvero commette altri fatti diretti allo stesso scopo, è punito con la reclusione non inferiore a dieci ami. Se la guerra segue o se le ostilità si verificano, si applica l’ergastolo».

La finalità della condotta non deve essere necessariamente la guerra, ma un qualsiasi atto di ostilità verso lo Stato. E, a quanto pare, di accordi segreti si tratterebbe, visto che Renzi si difende parzialmente dichiarando che gli accordi Triton sono scritti nero su bianco, lasciando senza risposta l’altra parte del problema, quello dello scambio con la flessibilità di cui non si fa nessun cenno in tali accordi.

La norma del codice penale punisce la condotta di chiunque stipuli accordi con lo straniero, di qualsiasi tipo, al fine di indurre lo Stato estero (o più Stati esteri) a muovere guerra o comunque a compiere atti di ostilità verso lo Stato italiano, i quali non necessariamente debbono tradursi in atti di violenza. Quali sono quindi gli «atti ostili»? Le «cessioni di sovranità» rientrano nel novero degli atti ostili puniti dall’art. 243 del codice penale? Si parta dal presupposto che l’articolo citato punisce i delitti contro la personalità dello Stato, quindi contro i suoi tre elementi costitutivi: popolo, territorio e potestà di imperio. Venisse meno anche solo uno di essi, verrebbe meno anche lo Stato. Renzi, in cambio di una flessibilità sui conti, che tra l’altro di fatto non c’è stata, avrebbe ceduto una parte ulteriore della nostra sovranità nazionale. E se qualcuno cede porzioni di sovranità nazionale in segreto, senza accordi trasparenti, compie certamente atto ostile nei confronti e a danno dello Stato. In nome di chi avrebbe agito il governo Renzi per quello scellerato accordo (segreto) con lo straniero? Perché di straniero si tratta, parliamoci chiaro. In nome di chi o di cosa, e con chi, Renzi avrebbe barattato la questione migranti con una maggiore flessibilità sui conti pubblici? E a giovamento di chi?

Al fine di fare chiarezza urgono, a nostro avviso, due cose 1) un pubblico ministero che apra un fascicolo e indaghi sulla vicenda; 2) una commissione parlamentare d’inchiesta che faccia luce su questa brutta storia. La cosa più sorprendente è che tutti ne continuino a parlare, ma nessuno faccia veramente qualcosa. I pubblici ministeri sembrano poco interessati e le forze politiche (tutte) anche. Tanto rumor per nulla, in fondo.

Prof. Paolo BECCHI

Avv. Giuseppe PALMA

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lacostituzioneblog.com

«MONETA CRIMINALE: PIACE SOLO A BERLINO» (intervista di LIBERO del 22/1/2017 a Giuseppe PALMA)

«MONETA CRIMINALE: PIACE SOLO A BERLINO» (intervista di LIBERO del 22/1/2017 a Giuseppe PALMA)

Anche un nobile obiettivo può generare un crimine. È questo ciò che è accaduto agli europei: essi desideravano creare un organismo unificato che sarebbe evoluto verso una federazione di Stati, ma ciò a cui sono addivenuti è un’Europa della finanza, che protegge il capitale calpestando i popoli sovrani che gli hanno dato vita. Un labirinto da cui è difficile districarsi. Ma non impossibile, secondo l’avvocato costituzionalista, Giuseppe Palma, vice-segretario del neonato partito sovranista «Riscossa Italia», che abbiamo intervistato su ciò che egli chiama «euro-crimine».

Avvocato, lei afferma che l’euro sia un crimine. Cosa intende?

«L’euro è un crimine contro l’umanità, perché, essendo un accordo di cambi fissi, impone agli Stati che intendono aumentare le proprie esportazioni di svalutare il lavoro anziché la moneta».

Quindi i governi sono disposti a calpestare i diritti dei lavoratori pur di essere competitivi?

«I governi non solo non tutelano i diritti dei lavoratori, ma li smantellano. L’euro è una moneta destinata alle banche private. Gli Stati, per reperire moneta, avendo perso la loro sovranità monetaria, sono costretti o a prenderla in prestito dai mercati dei capitali con grossi interessi, o a prenderla da cittadini ed imprese, aumentando le tasse e mediante tagli drastici alla spesa pubblica».

Dipendiamo da una moneta straniera?

«Da una moneta straniera che è anche uno strumento di governo».

La prova della tirannide della finanza è la celerità con la quale il governo è intervenuto nel salvataggio delle banche contro la lentezza con cui invece interviene in caso di calamità naturale.

«Se noi avessimo sovranità monetaria, per lo Stato sarebbe facile fare fronte alle esigenze degli sfollati. Dobbiamo dare la priorità alle banche perché sono loro a prestarci moneta a strozzo».

Possiamo uscire da questo tunnel?

«Sì, possiamo e dobbiamo uscirne con un decreto legge da emanarsi a mercati chiusi il venerdì sera, per evitare ritorsioni, convertendo il nostro debito pubblico in nuova moneta nazionale».

Però forse manca la volontà.

«Manca la volontà politica perché chi ci governa è al libro paga del capitale internazionale».

In questo 2017 però potrebbe capovolgersi questa situazione per le elezioni in Francia, in Olanda, in Germania e forse anche in Italia.

«Io non credo molto nelle elezioni del 2017. I cambiamenti che possono favorire il processo di uscita dall’euro sono già avvenuti: la Brexit e l’elezione di Trump».

Ma è normale che debbano sempre venire gli americani a salvarci la pelle?

«L’euro è una Nato economica, quindi la spaccatura dell’euro passa da una decisione degli americani. Trump considera l’euro un danno per tutti».

Quindi l’uscita dall’euro potrebbe convenire a molti soggetti. Per chi sarebbe una catastrofe?

«Per la Germania e per le banche».

Molti esperti vedono nell’uscita dall’euro la fine del mondo.

«La libertà ha sempre un prezzo da pagare, ma vale la pena combattere per essa. I benefici sarebbero superiori ai costi».

L’abbandono dell’euro potrebbe sollevarci anche da quella crisi di identità che investe gli italiani e che li porta a disinteressarsi sempre di più alla «cosa pubblica»?

«Se tornassimo alla sovranità monetaria, il popolo tornerebbe ad essere sovrano, consapevole del fatto che con il suo voto potrebbe influenzare la vita del Paese».

E al lavoro cosa accadrebbe?

«Potendo svalutare la nostra moneta nazionale per favorire le esportazioni, non saremmo più costretti a svalutare il lavoro».

Quindi inizieremmo ad esportare merci e non più lavoratori in cambio di manodopera a basso costo come i clandestini che continuiamo ad importante senza limiti?

«Creeremmo un sistema in cui il lavoratore non è costretto a scappare o a lavorare 12 ore al giorno per 600 euro al mese. Aumentando la produzione, aumenterebbero anche i consumi, il Pil, il lavoratore potrebbe guadagnare di più e verrebbero tutelati i suoi diritti».

Chi esce prima dall’euro si salva dal disastro?

«Se ne esce uno, sono costretti ad uscirne tutti gli altri Stati, è una catena».

Potrebbe essere la Germania ad uscirne per prima, temendo la disfatta?

«La Germania non ne esce perché si tratta di un sistema a suo esclusivo vantaggio».

Potrebbero crearsi delle condizioni per cui alla Germania non convenga più l’euro?

«Trump ha già invitato la Germania a rinunciare al suo illegittimo surplus commerciale che mette in ginocchio gli altri Stati europei, pena l’applicazione di dazi sui prodotti tedeschi esportati negli Usa. Se la Germania fosse costretta a rinunciare al suo surplus, potrebbe non convenirle più l’euro. Per ora siamo in un’Europa germanocentrica, in cui anche Gentiloni qualche giorno fa si è recato da Merkel per prometterle che non saremo più irresponsabili fiscalmente, ossia che attueremo il pareggio di bilancio. Questo significa essere servi e tradire la costituzione».

Se i nostri governi sono al libro paga del capitale internazionale, è plausibile credere che, anche qualora ci fosse un ribaltamento dei vertici, i nuovi arrivati nei palazzi del potere sarebbero comunque asserviti alle banche?

«Coloro che vanno al governo vengono subito chiusi nella morsa del capitale internazionale».

Quindi se al governo arrivasse un Salvini, sarebbe costretto a diventare subito più moderato?

«Salvini, a differenza di Grillo, è sincero. Si attiverebbe per l’uscita dalla moneta unica, ma, non avendo noi sovranità monetaria, potrebbe essere oggetto di ricatti anche molto pericolosi».

Ci vuole un leader con le palle insomma. Ce lo abbiamo?

«Potrebbe essere Salvini».

O Berlusconi.

«Berlusconi tentò di farlo nel 2011 e fu fatto fuori. Infatti, appena dice di essere d’accordo con Salvini sulla moneta complementare, subito deve sottolineare di essere europeista, altrimenti non avrebbe chance di tornare sulla scena politica».

È ostaggio di Strasburgo.

«Lì lo tengono ancora per le palle».

Berlusconi è stato fregato non dalle donnette, ma da Merkel. Che ne pensa?

«Sì, Berlusconi, quando confidò nei corridoi a Cannes la sua intenzione di uscire dall’euro a Sarkozy, quest’ultimo subito lo disse alla Merkel, che chiese aiuto ad Obama per fare fuori politicamente Berlusconi. Nel suo libro, Timothy Geithner, segretario di Stato al tesoro della prima presidenza Obama, riporta la frase che Obama pronunciò quando degli alti funzionari europei gli chiesero aiuto per mettere fuori gioco il premier italiano: “Non mi sporcherò le mani con il suo sangue”. Ed è Obama stesso a Cannes nel novembre del 2011, quando i leader europei cercano di convincere Berlusconi ad accettare il prestito del Fondo Monetario Internazionale ed egli rifiuta, a dire la celebre frase: “Silvio is right”, ossia “Silvio ha ragione”. Berlusconi oggi è sotto ricatto, ma a Cannes difese il Paese. Accettare quel prestito ci avrebbe irreversibilmente resi schiavi del FMI, come è accaduto alla Grecia».

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intervista di Azzurra Noemi Barbuto di LIBERO a Giuseppe PALMA (22 gennaio 2017)

http://edicola.liberoquotidiano.it/vnlibero/books/170122milano/#/7/

 

QUESTIONE DI SOVRANITA’: PERCHÉ VIA DALL’EURO NON SALIRÀ IL DEBITO (l’intervista di LIBERO del 7/11/2016 a Giuseppe PALMA)

QUESTIONE DI SOVRANITA’: PERCHÉ VIA DALL’EURO NON SALIRÀ IL DEBITO (l’intervista di LIBERO del 7/11/2016 a Giuseppe PALMA) in prima pagina, con continuazione all’interno a pag. 10

«Un crimine, un vile attentato al benessere dei popoli europei e alla democrazia», così Giuseppe Palma, avvocato ed esperto di diritto costituzionale e di diritto dell’Unione Europea, definisce la politica monetaria dell’UE e l’euro. Quella che sarebbe dovuta evolvere verso un’unione dei popoli europei, così ci avevano raccontato, è diventata un’Europa della Finanza, più interessata a tutelare il capitale internazionale che i diritti dei lavoratori. Ecco come un nobile progetto può trasformarsi in un mostro bestiale, a cui dai una mano e si prende tutto il braccio e che calpesta con le sue zampe, rendendole carta straccia, le nostre costituzioni.

Aderire alla moneta unica rinunciando totalmente alla nostra sovranità monetaria ha comportato disastrose conseguenze economiche. Questo perché uno Stato a moneta sovrana è l’unico titolare della propria moneta e non ha bisogno di ricorrere ai mercati dei capitali privati per finanziarsi, ma può creare moneta e disporne liberamente. In quest’ottica, anche il debito pubblico non è un problema, perché è lo stesso Stato che genera quella stessa moneta che occorre per pagare il debito, quindi non deve chiederla in prestito a nessuno, in praticalo Stato è indebitato con se stesso, situazione di gran lunga preferibile all’essere indebitati con gli strozzini.

«Gli Stati dell’Eurozona quando devono pagare gli stipendi, le pensioni, gli insegnanti, gli ospedali, i servizi pubblici, cioè quando devono fare fronte alla spesa pubblica, non disponendo di sovranità monetaria, vanno a cercarsi la moneta», spiega Palma. E se la procurano in due modi: o tassando i cittadini fino al collasso (imposizione di nuove tasse, aumento di quelle esistenti, introduzione di spietati sistemi di accertamento fiscale e di lotta all’evasione, limitazioni all’uso del contante, tagli importanti alla spesa pubblica), o chiedendola in prestito ai mercati dei capitali privati con elevati tassi di interesse, per coprire i quali saranno sempre i cittadini a farne le spese.

Quindi l’introduzione dell’euro ha determinato l’inasprimento della pressione fiscale, che, malgrado le promesse del governo, è destinata ad aumentare. Ma la rinuncia alla nostra sovranità monetaria attraverso l’adesione all’euro, che è un accordo di cambi fissi, ha anche determinato che, non potendo più lo Stato svalutare la propria moneta per favorire le esportazioni in periodi di crisi, esso debba svalutare il lavoro per diventare competitivo, abbassando i salari e restringendo le tutele dei lavoratori. In questa prospettiva, anche l’accoglienza di immigrati risulta funzionale al mercato perché crea nuovi poveri, nuova forza lavoro a bassissimo costo. «Costringendo ciascuno Stato dell’Eurozona a prendere in prestito la moneta dai mercati dei capitali privati (ad es., banche private), non si è fatto altro che sottomettere il diritto e la democrazia all’economia e alla finanza», commenta l’esperto, che ritiene che l’euro sia una moneta incompatibile con la democrazia e con i principi supremi espressi nella nostra costituzione. Contrariamente a quanti sostengono che l’uscita dall’Unione e dall’euro sia impossibile, Palma ritiene che essa sia non solo lecita, ma anche necessaria «se vogliamo continuare ad esistere come Paese». «Lo Stato italiano, qualora decidesse di abbandonare l’euro, dovrà applicare un importante principio del nostro ordinamento giuridico, ossia quello della lex monetae, regolato dagli artt. 1277 e seguenti del codice civile, in base al quale uno Stato sovrano sceglie liberamente la sua valuta», spiega l’esperto.

I vantaggi sarebbero immediati: aumento della spesa pubblica a vantaggio dei cittadini, aumento delle esportazioni e dell’occupazione, piena affidabilità del debito pubblico, attuazione di politiche a favore dei cittadini e delle imprese e non più a favore dei mercati dei capitali privati. Ma come recuperare la nostra piena sovranità sempre più corrosa in questi anni? Secondo Palma, la perdita della nostra sovranità non è ancora irreversibile, ma lo potrebbe diventare. Recuperarla oggi è ancora possibile, a patto che si agisca subito. La conditio sine qua non è l’esistenza di un governo forte che goda dell’appoggio di una solida maggioranza. «Fare i capricci qualche volta a Bruxelles non risolve nulla», serve il pugno di ferro unito alla consapevolezza che l’Italia, quasi osteggiata e snobbata dagli altri Paesi membri, rappresenta l’ago della bilancia, l’elemento senza il quale tutto il sistema collasserebbe, il Paese più rispettoso dei parametri e delle regole fissati nei trattati. Altro che fanalino di coda, il Bel Paese potrebbe essere il primo Stato membro ad abbandonare la moneta unica e tutti gli altri sarebbero costretti a seguirlo. Chi prima esce prima si salva.

Ma l’utilizzo del referendum per uscire dall’euro è pericoloso, secondo l’avvocato, perché «durante la campagna referendaria per l’uscita i mercati ci strozzerebbero per ritorsione, noi, al contrario della Gran Bretagna che non aveva mai aderito alla moneta unica, siamo ricattabili».

Una via d’uscita tuttavia esiste. È un’uscita d’emergenza. Il piano proposto da Palma è semplice e veloce: l’emanazione da parte del Governo di un decreto legge a mercati chiusi, il venerdì sera. Tale decreto, convertito in legge entro una settimana, dovrebbe prevedere l’uscita dalla moneta unica, la conversione nuova Lira/Euro in un rapporto 1:1, cioè 1 «nuova lira» varrebbe 1 euro, nonché la conversione del debito pubblico in nuova moneta nazionale.

«Per realizzare tutto questo è ovvio che ci vuole una forte volontà politica», ammette Palma, «se si vuole salvare un Paese moribondo, destinato a morte certa, occorre andare al di là del colore politico e convergere tutti verso un unico obiettivo». La nostra fortuna: «Se, da un lato, è vero che il nostro debito pubblico è espresso in euro, una moneta per noi «straniera» perché dobbiamo addirittura prenderla in prestito dai mercati dei capitali privati; dall’altro, è altrettanto vero che esso è ancora regolato dalla giurisdizione italiana (circa il 96% del suo ammontare)».

Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti nel novembre del 2011 a Cannes, rifiutando il prestito del Fondo Monetario Internazionale evitarono che parte del nostro debito pubblico finisse sotto giurisdizione straniera e salvarono il Paese. In particolare fu Tremonti a suggerire al presidente del Consiglio di allora: «Conosco modi migliori per suicidarsi». Ecco perché uscire oggi dalla moneta unica è ancora possibile, secondo Palma: noi siamo ancora i titolari del nostro debito pubblico e sarebbe assolutamente legale convertirlo in una nuova moneta nazionale.

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Intervista di Azzurra Noemi Barbuto di LIBERO a Giuseppe PALMA (7 novembre 2016) http://edicola.liberoquotidiano.it/vnlibero/books/161107milano/#/10/