L’Euro è divisivo, per questo finirà per sparire (di Giuseppe PALMA e Cristiano MANFRE’ su LA VERITÀ di oggi)

Il mio articolo, scritto a quattro mani con il prof. Cristiano Manfre’ dell’Università di Los Angeles (docente di economia), pubblicato su La Verità di oggi a pagina 11, dal titolo: “L’Euro è divisivo, per questo finirà per sparire”…

Nel titolo c’è scritto “diviso” al posto di “divisivo”, ma si tratta di un refuso al momento della stampa del quotidiano:

Avv. Giuseppe PALMA 

 

“Un Parlamento illegittimo calpesta la democrazia” (articolo di Giuseppe PALMA su “La Verità” di oggi)

Propongo qui di seguito la lettura del mio articolo pubblicato oggi su “La Verità” (a pagina 8):

UN PARLAMENTO ILLEGITTIMO CALPESTA LA DEMOCRAZIA

Viviamo una vera e propria assenza di democrazia sostanziale! Se da un lato viene garantito quel minimo di democrazia formale (a scadenza naturale della Legislatura non potranno vietarci di andare al voto), dall’altro è del tutto esautorato il principio di democrazia sostanziale, cioè quel senso profondo del significato di democrazia che lega inscindibilmente le scelte delle Istituzioni parlamentari alla sovrana volontà popolare. La democrazia rappresentativa ha senso, e funziona, solo se la composizione parlamentare rispecchia tendenzialmente la volontà del popolo. In caso contrario, non si può parlare più né di democrazia né tanto meno di rispetto della volontà popolare. Purtroppo in Italia, già da parecchi anni, viviamo nella situazione di totale esautoramento del principio di democrazia sostanziale, esautoramento non casuale ma voluto addirittura dalle Istituzioni stesse.

La sentenza della Corte costituzionale n. 1/2014 dichiarò l’incostituzionalità del porcellum (legge n. 270/2005), cioè della legge elettorale con la quale si è formata anche la Legislatura in corso, sia nella parte in cui non prevedeva la facoltà per l’elettore di esprimere le preferenze per i candidati, sia nella parte in cui assegnava alla lista o coalizione di liste vincente il premio di maggioranza senza prevedere una soglia minima di voti perché il premio trovasse applicazione.

Ne consegue che l’attuale compagine parlamentare è composta da deputati e senatori tutti nominati (non scelti direttamente dai cittadini ma precompilati dalle segreterie di partito prima del voto) e in gran parte “eletti” con un premio di maggioranza che – nei termini di cui sopra – la Consulta dichiarava incostituzionale. La Corte, pur precisando che le Camere sono organi indefettibili (cioè che non possono venir meno), nell’ambito di ciò che le stesse avrebbero potuto fare portava come esempio il regime della prorogatio, cioè quel particolare istituto che si applica a Camere sciolte. Ma cosa possono fare le Camere in regime di prorogatio? Ed è qui che viene in nostro aiuto uno dei più autorevoli Padri Costituenti, il calabrese Costantino Mortati, il quale durante i lavori preparatori dell’Assemblea Costituente evidenziava che in regime di prorogatio le Camere possono deliberare su questioni urgenti e non rinviabili (come ad esempio una calamità naturale o lo stato di guerra).

Fregandosene altamente sia della sentenza della Corte che dell’interpretazione di Mortati, questo Parlamento non solo andava avanti (tant’è che la Legislatura è ancora in corso e molto probabilmente arriverà a sua scadenza naturale), ma addirittura arrivava ad approvare un’ampia riforma costituzionale (successivamente bocciata dal popolo in sede referendaria), a smantellare le garanzie costituzionali a tutela del lavoratore (vedesi Jobs Act)  e ora si accinge a ratificare il CETA (quel Trattato capestro di libero scambio UE-Canada che smantella definitivamente la Costituzione e i diritti fondamentali in essa sanciti, come il diritto alla salute e i diritti connessi al lavoro ) e ad approvare lo Ius Soli, cioè quel grimaldello a disposizione del capitale internazionale che tenta di creare – prendendo in prestito le parole di Marx – un “esercito industriale di riserva” allo scopo di incentivare la cosiddetta “guerra tra poveri”, tentando quindi di far sopravvivere l’euro, una moneta senza Stato che – essendo un accordo di cambi fissi – impone agli Stati di scaricare il peso della competitività non più sulla moneta bensì sul lavoro (riducendo i salari e comprimendo le garanzie costituzionali, contrattuali e di legge in favore del lavoratore)! Ma v’è di più. La Corte di cassazione, son sentenza n. 8878/2014, dichiarava – in forza della sentenza di incostituzionalità del porcellum – l’avvenuta grave alterazione del principio di rappresentatività democratica, quindi, vista l’assoluta mancanza di corrispondenza tra volontà popolare e composizione parlamentare, il Parlamento dovrebbe a mio parere fermarsi ed evitare di legiferare su materie che non attengano a quelle strettamente rientranti nell’istituto della prorogatio secondo l’interpretazione del Mortati.

E’ ora di dire basta! Si restituisca quanto prima la parola al popolo italiano!

Avv. Giuseppe PALMA

 

Arriva il CETA, tutti zitti: ecco cosa rischiamo (Giuseppe PALMA su “La Verità” di oggi)

Un mio articolo sul CETA pubblicato su “La Verità” di oggi (23 giugno 2017), il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro.

Per consultare l’articolo si consiglia di scaricare l’immagine e ingrandirla, oppure leggerlo come di seguito riportato:

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TESTO DELL’ARTICOLO:

“Arriva il Ceta, tutti zitti: ecco cosa rischiamo” di Giuseppe Palma su “La Verità”, 23/06/2017

“Nel silenzio generale, alla commissione Esteri del Senato è arrivato il ddl per la ratifica del trattato di libero scambio Ue-Canada denominato Ceta: dopo un rinvio, ci tornerà per una nuova discussione martedì prossimo. Come già accaduto per la ratifica del trattato di Lisbona e per il Fiscal compact, tali procedure avvengono sempre tra giugno e agosto, cioè quando gli italiani sono impegnati in accese discussioni di calcio-mercato. Ma cosa prevede il Ceta? Nella sostanza, è un accordo di libero scambio tra Ue e Canada che consente alle multinazionali delle rispettive aree (e molte industrie americane hanno sede legale in Canada) di esportare e vendere prodotti senza intralci né nelle legislazioni nazionali né nei diritti fondamentali sanciti dalle Costituzioni degli Stati, come ad esempio il diritto al lavoro, alla giusta retribuzione, al giorno di riposo settimanale, all’orario di lavoro, alla retribuzione minima e così via. Ma c’è di più. Il Ceta introduce anche un sistema di giustizia privata, il cosiddetto Isds (Investor-state dispute settlement), cioè una forma di risoluzione privata delle controversie tra investitore e Stato. Attraverso questo sistema le multinazionali potranno adire organismi di giustizia privata sovranazionali al fine di redimere le controversie con quegli Stati che intendessero rispettare le proprie disposizioni a tutela – ad esempio – della salute e del lavoro. Il Ceta, già approvato dal Parlamento europeo pochi mesi fa, dovrà essere ora ratificato da ciascuno Stato membro a seconda delle procedure costituzionali. In cambio chissà di quale incarico o beneficio (magari successivo all’attività politica), quanti parlamentari consentiranno a un trattato non certo privo di rischi e incognite? E chi si permetterà di alzare la voce non troverà nello Stato un amico a difesa dei diritti fondamentali sanciti nelle Costituzioni nazionali. Nel frattempo, l’informazione sonnecchia. Del Ceta, infatti, nessuno sa praticamente nulla. Con questo trattato non è eccessivo affermare che gli stati sono definitivamente morti. I burocrati di Bruxelles continuano la loro opera distruttiva nei confronti delle Costituzioni nazionali, quindi della libertà, dei diritti fondamentali e della democrazia. E i nostri parlamentari danno spesso l’impressione di eseguire acriticamente un andazzo internazionale che si presume ineluttabile e intrinsecamente giusto. La situazione appare davvero drammatica per la stessa democrazia: un Parlamento eletto con meccanismi elettorali dichiarati incostituzionali, in grave e palese alterazione dei principi di rappresentatività democratica (Corte costituzionale, sentenza n.1/2014; Corte di Cassazione, sentenza n. 8878/2014), sembra continuare indisturbato la sua opera potenzialmente distruttiva della Costituzione. Ius soli e Ceta sono gli ultimi colpi di coda di un Parlamento privo di legittimazione. In nome di chi o di cosa agiscono tanti nostri parlamentari? Di certo né in nome del popolo né in nome della Costituzione”.

Giuseppe PALMA

 

Le privatizzazioni c’impoveriranno… articolo di Marco Mori e Giuseppe Palma su “La Verità” di oggi

Qui di seguito un articolo degli avvocati Marco Mori e Giuseppe Palma su “La Verità” di oggi, mercoledì 19 aprile 2017, a pag. 2:

“Le privatizzazioni c’impoveriranno…

Per rispondere alle richieste UE, vanno avanti le cessioni pubbliche. Ma i servizi essenziali in regime di monopolio in mano ai privati fanno aumentare le tariffe”

Dal 5 agosto 2011 l’agenda politica nazionale è priva di ogni autonomia ed indipendenza. Ogni governo, via via imposto al popolo italiano da poteri economici sovranazionali, prosegue l’esecuzione degli ordini inviati dalla BCE, dettati appunto con la storica missiva del 2011. Uno di tali ordini era quello di avviare privatizzazioni su larga scala, consegnare all’ingordigia dei mercati tutte le utility, comprese quelle comunali. Attività in monopolio e a tariffa vincolata, dove il profitto è sempre certo ed il rischio di impresa è completamente azzerato.

Come sempre la situazione di emergenza economica ha annichilito la capacità di ragionamento delle persone e dietro al mantra, folle per uno Stato , del “non ci sono i soldi”, si è accettata l’idea che solo privatizzando si possono ancora erogare i servizi essenziali. Acqua, energia, nettezza urbana, tutto deve essere in mano ai mercati, a discapito dei cittadini.

Come diceva Keynes ormai ci si perde in calcoli così sofisticati da diffidare delle soluzioni più semplici. Così abbiamo dimenticato l’ovvio, ovvero che un servizio essenziale in regime di monopolio, in mano ad un privato, determina tariffe più alte ed una minor qualità della prestazione.

Ovunque si è privatizzato si è verificato esattamente questo. E la ragione è semplice: il pubblico attualmente richiede unicamente che i costi del servizio siano ripagati (anche se uscendo dall’euro potremmo erogarli in deficit per espandere la moneta circolante nell’economia), mentre il privato aggiunge a tutto questo il proprio margine di profitto.

In conseguenza il privato deve ridurre i costi, in particolare quelli del lavoro, ed alzare le tariffe. Solo così i margini sono garantiti. Spesso si urla all’inefficienza del pubblico, una clamorosa sciocchezza priva di dimostrazioni dotate della benché minima validità scientifica. Ma capiamoci, anche fosse, secondo voi la collettività spenderebbe meno assumendo dirigenti che controllino davvero l’operato del personale, oppure garantendo il profitto ad un’azienda privata?

La risposta è ovvia. Controllare costa meno che privatizzare a tutto vantaggio dei cittadini. L’ultima follia in tal senso la stiamo vedendo nella città di Genova. Sarebbe bello se anche lì, dove si sta per privatizzare il servizio di nettezza urbana (proprio in questi giorni è in discussione la fusione tra Amiu ed Iren) leggessero queste osservazioni. Sarebbe bello se si comprendesse il danno che l’operazione porterà e che finalmente un Comune dicesse un sonoro “no” alle demenziali ricette della BCE.

Tra qualche mese, massimo qualche anno, le tariffe aumenteranno e i lavoratori perderanno i diritti, alcuni perderanno anche il posto di lavoro. Queste sono le privatizzazioni e l’utile non viene mai dal cielo…

Del resto, essendo entrati nell’euro, ci siamo castrati di qualsivoglia leva autonoma di politica economica e industriale, svendendo i nostri “gioielli nazionali” attraverso le privatizzazioni, facendo favori alle lobby e alle multinazionali, favorendo quindi il capitale internazionale a scapito dei diritti fondamentali. Se si privatizzano i servizi essenziali, di cui il popolo non può fare a meno (acqua, trasporti, poste, energia, sanità etc…), è ovvio che il privato potrà fare il bello ed il cattivo tempo. Si può vivere senza sanità e trasporti? Certo che no, quindi il cittadino sarà costretto a pagare le tariffe imposte dai privati (che, ricordiamolo, hanno lo scopo di massimizzare il profitto), senza alcuna possibilità di lamentarsi. Questo fenomeno si chiama captive demand, cioè guadagni garantiti a tavolino per i privati (indipendentemente dagli andamenti del mercato) che faranno finta di farsi concorrenza tra di loro mentre si metteranno d’accordo (cartelli sostanziali) per il continuo e graduale aumento delle tariffe, con conseguente aumento dei loro guadagni.

Il tempo ci darà ragione, ma come sempre sarà troppo tardi. A quando un risveglio collettivo?

Marco MORI

Giuseppe PALMA 

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lacostituzioneblog.com

 

 

 

DALLA MONETA UNICA SI PUÒ USCIRE. A DIRLO SONO ADDIRITTURA I TRATTATI EUROPEI. MARIO DRAGHI HA MENTITO! (articolo di Giuseppe PALMA su La Verità di oggi 19/2)

Dalla moneta unica si esce. A dirlo sono i trattati Ue 
di GIUSEPPE PALMA Avvocato costituzionalista 
articolo pubblicato su “La Verità” del 19/2/2017
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Mario Draghi, presidente della Bce (Banca centrale eu ropea), dopo che cinque anni fa aveva sentenziato che l’euro è irreversibile, a fine gennaio di quest‘anno ha cambiato idea affermando che dall‘euro si può uscire, purché si paghino i saldi relativi al target 2 (circa 357 miliardi di euro), ma successivamente – cioè pochi giorni fa – ha fatto nuovamente marcia indietro affermando che, secondo quanto previsto dai trattati europei, l‘euro e irrevocabile. Insomma, un po’ di confusione tipica di chi non fa gli interessi dei popoli ma esclusivamente quelli del capitale internazionale, tradendo e calpestando i principi fondamentali cui si fondano le Costituzioni nazionali degli Stati che hanno aderito alla moneta unica. Ma una volta per tutte sfatiamo ogni dubbio e ripristiniamo la verità: dall‘euro si può uscire! E a dircelo sono addirittura i trattati europei.
Cio detto, alcuni sostengono che se da un lato i trattati dell’Ue prevedono espressamente il diritto di recesso dall‘Unione europea da parte di ciascuno degli Stati membri (articolo 50 del Tue, il trattato sull’Unione europea), dall’altro non contemplano invece la facolta di recesso dall’unione monetaria. È totalmente falso! A parte il fatto che è possibile uscire unilateralmente dall’euro per decreto, cioè un atto di imperio del governo italiano, quindi – stando agli strumenti giuridici attuali – un decreto legge adottato dall’esecutivo facendo leva sui casi straordinari di necessità e d’urgenza previsti dal secondo comma dell‘articolo 77 della Costituzione (applicando, nell’interesse nazionale, il principio della lex monetae), che le Camere devono convertire in legge nel termine perentorio di 60 giorni (ma sarebbe politicamente opportuno se la conversione avvenisse nel più breve tempo possibile). Ma è altresì possibile uscire dall’euro attraverso l’applicazione di due disposizioni previste addirittura dai trattati europei, le quali consentirebbero l’uscita dall’unione monetaria restando nell’Unione europea. Si tratta degli articoli 139 e 140 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea – Tfue (rubricati al capo 5 – Disposizioni transitorie), i quali prevedono la distinzione tra Stati «la cui moneta è l’euro» e Stati in deroga (cioe appartenenti all’Ue ma non aderenti alla moneta unica), non escludendo la possibilità per ciascuno degli Stati «la cui moneta è l’euro» di tornare allo status di Stato in deroga (in tal casole predette norme andrebbero comunque lette in parallelo con la convenzione di Vienna).
La circostanza di appartenere all’euro è considerata – secondo i trattati europei – come premiale e migliorativa rispetto alla mera appartenenza all’Ue, tant’è che per aderire all’euro è richiesto a ciascuno Stato che ne faccia richiesta il rigoroso rispetto di alcuni parametri economici e finanziari.
Ciò detto, non si comprende per quale strano meccanismo giuridico uno Stato che ha aderito all’euro (Stati «la cui moneta è l’euro») non possa tornare allo status giuridico antecedente all’adesione, essendo sufficiente perché ciò accada il mancato rispetto da parte di ciascuno Stato dell’Eurozona di determinati parametri necessari all’adesione o alla permanenza nell’unione monetaria. Del resto, come ha evidenziato Giuseppe Guarino (oggl novantacinquenne), non e possibile – da un punto di vista giuridico – privare un qualsiasi contraente (sia in campo privatistico che pubblicistica) del diritto di recesso: non consentire a uno Stato «la cui moneta è l’euro» di tornare allo status antecedente all’adesione rappresenterebbe una gravissima violazione sia del suo ordinamento giuridico interno, che delle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute. Nella storia, ogni volta che si è detto che una cosa non si poteva fare o era irreversibile, inevitabilmente è accaduto l’esatto contrario. Anche Adolf Hitler diceva che il nazismo era irrevocabile, eppure… Del resto, non si com prende per quale strano motivo non sia possibile, per uno Stato libero e sovrano, cambiare legittimamente idea e decidere di abbandonare la moneta unica nel proprio interesse nazionale. Ma cos’è l’euro? Una gabbia di ferro? Un lager per cui è tassativamente vietato uscire? O la verità sta nel fatto che non siamo piu uno Stato, ne libero né sovrano?
Avv. Giuseppe PALMA 
articolo pubblicato su “La Verità” il 19/2/2017

IL PAREGGIO DI BILANCIO IN COSTITUZIONE RENDE L’ITALIA SCHIAVA DI BRUXELLES (articolo di Giuseppe PALMA pubblicato su LA VERITA’ il 29 gennaio 2017)

Ripropongo qui di seguito il mio articolo dal titolo “Il pareggio di bilancio in Costituzione rende l’Italia schiava di Bruxelles“, pubblicato sul quotidiano “La Verità” il 29 gennaio 2017 (in seconda pagina) – Giuseppe PALMA:

IL PAREGGIO DI BILANCIO IN COSTITUZIONE RENDE L’ITALIA SCHIAVA DI BRUXELLES

(articolo di Giuseppe PALMA pubblicato su LA VERITA’ il 29 gennaio 2017)

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È il 2 marzo 2012: 25 Stati dell’Ue sottoscrivono il «Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria» (meglio conosciuto come fiscal compact), il quale prevede che gli Stati firmatari si impegnino al perseguimento del pareggio di bilancio. L’Italia, unica tra i 25, provvede addirittura a inserirlo in Costituzione. E lo fa, in seconda votazione (la procedura di revisione costituzionale ebbe inizio già nel 2011). con una maggioranza dei 2/3 dei componenti di Camera e Senato, in modo tale da evitare il referendum popolare confermativo previsto dall’articolo 138 della Costituzione. Ma cos’è il pareggio di bilancio? È l‘obbligo per lo Stato di incassare in misura equivalente a quanto spende, lasciando zero ricchezza ai Cittadini. Se addirittura anche i Trattati europei prevedono la possibilità di indebitamento nella misura del 3% del rapporto defìcit/pil, il vincolo del pareggio di bilancio impone invece zero spesa a deficit. Ma perché questo?

Perché castrarci per i prossimi decenni di qualsiasi politica economica che favorisca cittadini e imprese? La risposta è nel funzionamento della moneta unica: l‘euro è una moneta fiat, cioè creata dal nulla dalla Bce, ma non è destinata ai governi, bensi alle riserve dei mercati dei capitali privati (banche private, assicurazioni). Tutti e 19 gli Stati dell‘eurozona, avendo perso sovranità monetaria, sono quindi costretti ad andarsi a cercare la moneta, e possono farlo solo in tre modi: 1) andandola a chiedere in prestito ai mercati dei capitali privati, ai quali va restituita con gli interessi (per cui avere un bilancio statale in pareggio favorisce l’abbassamento dei tassi d‘interesse sui Titoli di Stato collocati sul mercato primario): 2) estorcendola a cittadini e imprese attraverso l‘aumento delle tasse, i tagli selvaggi alle voci di spesa pubblica più sensibili (come ad esempio sanità, pensioni, giustizia, sicurezza e istruzione) e l‘inasprimento dei sistemi di accertamento fiscale che trasformano uno Stato democratico in uno Stato giacobino di polizia tributaria ; 3) favorendo l‘ingresso di capitali esteri attraverso l’aumento delle esportazioni, ma, non potendo gli aggiustamenti in termini di competitività avvenire sul cambio (essendo l’euro un accordo di cambi fissi), avvengono sul lavoro attraverso il taglio dei salari e la contrazione delle garanzie contrattuali e di legge in favore del lavoratore. Capite adesso perché occorre fare pareggio di bilancio? Del resto, ad ammetterlo è addirittura l‘attuale ministro della giustizia Andrea Orlando, del partito democratico, il quale durante la Versiliana il 3 settembre dello scorso anno (cioè appena quattro mesi fa) ammise spudoratamente che: «Noi stiamo vivendo un enorme conflitto tra democrazia ed economia. Oggi, sostanzialmente, i poteri sovranazionali sono in grado di bypassare completamente le democrazie nazionali (…). Faccio un esempio: la modifica della Costituzione per quanto riguarda il tema dell‘obbligo del pareggio di bilancio, non fu il frutto diuna discussione nel Paese; fu il frutto del fatto che, a un certo punto, la banca centrale europea fece capire: «o mettete questa clausola nella vostra Costituzione, o altrimenti chiudiamo i rubinetti».lo devo dire che è una delle scelte di cui mi vergogno di più (…)». Occorre aggiungere altro? Credo proprio di no. Il pareggio di bilancio serve unicamente alle finalità criminali dell’euro, a scapito dei diritti fondamentali e della democrazia costituzionale.

L’euro non è solo una moneta, ma uno strumento di governo a servizio del capitale internazionale che scarica violentemente le sue finalità sui principi inderogabili cui trova fondamento la Costituzione primigenia.

Avv. Giuseppe PALMA

articolo pubblicato sul quotidiano “La Verità” il 29 gennaio 2017

 

Tesoro-Bankitalia, un divorzio che stiamo ancora pagando caro (articolo pubblicato su LA VERITA’ l’11 febbraio 2017 – di Giuseppe PALMA e Ilaria BIFARINI)

Riporto qui di seguito l’articolo pubblicato sul quotidiano “La Verità” l’11 febbraio 2017, a firma mia e della dott.ssa Ilaria Bifarini, dal titolo: “Tesoro-Bankitalia, un divorzio che stiamo ancora pagando caro“:

Tesoro-Bankitalia, un divorzio che stiamo ancora pagando caro (articolo pubblicato su LA VERITA’ l’11 febbraio 2017 – di Giuseppe PALMA e Ilaria BIFARINI)

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In soli quindici anni dal suo avvio è costato agli italiani oltre mille miliardi di euro, per poi continuare a gravare sulla nostra economia fino a soffocarla: è il divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro, avvenuto nel 1981 per volere dell’allora ministro Beniamino Andreatta. Con un atto quasi univoco, cioè una semplice corrispondenza epistolare con l’allora Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, Andreatta mise fine alla possibilità del governo di finanziare monetariamente il disavanzo.

Venne infatti rimosso l’obbligo vigente da parte di Palazzo Koch di acquistare i Titoli di Stato emessi sul mercato primario (cioè quelli collocati mensilmente dal Tesoro), che aveva consentito fino ad allora al nostro Paese di tenere sotto controllo il debito pubblico. Perso questo strumento di sovranità monetaria, anticipando quanto sarebbe avvenuto successivamente con l’ingresso nell’Unione Monetaria, l’Italia per finanziare la propria spesa dovette iniziare ad attingere ai mercati finanziari privati, con tassi d’interesse di tutt’altra entità rispetto a quelli garantiti in precedenza. Gli effetti furono immediati: sempre ragionando in euro i 142 miliardi di debito del 1981 (58% del Pil) dopo tre anni erano raddoppiati; dopo quattro, triplicati (429 miliardi), superando quota 1000 nel 1994, pari al 121% del Pil.

Ma cosa spinse Andreatta a questa scellerata decisione? Come raccontò lui stesso dieci anni dopo in una lettera pubblicata sul Sole 24 Ore, questo stravolgimento strutturale era necessario per salvaguardare i rapporti tra Unione Europea e Italia. Ad essere in pericolo era infatti la partecipazione del nostro Paese all’interno dello Sme, ossia l’accordo precursore del sistema Euro, basato sulla parità di cambio prefissata tra i Paesi europei aderenti, seppur con una possibilità di fluttuazione minima: “L’imperativo – spiegò l’ex ministro – era cambiare il regime della politica economica e lo dovevo fare in una compagine ministeriale in cui non avevo alleati, ma colleghi ossessionati dall’ ideologia della crescita a ogni costo, sostenuta da bassi tassi di interesse reali e da un cambio debole”. Pare dunque evidente che sia Andreatta che Ciampi abbiano agito non nel rispetto dei principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale, bensì eseguendo ordini sovranazionali di indicibile matrice.

Il nemico da abbattere, nell’ottica di Andreatta, era quindi l’inflazione e gli stessi strumenti economici adatti a contenerla: dalla flessibilità di cambio, che con gli accordi europei sarebbe stata definitivamente abolita, ai meccanismi di adeguamento salariale, come la scala mobile, il cui rafforzamento è definito dallo stesso Andreatta come “demenziale”. Peccato che il titolare di via XX Settembre ignorasse i benefici evidenti e riconosciuti dal mondo economico che un tasso di inflazione elevato riflette sul debito pubblico, in quanto capace di ridurne il valore in termini reali!

Ad aggravare la situazione ci pensarono i nostri politici nel 1992 quando decisero di aderire al Trattato di Maastricht, che imponeva alla nostra economia il rispetto di parametri- capestro, tra i quali proprio la contrazione del debito pubblico. Questo diverrà lo spauracchio in grado di giustificare le politiche dissennate di privatizzazioni e svendita a capitali privati e stranieri di asset pubblici strategici, avvenuta proprio in quei decenni: tutto ciò rappresenta – occorre sottolinearlo – un tradimento della Costituzione.

Il colpo di grazia sarà l’introduzione dell’Euro: senza una banca centrale che funga da prestatrice illimitata di ultima istanza – la BCE per suo statuto, non lo è -, l’Italia si è sottomessa ai diktat di Bruxelles, che impongono autisticamente una folle politica di austerity fatta di tagli alle voci di spesa pubblica più sensibili (sanità, istruzione e pensioni), aumento della tassazione e inasprimento dei sistemi di accertamento fiscale. Ma le lacrime e il sangue degli italiani non possono bastare a risanare un debito pubblico che, tramite la capitalizzazione degli interessi, erode l’attivo di bilancio e deprime ogni possibilità di ritorno alla crescita.

Malgrado la fama di paese amante della spesa sconsiderata, che vive al disopra delle proprie possibilità, sin dagli inizi degli anni Novanta l’Italia continua a generare avanzo primario. Critiche e accuse deviano l’opinione pubblica dal vero problema -costituito dalla moneta unica, dal divorzio Bankitalia-Tesoro e dai parametri europei – proponendo uno specchietto per le allodole costruito sulla triade “casta/cricca/corruzione”. Così gli economisti di regime omettono di dire che il deficit annuale sul quale l’Italia viene costantemente bacchettata dai burocrati di Bruxelles è dovuto agli interessi passivi, e nulla c’entrano la spesa pubblica (inferiore a quella francese, ad esempio) e la corruzione.

Avv. Giuseppe PALMA

articolo pubblicato su “La Verità” l’11 febbraio 2017