L’Euro è divisivo, per questo finirà per sparire (di Giuseppe PALMA e Cristiano MANFRE’ su LA VERITÀ di oggi)

Il mio articolo, scritto a quattro mani con il prof. Cristiano Manfre’ dell’Università di Los Angeles (docente di economia), pubblicato su La Verità di oggi a pagina 11, dal titolo: “L’Euro è divisivo, per questo finirà per sparire”…

Nel titolo c’è scritto “diviso” al posto di “divisivo”, ma si tratta di un refuso al momento della stampa del quotidiano:

Avv. Giuseppe PALMA 

 

La Legge n. 400/1988 vieterebbe l’uscita dall’euro attraverso lo strumento del decreto legge? Assolutamente NO! (di Giuseppe PALMA)

Ho già scritto, sia su questo blog che sui quotidiani nazionali, che l’uscita dell’Italia dall’euro potrebbe avvenire attraverso lo strumento del decreto legge di cui all’art. 77 della Costituzione, da convertirsi in legge secondo termini e modalità previsti dal dettato costituzionale.

Chi volesse approfondire l’argomento potrà leggere questi miei articoli:

§§§

Ciò premesso, un docente universitario di diritto costituzionale mi ha contestato la circostanza secondo la quale la Legge n. 400/1988 vieterebbe la soluzione del decreto legge circa l’eventuale uscita dell’Italia dall’euro.

Trattasi – a mio parere – di una contestazione infondata in punto di diritto, e spiego il perché:

  1. l’art. 15 della Legge n. 400/1988 prescrive (tra gli altri limiti) che il Governo non possa – mediante decreto legge – provvedere nelle materie indicate dall’art. 72, comma quarto, della Costituzione, vale a dire: “La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi”;
  2. Bene. Tale professore mi contestava il fatto che, in materia di autorizzazione alla ratifica dei Trattati internazionali, non solo è prevista – per via costituzionale – la procedura normale di esame e di approvazione da parte delle Camere, ma che l’autorizzazione alla ratifica non possa avvenire – anche per espressa previsione dell’art. 15 della Legge n. 400/1988 – attraverso lo strumento del decreto legge;
  3. E fin qui tutto giusto, infatti non v’è nulla di nuovo. Non c’era tuttavia bisogno che me lo dicesse lui. Ma tale illustre accademico estendeva arbitrariamente l’applicabilità della disposizione di cui all’art. 15 della Legge n. 400/1988 anche all’ipotesi di uscita dall’Unione Monetaria, essendo stata la moneta unica europea introdotta con una previsione inserita nel Trattato di Maastricht;
  4. E qui il professore sbaglia. E’ certamente vero che il Trattato di Maastricht prevedeva – in tre distinte fasi – l’adozione della moneta unica europea, ma è altrettanto vero che l’euro, come sostenuto dal ben più illustre prof. Giuseppe Guarino (il quale gode – dal punto di vista accademico – di una qualche credibilità in più rispetto al nostro personaggio), fu introdotto con Regolamento comunitario n. 1466/1997 (che Guarino stesso definisce espressamente come “colpo di Stato”);
  5. Ciò detto, senza entrare nel merito delle argomentazioni del Guarino – che certamente sono condivisibili e validissime – mi limito ad osservare che l’art. 15 della Legge n. 400/1988 prevede semplicemente il divieto di adottare decreti legge in materia di AUTORIZZAZIONE alla RATIFICA dei Trattati internazionali (richiamando espressamente il quarto comma dell’art. 72 della Costituzione);
  6. Prima di entrare nel merito occorre tuttavia ricordare che, nel caso di recesso dall’Unione Europea, l’art. 50 del TUE prevede che ciò possa avvenire attraverso una semplice comunicazione che il Governo dello Stato recedente invia al Consiglio europeo, senza neppure fornirne una motivazione ma tenendo conto soltanto del mero rispetto delle disposizioni costituzionali;
  7. Alla luce di quanto sopra, l’art. 15 della Legge n. 400/1988 vieta l’adozione dello strumento del decreto legge (oltre agli altri casi previsti dalla disposizione medesima) in materia di AUTORIZZAZIONE alla RATIFICA dei Trattati internazionali (richiamando espressamente l’intera norma di cui al quarto comma dell’art. 72 della Costituzione), quindi in ordine alla fattispecie specifica prevista dall’art. 80 della Costituzione: “Le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali che sono di natura politica, o prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari, o importano variazioni del territorio od oneri alle finanze o modificazioni di leggi”;
  8. Ciò detto, nulla vieterebbe al Governo – sussistendo nel caso di un’eventuale uscita dell’Italia dall’euro i requisiti di straordinaria necessità ed urgenza di cui al secondo comma dell’art. 77 della Costituzione (si tratterebbe del ripristino della sovranità monetaria nell’interesse supremo dello Stato di salvaguardare e tutelare i principi inderogabili della Costituzione primigenia) – di adottare un decreto legge che preveda l’abbandono dell’eurozona in quanto NON trattasi affatto della fattispecie specifica di autorizzazione alla ratifica dei Trattati internazionali cui l’art. 15 della Legge n. 400/88 fa espressa menzione (richiamando il quarto comma dell’art. 72 della Costituzione) in merito al divieto di adozione dello strumento del decreto legge;
  9. In ogni caso, qualora l’art. 15 della Legge n. 400/1988 costituisse davvero un problema circa l’utilizzabilità dello strumento del decreto legge allo scopo di uscire dall’euro, il predetto problema sarebbe facilmente superato – trattandosi di legge ordinaria – con nuova legge ordinaria che abroghi la limitazione specifica prevista dall’art. 15 (lex posterior derogat priori).

Con buona pace dei professoroni di regime!

Avv. Giuseppe PALMA

 

 

Euro: ciò che “giornalai” ed economisti di regime non vi diranno mai (di Giuseppe PALMA)

 

Euro: ciò che “giornalai” ed economisti di regime non vi diranno mai

(di Giuseppe PALMA)

L’Unione “si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale […]” (art. 3 TUE). E’ il solito sistema orwelliano: belle parole, talvolta affascinanti, ma con “pillola avvelenata”: l’UE tenderebbe dunque a raggiungere addirittura la piena occupazione, ma in una cornice capestro rappresentata dalla stabilità dei prezzi e da un’economia sociale di mercato (?) fortemente competitiva. Ciò significa che la piena occupazione può raggiungersi solo sul terreno della competitività. E il grimaldello è dato proprio dalla moneta unica: l’euro è un accordo di cambi fissi, quindi, per poter essere competitivi, non essendo più possibile intervenire sul cambio occorre intervenire sul lavoro attraverso la riduzione dei salari e la contrazione dei diritti dei lavoratori. In pratica il peso della competitività, non essendo più possibile scaricarlo sulla moneta, lo si scarica sul lavoro!

In passato l’Italia ha più volte fatto leva sulle cosiddette svalutazioni competitive, cioè svalutava la moneta (soprattutto nei confronti del marco, essendo la Germania il nostro maggior competitor nell’export) allo scopo di abbassare i prezzi delle merci da esportare, senza infierire né sui salari né sui diritti. E ciò a vantaggio sia dell’impresa (che continuava a vendere) che dei lavoratori (che non perdevano il posto di lavoro e non si vedevano smantellare i diritti).

Con la perdita della sovranità monetaria, oltre ad esserci castrati della possibilità di intervenire sul cambio, abbiamo rinunciato anche a stampare moneta. Cosa vuol dire? L’euro è una moneta fiat, cioè creata dal nulla dalla BCE (più precisamente dalle banche centrali di ciascuno Stato appartenenti al SEBC), ma non è destinata ai Governi, bensì alle riserve dei mercati dei capitali privati (es. banche private e assicurazioni). Ciascuno Stato dell’eurozona è quindi costretto ad andarsi a cercare la moneta. In che modo? Chiedendola in prestito ai mercati dei capitali privati (che applicano tassi di interesse commisurati all’affidabilità finanziaria di ciascuno Stato a poterla restituire) e/o estorcendola a cittadini e imprese attraverso l’aumento delle tasse, l’inasprimento dei sistemi di accertamento fiscale e i tagli selvaggi alle voci di spesa pubblica più sensibili come sanità e pensioni. E il debito pubblico, che negli Stati a moneta sovrana con una banca centrale che funge da prestatrice di ultima istanza non rappresenta alcun problema, nell’eurozona è diventato un macigno che mette a repentaglio finanche il patto sociale! Il tutto aggravato dal fatto che la BCE – per statuto – non può garantire i debiti pubblici di nessuno degli Stati della zona euro. Il Quantitative Easing di Draghi, che da un lato ha svalutato l’euro sul dollaro rendendo maggiormente competitiva l’intera eurozona in una comparazione globale ma non l’Italia nei confronti della Germania, dall’altro sta provvedendo ad “acquistare” i Titoli di Stato sul mercato secondario (cioè quelli già in circolazione) e non sul mercato primario (battuti mensilmente dal Tesoro e che incidono direttamente sulla finanza pubblica), quindi tutte le criticità connesse al debito pubblico restano!

Con buona pace degli intellettuali salariati!

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Avv. Giuseppe PALMA

articolo di Giuseppe Palma pubblicato su “Il Giornale d’Italia” l’11 ottobre 2016: http://www.ilgiornaleditalia.org/news/economia/881801/-uro–cio-che-giornalai.html

 

 

L’EURO E’ INCOSTITUZIONALE: la moneta unica NON è conforme all’art. 117 della Costituzione (di Giuseppe PALMA)

 

Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie: […] e) moneta […]”

art. 117 secondo comma lettera e) della Costituzione

***

L’Euro, come ho avuto modo di dimostrare più volte, essendo un accordo di cambi fissi impedisce di scaricare il peso della competitività sulla moneta, spostandolo interamente sul lavoro, quindi sui salari e sulle garanzie contrattuali e di legge in favore del lavoratore.

Ciò collide aspramente, ma non è una novità, sia con i principi fondamentali rubricati agli artt. 1 e 4 della Costituzione, sia con la relativa specificazione di cui alle disposizioni costituzionali che vanno dall’art. 35 all’art. 40 (Parte Prima della Carta).

Ma v’è di più, molto di più; qualcosa di più profondo che attiene addirittura all’esercizio della potestà legislativa da parte dello Stato.

Se si legge l’art. 117 della Costituzione vigente, introdotto con la revisione costituzionale del 2001, esso attribuisce allo Stato la legislazione esclusiva sulla moneta [lettera e) del medesimo articolo, secondo comma], quindi, per poter derogare la sovranità monetaria ad altri organismi che non fossero lo Stato italiano, occorreva quanto meno una legge costituzionale, cioè una legge che – nella scala gerarchica delle fonti del diritto – si colloca un gradino al di sotto della Costituzione ma comunque due gradini al di sopra delle leggi ordinarie e un gradino sopra i regolamenti comunitari.

Ciò detto, la moneta unica europea è stata introdotta dapprima con una previsione, attraverso tre diverse fasi, del Trattato di Maastricht, poi con un regolamento comunitario (Reg. n. 1466/97), cioè un “atto giuridico” dell’Unione che produce effetti direttamente vincolanti per gli Stati membri senza la necessità di un atto di recepimento da parte dei Parlamenti nazionali.

Occorre a questo punto precisare che l’autorizzazione alla ratifica dei Trattati internazionali (nel caso di specie il Trattato di Maastricht), avviene attraverso leggi ordinarie, le quali si pongono – nella scala gerarchica delle fonti – su di un livello inferiore sia alla Costituzione che alle leggi costituzionali.

Stesso discorso dicasi per i regolamenti UE, i quali, pur ponendosi al di sopra delle leggi ordinarie, sono comunque al di sotto sia della Costituzione che delle leggi costituzionali.

Ergo, la fattibilità costituzionale di derogare la sovranità monetaria ad un qualsiasi organismo che non fosse lo Stato italiano, non poteva prescindere da un passaggio legislativo “rafforzato” – così come rigidamente prescritto dall’art. 138 della Costituzione – che derogasse appunto alla lettera e) dell’art. 117 secondo comma Cost.

Passaggio che non è avvenuto, infatti l’Euro è stato poi addirittura lanciato sui mercati con regolamento comunitario, il quale, lo ripeto per chi fa finta di non capire, è posto su di un gradino inferiore rispetto alla Costituzione e alle leggi costituzionali.

E se anche si volesse collegare la cessione della sovranità monetaria (atto di per sé illegittimo) alle tre distinte fasi previste dal Trattato di Maastricht, essendo i Trattati internazionali ratificati a seguito di autorizzazione adottata con legge ordinaria, questa – ponendosi al di sotto sia delle leggi costituzionali che della Costituzione – non è idonea a derogare a quanto previsto dalla lettera e) dell’art. 117 comma secondo della Costituzione.

Se poi qualcuno volesse obiettare che nel 1992 (Maastricht) e nel 1997 (regolamento comunitario sopra citato), non vigesse l’attuale formulazione dell’art. 117 Cost., ricordo che all’epoca tutti gonfiarono il petto facendo ricorso improprio all’art. 11 della Costituzione, dimenticando tuttavia di dire che, come si evince molto chiaramente dai verbali dei lavori preparatori dell’Assemblea Costituente, le limitazioni di sovranità nazionale – in condizioni di reciprocità con gli altri Stati e nei confronti di organismi sovranazionali che garantissero la pace e la giustizia tra le Nazioni – si riferivano esclusivamente all’Onu e non ad altre tipologie di organismi sovranazionali a divenire (vedesi l’UE), né tanto meno alla rinuncia della sovranità monetaria, la quale, rientrando nel più vasto concetto di sovranità dello Stato, è da considerarsi certamente inderogabile. 

Ciò detto, la potestà dello Stato sulla moneta è – con buona pace degli stenografi di regime – ESCLUSIVA, quindi NON DEROGABILE!

Tutto ciò dimostrato, e considerato altresì che la moneta unica è entrata materialmente in circolazione il 1° gennaio 2002 (quindi dopo il referendum popolare confermativo sulla revisione costituzionale del 2001 che ha introdotto la vigente formulazione dell’art. 117 Cost., che ebbe esito positivo), concludo con l’affermazione che l’Euro è palesemente incostituzionale!

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Avv. Giuseppe PALMA

articolo di Giuseppe Palma pubblicato su AbruzzoWeb il 16 gennaio 2017: http://www.abruzzoweb.it/contenuti/-vi-spiego-l-incostituzionalita-dell-euro-il-giurista-anti-ue-e-lo-stato-che-conta-/617627-4/

 

L’EURO CI STA DISTRUGGENDO: Giuseppe PALMA spiega in TV le criticità della moneta unica (video)

L’EURO CI STA DISTRUGGENDO

Riporto qui di seguito un video di pochi minuti, registrato durante una puntata della trasmissione televisiva “Linea d’Ombra” su Telenova (anno 2016), con il quale spiego in breve i gravi aspetti di criticità dell’EURO:

Avv. Giuseppe PALMA

 

UN PIANO GIURIDICO PER USCIRE DALL’EURO (dossier di Giuseppe PALMA)

 

UN PIANO GIURIDICO PER USCIRE DALL’EURO (dossier di Giuseppe PALMA)

Qui di seguito un mio dossier con il quale presento il mio PIANO GIURIDICO PER USCIRE DALL’EURO.

Dopo una breve premessa su cos’è la moneta unica e come funziona, quindi sul rapporto tra euro e lavoro, elaboro quelli che potrebbero essere gli strumenti giuridici idonei – da applicarsi nell’interesse nazionale – per uscire dall’euro.

Il dossier è redatto con un linguaggio comprensibile a tutti (all’interno vi sono anche schemi e tabelle) e può costituire uno strumento giuridico molto utile per coloro che si troveranno – presto o tardi – alle prese con la decisione/gestione dell’uscita dell’Italia dalla moneta unica.

La parte del dossier riguardante il piano giuridico di uscita dall’euro è la seconda (Capitolo II).

Per consultare l’intero dossier (disponibile in PDF e già pubblicato su “Itinerari costituzionali” il 31 gennaio 2017) è possibile cliccare uno dei link sottostanti:

Avv. Giuseppe PALMA

 

DALL’EURO SI PUO’ USCIRE. ANCHE ADESSO (di Giuseppe PALMA)

DALL’EURO SI PUO’ USCIRE. ANCHE ADESSO (di Giuseppe PALMA)

Va anzitutto scartata l’ipotesi referendaria. A parte l’impraticabilità giuridica di indire referendum abrogativi sulla moneta oltre a qualsiasi tipo di referendum consultivo (in quest’ultimo caso occorrerebbe una legge costituzionale ad hoc), dal punto di vista politico sarebbe un vero e proprio boomerang: sia perché durante la campagna elettorale, avendo come Paese perso sovranità monetaria, saremmo sotto continuo attacco dei mercati finanziari e della BCE, sia perché – a causa di tale offensiva – il popolo sarebbe spinto a votare in favore della permanenza nell’eurozona, legittimando così il crimine.

Dall’euro, se questo non implodesse prima, si esce con decreto legge facendo leva sui casi straordinari di necessità e d’urgenza di cui al secondo comma dell’art. 77 della Costituzione, che il Parlamento dovrebbe convertire in legge nei successivi sessanta giorni (anche se, in pratica, tale conversione sarebbe meglio se avvenisse nell’arco di brevissimo tempo). Con il decreto di uscita, oltre ad introdurre la nuova moneta nazionale (che potrà chiamarsi in qualsiasi modo, come ad esempio “Nuova Lira”), si dovrà provvedere sia a fissare il tasso di conversione “uno a uno” tra nuova moneta nazionale ed euro (il tasso di cambio verrà invece di volta in vota stabilito dal mercato), sia a convertire il nostro debito pubblico in Nuova Lira. A tal proposito occorre ricordare che il nostro debito pubblico, benché espresso in euro, è per circa il 96% del suo ammontare regolato ancora da giurisdizione nazionale.

Ciò premesso, nel caso in cui implodesse prima l’Eurozona, troverebbe applicazione l’art. 1277 del codice civile, quindi senza particolari problemi nell’attuazione pratica e nelle conseguenze. Se invece ad uscire fosse solo l’Italia (uscita unilaterale) troverebbe applicazione l’art. 1278 del codice civile, che è una iattura, infatti il peso della svalutazione della Nuova Lira inciderebbe negativamente sulla maggior parte dei rapporti di debito e credito fin lì contratti (come ad esempio sui mutui a tasso variabile, che vedrebbero un’impennata connessa alla svalutazione della moneta). Ma attenzione! E’ qui che entra in gioco il primo comma dell’art. 1281 del codice civile, il quale richiama il principio “lex specialis derogat generali” (“la norma speciale deroga quella generale”): cioè il Governo, con quello stesso decreto di uscita (o con decreto immediatamente successivo), dovrebbe necessariamente stabilire che i rapporti di debito e credito espressi in euro debbano essere disciplinati in nuova moneta nazionale al cambio previsto alla data di uscita (il changeover, cioè 1:1), e non a quella del termine di scadenza previsto per il pagamento (che includerebbe, appunto, la svalutazione della “Nuova Lira”). E questo il Governo non potrebbe non farlo, altrimenti provocherebbe un disastro per milioni di cittadini e imprese!

Tutto ciò rientra nel principio della “Lex Monetae”, ma in tv e sui giornaloni non se ne parla.

Giunti a questo punto, la “Nuova Lira” subirebbe una svalutazione di circa il 25-30% rispetto all’euro (cioè la stessa percentuale di svalutazione dell’euro sul dollaro avvenuta a causa del Quantitative Easing), e ciò sarebbe una manna dal cielo per le nostre esportazioni (soprattutto nei confronti del nostro maggior competitor continentale nell’export, che è la Germania), con positive ripercussioni sull’occupazione, che certamente aumenterebbe! Dal quel momento in poi, godendo nuovamente di sovranità monetaria, non saremmo più costretti a scaricare il peso della competitività sul lavoro, potendolo scaricare sulla moneta. A completamento, occorrerebbe inoltre debellare lo scellerato divorzio Tesoro-Banca d’Italia (avvenuto nel 1981), rendendo quest’ultima prestatrice di ultima istanza. Con buona pace dei mentitori seriali di regime.

 Avv. Giuseppe PALMA

mio articolo pubblicato su “Il Giornale d’Italia” il 13 gennaio 2017: