Legge elettorale: il Mattarellum capovolto quale ultima mossa disperata del PD (articolo di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di oggi)

Il Pd sa già di aver perso le elezioni politiche, dopo la batosta che si annuncia alle regionali siciliane. Ma non vuole finire all’opposizione. Per questo cerca tutte le soluzioni possibili per ingarbugliare l’esito del voto impedendo a chiunque, coalizioni comprese, di raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi, tanto alla Camera che al Senato. Ci ha provato prima col rosatellum, poi col tedeschellum e infine ha paventato l’idea di andare a votare con le due leggi elettorali uscite dalla Corte costituzionale, senza alcune armonizzazione.

Quest’ultima soluzione è stata osteggiata da più parti, oltre che dal presidente della Repubblica che, da sempre, invita il Parlamento a legiferare in materia elettorale, omogeneizzando quanto meno le due leggi uscite dalla Consulta. Ma niente da fare. Ed ecco che arriva un altro bel fungo avvelenato, sempre raccolto dal Pd, che propone l’idea di un Mattarellum «capovolto» (o rosatellum corretto), cioè con il 37% dei seggi da attribuirsi col sistema maggioritario secco a turno unico, all’inglese, e ben il 63% col sistema proporzionale a listini bloccati, cioè senza preferenze e senza voto disgiunto ma coni nomi dei candidati espressamente indicati sulla scheda elettorale. Con la novità che la soglia di sbarramento sarebbe del 3% e non del 5%, tanto per accontentare Alfano e cespuglietti centristi vari.

Insieme al fatto che i seggi da attribuirsi con l’uninominale saranno appena poco più di un terzo, sarà proprio la bassa soglia di sbarramento prevista per la quota proporzionale che renderà impossibile, in un sistema tripolare, raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi a nessuno dei contendenti. E ciò creerà quel caos post-elettorale a cui Renzi mira e che rimetterà in gioco il Pd, anche da sconfitto. Bisognerebbe avere il coraggio di bloccare sul nascere questa follia. Se proprio si vuole il Mattarellum si faccia «rivivere» la vecchia legge elettorale, nel caso con qualche ritocco, e si vada a votare con quella. Nessuno solleverà la questione della incostituzionalità di una legge fatta dall’attuale presidente della Repubblica.

Questa storia infinita della legge elettorale dimostra comunque solo una cosa: Renzi con la sconfitta al referendum ha perso la sua battaglia politica e ora sta soltanto cercando di vendere cara la pelle.

di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA su Libero di oggi, 20 settembre 2017 (a pagina 5)

Legge elettorale: Renzi vuole il caos post-elettorale. Al centro-destra serve il listone (articolo di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di oggi)

Chi, come Renato Brunetta, sta aspettando che il Parlamento approvi una nuova legge elettorale, rischia di aspettare Godot, che non arriverà mai. Andremo probabilmente a votare con le due leggi elettorali uscite dalla Consulta, cioè con il Legalicum alla Camera e con il Consultellum al Senato, vale a dire rispettivamente con l’Italicum e il Porcellum così come smembrati dalla Corte costituzionale con sentenze numm. 35/2017 e 1/2014.

E ciò non è per caso. Il Partito democratico ha già messo in conto di subire una sonora batosta elettorale. Renzi sa benissimo che, se si andasse a votare con un sistema maggioritario, sarebbe fuori dai giochi. Se invece si andasse a votare con un sistema proporzionale, il Pd – pur perdendo le elezioni – potrebbe ancora dire la sua entrando a far parte di una coalizione di governo post-elettorale guidata da un nuovo “Monti”, cioè da un esecutore qualunque delle volontà di Bruxelles.

Le due leggi elettorali uscite dalla Consulta consentirebbero infatti al Pd di rimanere in gioco anche da perdente. È pur vero che il Legalicum prevede l’assegnazione di un premio di maggioranza alla Camera consistente nell’attribuzione del 54% dei seggi alla lista che ottiene almeno il 40% dei voti, ma è anche vero che una soglia così alta è proibitiva per chiunque. E anche se un’eventuale listone di centro-destra potesse raggiungerla, lo stallo si potrebbe verificare al Senato, dove il Consultellum non prevede alcun premio di maggioranza. Ci vorrebbe poco ad estendere il premio anche al Senato, ma non è detto che questo avvenga. Renzi mira a creare il caos post-elettorale e queste due leggi sono in grado di consentirglielo. Però non tutto è perso. Vediamo perché.

Il centro-destra potrebbe formare un listone unitario alla Camera (in modo da tentare di raggiungere il 40%) e correre in coalizione – ciascuno con la propria lista – al Senato, in modo da raggiungere percentuali alte al Nord (in Lombardia, Veneto e Piemonte la coalizione di centro-destra dovrebbe ottenere più del 50% dei voti in ciascuna Regione), vincere seppur di misura nella maggior parte delle Regioni del Centro-Sud (ottenendo ottime affermazioni in Puglia, Lazio, Campania, Abruzzo e Sicilia), e tentare così di conquistare almeno 159 seggi a Palazzo Madama, ai quali se ne aggiungerebbero un paio dalle circoscrizioni estero, raggiungendo così la fatidica quota 161, cioè la maggioranza assoluta dei seggi. Impresa difficile da realizzare, ma non del tutto impossibile.

La situazione sarebbe invece proibitiva per il M5s. Anche perché i pentastellati non faranno alleanze pre-elettorali con nessuno e quindi diventa per loro comunque impossibile riuscire ad ottenere la maggioranza assoluta al Senato. E stesso discorso dicasi alla Camera. Tuttavia, non fare alleanze prima non significa non farle dopo ed anzi è molto probabile che se il M5s dovesse, in assenza di listone del centro-destra, risultare il primo partito, il Capo dello Stato dovrà comunque dare l’incarico a Di Maio, il quale si metterà d’accordo con il Pd o con la Lega. Basta intendersi sul reddito di cittadinanza e il gioco è fatto. Insomma il listone potrebbe essere anche utile per evitare alcuni giochetti post-elettorali.

Il listone, però, alla Camera potrebbe scontentare Salvini nei voti di preferenza, dove Forza Italia la farebbe da padrona al Centro-Sud. Per riequilibrare i rapporti di forza Salvini dovrebbe chiedere di inserire nel listone unitario la maggior parte dei candidati leghisti al Nord. In tal modo la Lega non si vedrebbe superata – su base nazionale – dai candidati di Forza Italia. Ciò non vuol certo dire che la Lega non debba presentare i suoi candidati al Centro-Sud all’interno del listone (in tal caso i nominativi dei candidati di “Noi con Salvini”), ma realisticamente non sono questi che gli consentiranno di avere un alto numero di seggi a Montecitorio. Per quanto riguarda invece la suddivisione dei capilista bloccati alla Camera, Forza Italia e Lega dovrebbero dividerseli in egual misura (si parlava del 37% ciascuno, lasciando il resto a Fdi e altri alleati), in modo da non creare gli scompensi che dicevamo prima. Al Senato, invece, dove non sono previsti capilista bloccati ma solo un voto di preferenza, varrebbe lo stesso discorso fatto per la Camera.

Il “listone” certo snatura il proporzionale, ma per il centro-destra è questo l’unico modo per tentare di raggiungere il premio ed evitare giochetti post-elettorali. I rapporti di forza tra i singoli partiti si vedrebbero comunque al Senato col voto di lista. Occorre fare di necessità virtù. Se Renzi – sapendo di perdere – tenta di non far vincere gli altri, bisogna, nell’interesse del Paese, attrezzarsi per contrastarlo.

Articolo di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA su Libero di oggi, 18 settembre 2017 (a pagina 5)

 

“Rinascimento”: critica costruttiva al nuovo libro di Sgarbi e Tremonti (di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero)

Qui di seguito l’articolo di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di mercoledì 13 settembre 2017, circa una critica costruttiva al nuovo libro di Vittorio SGARBI e Giulio TREMONTI: “Rinascimento“:

È uscito da qualche giorno un libro che già sta facendo molto discutere dal titolo programmatico “Rinascimento”, edito da Baldini & Castoldi e La nave di Teseo, scritto da Vittorio Sgarbi e Giulio Tremonti. Il libro è molto bello, anche per come si presenta nelle vesti grafiche, perfettamente curato e poi quando c’è la mano di Vittorio Sgarbi ogni pubblicazione acquista sempre una marcia in più. Verrà presentato oggi, alle 18 alla Fondazione del Corriere della Sera (sala Balduzzi, Milano). Dopo che Becchi ne ha già parlato in generale su questo giornale ci siamo spinti nella lettura, soffermandoci nello specifico su due proposte – avanzate da Giulio Tremonti – in ordine alla “questione europea”.

L’ex ministro dell’economia dei Governi Berlusconi propone infatti due soluzioni che – a suo parere – sarebbero idonee a superare l’ empasse nel quale si trova l’Italia ormai da parecchi decenni a causa dell’adesione all’Unione Europea e della moneta unica. La prima riguarda “l’avvio di un referendum, per rimuovere dalla nostra Costituzione la clausola di sottomissione ai “vincoli europei”, riportando l’esempio della Costituzione tedesca, mentre la seconda attiene alla richiesta – da formularsi all’Ue – di “eccezione italiana”, esattamente come fatto lo scorso anno dal Governo Cameron prima della Brexit.

Qui di seguito le nostre osservazioni. La seconda proposta è fattibile, e consisterebbe nel richiedere all’Ue condizioni particolari per noi più vantaggiose per continuare a farne parte, e quindi in deroga agli attuali Trattati europei. La prima proposta, quella del referendum, invece non è perseguibile. E ciò in ordine a diversi motivi che passiamo subito in rassegna.

La nostra Costituzione prevede soltanto due tipi di referendum. Quello abrogativo di cui all’art. 75 della Costituzione (quindi in questo caso non praticabile) e quello confermativo di cui all’art. 138 Cost., ma quest’ultimo presuppone una revisione costituzionale. Forse Tremonti sottintende, perché sia fattibile la sua proposta, l’approvazione di una legge costituzionale ad hoc come quella – ad esempio – che fu approvata dal Parlamento italiano per indire il referendum consultivo del 1989 (anche in quel caso in materia “europea”). Ma perché ciò sia fattibile, occorre appunto l’approvazione di una legge costituzionale secondo la procedura aggravata prevista dall’art. 138 della Carta. Ammesso che ciò avvenga, servono due votazioni sul medesimo testo da parte di Camera e Senato intervallate da un periodo non inferiore ai tre mesi. Ma non solo. Qualora nella seconda votazione la legge costituzionale non fosse approvata da entrambi i rami del Parlamento con una maggioranza di almeno i 2/3 dei componenti di ciascuna Camera, occorrerà – alle condizioni dettate dall’art. 138 Cost. – un referendum popolare di tipo confermativo. Solo successivamente, avvenuti tutti questi passaggi, si potrà indire il referendum suggerito da Tremonti. In parole povere, ci vogliono almeno due anni per realizzarlo e una forte volontà politica. E nel frattempo il Paese continuerebbe a versare in una situazione di agonia irreversibile.

Del tutto condivisibile è invece la seconda proposta avanzata dall’ex ministro. Si va in Europa e si chiede un Protocollo ad hoc che soddisfi le particolari esigenze italiane, in deroga alle pattuizioni previste dai Trattati europei, quindi in deroga non solo a Maastricht e a Lisbona, ma anche al Fiscal Compact. Ma per fare ciò occorre un Governo autorevole che abbia a cuore gli interessi della Nazione. Certo, la proposta di andare in Ue e chiedere per l’Italia un Protocollo eccezionale che tenga conto delle nostre esigenze economico-sociali è difficile che venga accolta. Ma non è questa una ragione sufficiente per non tentare, anche perché consentirebbe di aprire a Bruxelles una seria discussione che fin qui è mancata completamente. E se la proposta non venisse accolta si potrà sempre pensare a “divorziare”. A nostro avviso pertanto quanto proposto da Tremonti e Sgarbi nel loro libro sarebbe il primo obiettivo del futuro governo, sempre che ci lascino votare anzitutto un nuovo Parlamento.

di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA (Libero, 13 settembre 2017, pagina 8).

 

Il vero problema resta l’euro (articolo di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di oggi)

Riportiamo qui di seguito l’articolo a firma di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di oggi (articolo citato in prima pagina con prosieguo a pagina 6), dal titolo: “Il vero problema resta l’euro“. L’articolo, oltre ad evidenziare i dati economici che dimostrano come non vi sia alcuna ripresa economica, fa chiarezza sulle posizioni riguardanti l’euro di Di Maio e Salvini espresse ieri a Cernobbio al Forum Ambrosetti.

Testo integrale dell’articolo:

Dal 1975 in avanti il Forum Ambrosetti è il palcoscenico internazionale delle élite in materia economico-finanziaria, ma negli ultimi anni è diventato anche un teatrino per la ribalta mediatica di un politico piuttosto che di un altro. E stato il caso di Matteo Renzi nel 2014 che, forte dello strepitoso consenso elettorale alle europee di pochi mesi prima, decise di snobbare il Forum recandosi invece a Brescia dove si inaugurava l’apertura di una rubinetteria.

L’uso strumentale di Cemobbio, tuttavia, non è ad appannaggio della sola maggioranza. Anche l’opposizione fa la sua parte. Salvini, ad esempio, ci è andato nel 2014 e nel 2015 (nel 2014 parlò apertamente di uscire dall’euro), disertando però lo scorso anno definendo il forum come «l’orchestra del Titanic». Il M5S si è presentato invece quest’anno al workshop Ambrosetti con Luigi Di Maio quale papabile candidato leader del Movimento per le prossime elezioni politiche. Non era la prima volta, infatti Gianroberto Casaleggio fece addirittura il bis, ma solo la prima di Di Maio, che già si comporta da candidato leader anche se sulla base del “Non Statuto” non sarebbe neppure candidabile. Ma chi se ne frega ormai delle regole interne in un Movimento guidato da una “piattaforma” taroccata? Del resto si sa, uno scolaretto può essere più o meno bravo di un altro, l’importante è che faccia i compiti che gli detta la maestra, in questo caso la crème dell’establishment economico-finanziario internazionale. Ma le ricette, in medicina come in economia, sono buone solo se funzionano. In caso contrario, o sono cattive o non sortiscono alcun effetto.

Analizziamo brevemente i dati economici degli ultimi anni per capire se la nostra economia è davvero in ripresa. Nel novembre 2011 la disoccupazione era all’8,6%, mentre quella giovanile al 30,1%. Tutti gridavano al disastro additando Berlusconi quale unico responsabile politico e morale di un imminente crollo del sistema-Paese. Poi sono arrivati Monti, Letta, Renzi e ora Gentiloni, presentatici uno dopo l’altro come salvatori della Patria, ma la situazione economica è addirittura peggiorata. Tuttavia negli ultimi giorni, da Matteo Renzi al Ministro per l’economia Padoan, si odono soltanto parole di giubilo per l’economia in ripresa: l’Istat ha infatti certificato che il numero degli occupati è tornato ad essere quello precrisi, quindi agli occhi dell’artificiosa maggioranza parlamentare le ricette del Governo (nello specifico il jobs act) avrebbero funzionato. Per la precisione l’Istat in riferimento al mese di luglio 2017, oltre a registrare un aumento del tasso di disoccupazione di un +0,2%, attestandosi all’11,3%, ha anche segnalato che il tasso di disoccupazione giovanile è cresciuto dello 0,3%, attestandosi al 35,5%. Ma allora perché si dice che il numero degli occupati è aumentato? Per la maggior parte si tratta di contratti di lavoro stagionali per lo più di durata trimestrale, e in ogni caso va ricordato che – contrariamente ai parametri vigenti nel passato – oggi uno «è considerato occupato se nella settimana di riferimento dell’indagine ha lavorato almeno un’ora». Di fronte a parametri di questo tipo la ripresa dell’occupazione è solo una presa in giro.

Medesimo discorso andrebbe fatto anche in ordine al Pil, il prodotto interno lordo. Dal 2009 al 2014 l’Italia ha perso 9 punti percentuali di Pil, recuperandone forse 3 dal 2015 alla fine di quest’anno (e questo è ancora tutto da vedere). Il saldo, anche per chi di economia non se ne intende, è di una perdita netta di 6 punti percentuali in nove anni. Per lo più, se l’economia non cresce almeno del 2% annuo, l’impatto in termini di occupazione reale è praticamente inesistente. Quindi, di quale ripresa si sta parlando?

Ma qualcuno ha parlato di tutto ciò a Cernobbio, facendo magari osservare che senza l’uscita dall’euro la situazione per noi non cambierà? A Villa d’Este Luigi Di Maio ha chiarito la posizione funzionale ai poteri forti del Movimento: «non vuole un’Italia populista, antieuropeista». ll finto Masaniello in giacca e cravatta dichiara che non solo non vuole uscire dall’UE, ma addirittura che il referendum sull’euro un tempo proposto era solo uno strumento per ottenere altro in cambio: «Eppure la soluzione politica non sta nel muro contro muro. Il M5S ne è perfettamente consapevole. L’aver parlato di referendum consultivo sulla moneta unica serve soprattutto a sollevare questo tema, e ad avere un potere contrattuale e una via d’uscita nel caso estremo in cui le esigenze dei Paesi del Sud Europa continuino ad essere ignorate». Aria fitta. Diversa la posizione di Matteo Salvini, che arrivando a Cernobbio ha affermato che la «sovranità monetaria non è più un dibattito solo della Lega ma un dibattito ormai comune anche sui principali quotidiani economici italiani», confermando che al panel cui ha partecipato si è parlato anche di euro e di minibot, anche a seguito delle risposte che Berlusconi ha dato qualche giorno fa alle domande poste in un articolo di Becchi e Dragoni su questo giornale. Ma non solo. Salvini ha parlato da leader, convinto che il centrodestra vincerà le elezioni, affermando che l’idea della doppia moneta così come proposta da Berlusconi non può funzionare perché contraria ai trattati europei, mentre i minibot sono uno strumento giuridicamente idoneo ad aggirare i trattati. Cernobbio almeno un merito lo ha avuto: ha fatto un pò di chiarezza su chi vuole mettere in discussione la moneta unica e su chi ha gettato definitivamente la maschera.

Paolo BECCHI

Giuseppe PALMA

 

 

“Così il Cavaliere vuole evitare un Salvini pigliatutto” (articolo di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA su LIBERO di oggi)

Proponiamo qui di seguito l’articolo a quattro mani scritto dal prof. Paolo Becchi e dall’avv. Giuseppe Palma, pubblicato su Libero di oggi 6 agosto 2017, a pagina 6.

Titolo: “Così il Cavaliere vuole evitare un Salvini pigliatutto”

 

Testo dell’articolo:

È da tempo che il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, insiste su un sistema elettorale alla tedesca, cioè un sistema sostanzialmente proporzionale in cui ciascuna lista si presenta singolarmente, fatta salva la facoltà – non usata in Germania – che più liste si coalizzino tra loro confluendo in un’unica lista, il cosiddetto listone. Contrariamente a ciò che pensava in passato, di coalizioni tipiche tra singole liste (come avveniva col porcellum) Berlusconi non vuole sentirne parlare, e ciò nonostante il centrodestra unito sia dato oggi praticamente in vantaggio in tutti i sondaggi. Perché?

Eppure Berlusconi non perde occasione, in tv e sui giornali, di rilanciare l’unità del centro-destra. La motivazione del listone al posto della coalizione è tutta politica. Berlusconi sa benissimo che, in caso di legge elettorale che consenta le coalizioni tra singole liste (come avveniva col porcellum, e com’è possibile ancora oggi per l’elezione del Senato, dopo la sentenza di parziale incostituzionalità da parte della Corte costituzionale), Forza Italia potrebbe essere costretta a lasciare la guida del centro-destra, se non addirittura del futuro governo, alla Lega di Matteo Salvini, che i sondaggi danno in forte crescita, perdendo in tal modo il ruolo egemone che ha sempre avuto nella coalizione. Berlusconi, che ha sondaggi ancora più attendibili, lo ha capito.

Per questo ha già più volte ribadito che a settembre occorre ritornare al modello tedesco (che peraltro di tedesco ha ben poco) proprio per creare le condizioni favorevoli alla creazione del listone unico di centro-destra, mantenendo così la Golden Share della coalizione stessa e dell’eventuale futuro governo, relegando Matteo Salvini ad un ruolo subalterno. Senza parlare poi della composizione e dei nominativi dei candidati del listone unitario: se fosse approvata una legge elettorale simile a quella che Berlusconi ha in mente, Forza Italia pretenderebbe il 50% dei collegi uninominali sicuri ed il 50% dei capi-lista bloccati, lasciando l’altra metà in divisione tra Lega, Fratelli d’Italia ed altri possibili alleati che intendano confluire nel listone. In tal modo la forza politica di Salvini sarebbe, sì, importante, ma notevolmente ridimensionata rispetto alla situazione in cui il leader della Lega corresse con il suo nuovo simbolo, in un sistema di coalizioni tra singole liste, vale a dire la tipica alleanza di centro-destra.

In tal modo, oltre alla probabile vittoria elettorale, il centro-destra potrebbe vedere come leader più votato proprio Matteo Salvini, di poco avanti a Silvio Berlusconi. E ciò determinerebbe non solo la scelta della persona da indicare quale Presidente del Consiglio dei ministri, ma soprattutto la linea politica ed il programma di governo da realizzare, che subirebbero una salvifica virata sovranista. Berlusconi tutto questo lo sa. Ecco la ragione del listone. Ma deve anche capire che, se non si parte alla pari proprio con gli alleati (soprattutto sui contenuti del programma politico-elettorale), l’alleanza di centro-destra potrebbe rischiare di non realizzarsi, lasciando la vittoria elettorale nelle mani del M5S.

Paolo BECCHI, Giuseppe PALMA 

 

 

Schiaffo alla democrazia! Gli “abusivi” calpestano anche la prassi costituzionale (di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA su Libero del 23 luglio 2017)

Qui di seguito l’articolo a firma di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA pubblicato su Libero di ieri, domenica 23 luglio 2017, su come – oltre alla Costituzione – la classe politica abusiva calpesta anche la prassi costituzionale.

Titolo dell’articolo: “Schiaffo alla democrazia. Alfano si è sganciato dal Pd ma non ha aperto la crisi

“Angelino Alfano, ministro degli Esteri e leader di Alternativa Popolare, pochi giorni fa dichiarava espressamente che la collaborazione tra il suo partito ed il Partito Democratico è ormai conclusa. Ciononostante, confermava la fiducia del suo gruppo al Governo Gentiloni. Due giorni dopo si dimetteva il ministro per gli Affari Regionali Enrico Costa, anch’egli di Alternativa Popolare.

Al netto delle ragioni di natura politica che hanno indotto Alfano a fare quella dichiarazione e Costa a dimettersi, che in questa sede non ci interessano, vorremmo porre l’accento su una questione di natura costituzionale.

Non è scritto in Costituzione, ma la prassi costituzionale vigente dal dopoguerra ad oggi ha visto decine e decine di casi come questi, i quali si risolvevano o con una verifica parlamentare, oppure con le dimissioni da parte del Presidente del Consiglio dei ministri nelle mani del Capo dello Stato, che lo rinviava alle Camere per verificare la sussistenza o meno del rapporto fiduciario con il Parlamento. La nostra è infatti una Repubblica parlamentare, la quale si regge sul principio della continuità del rapporto di fiducia tra Parlamento e Governo, tant’è che – venendo meno questo rapporto – il Presidente del Consiglio è obbligato a dimettersi.

LA CONCLUSIONE

Ogni qualvolta muta la maggioranza parlamentare che sostiene il Governo, oppure – come nel caso di specie – il leader di un gruppo parlamentare di maggioranza dichiara come conclusa l’esperienza di collaborazione politica con un altro gruppo parlamentare che sostiene l’Esecutivo, si apre la crisi di Governo pur senza passare da un voto di sfiducia del Parlamento nei confronti dell’Esecutivo. Si chiamano “crisi di Governo extraparlamentari”. In settant’anni di Repubblica questa prassi è sempre stata rispettata, fatta eccezione per le dimissioni del Governo Berlusconi IV nel novembre 2011. Ma quello fu un “Colpo di Stato”, quindi è un’altra storia.

ADDIO PRASSI

Nella situazione degli ultimi giorni, invece, la prassi costituzionale è stata letteralmente ignorata. Paolo Gentiloni non ha chiesto né una verifica parlamentare sul rapporto fiduciario Parlamento-Governo, anche per rendersi conto se tutta Alternativa Popolare è ancora in grado di sostenere il suo Esecutivo, né tantomeno gli è passato per la testa di recarsi dal Capo dello Stato.

Ciò denota non solo una mancanza di rispetto nei confronti della prassi costituzionale e della democrazia parlamentare, ma anche – e soprattutto – un bassissimo senso delle Istituzioni. Anche alla luce del fatto che la Legislatura in corso, per effetto della pronuncia di incostituzionalità della legge elettorale con la quale si sono formate entrambe le Camere, non rispecchia neppure lontanamente la volontà popolare.

Ma oramai non ci meravigliamo più di nulla. Governo e Parlamento – già da diversi anni – non rispondono più agli interessi del popolo. Rispondono soltanto ad indicibili interessi sovranazionali che con la sovranità popolare collidono aspramente. La democrazia parlamentare e la prassi costituzionale sono cose serie. Appartengono a quei delicati equilibri sui quali trova fondamento lo “stare insieme” di un’intera comunità. Se tali equilibri non vengono rispettati neppure dalle Istituzioni, il passo successivo è quello del totale scollamento tra popolo e Istituzioni stesse. Se ciò non è già avvenuto – come noi crediamo -, poco ci manca”.

Prof. Paolo BECCHI

Avv. Giuseppe PALMA

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lacostituzioneblog.com

 

Ma il Fiscal Compact non è nei Trattati. La Ue non può obbligarci ad accettarlo (di Paolo Becchi e Giuseppe Palma su “Libero” di oggi) 

Ma il Fiscal Compact non è nei Trattati.
La Ue non può obbligarci ad accettarlo

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma
su “Libero” di oggi 
In questi giorni si fa di nuovo un gran parlare di Fical Compact. Dopo che con il solo voto contrario della Lega quel Trattato nel 2012 è stato ratificato dal nostro parlamento, Renzi vorrebbe ora porre il veto in Europa al suo inserimento all’interno dei Trattati europei.
Sul punto regna parecchia confusione, pertanto ci permettiamo di ricordare alcune cose. Il Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’Unione economica e monetaria (altrimenti detto Fiscal Compact o patto di bilancio europeo) è un Trattato intergovemativo e quindi come tale non rientra nel diritto originario della Ue. Esso prevede misure che sono in palese contrasto non solo con la maggior parte delle Costituzioni nazionali degli Stati membri, ma anche con gli stessi Trattati dell’Unione europea. Questi, da Maastricht a Lisbona, non prevedono infatti né la misura del pareggio di bilancio (introdotta dal Fiscal Compact), né l’obbligo di costituzionalizzazione di nessuno dei parametri da essi stabiliti.
Secondo il Trattato di Maastricht il rapporto deficit-Pil deve attestarsi entro la misura del 3%, parametro confermato in seguito anche dal Trattato di Lisbona. Addirittura i Trattati della Ue ammettono che in casi eccezionali l’indice del 3% possa persino essere legittimamente superato. Il Fiscal Compact, di contro, prevede zero spesa a deficit (cioè sostanzialmente il pareggio di bilancio), quindi è in aperto contrasto con il diritto dell’Unione, costituito dai Trattati istitutivi, che invece la spesa a deficit la consentono seppur entro i limiti indicati. Ciononostante ci è stato imposto – proprio attraverso il Fiscal Compact – il pareggio di bilancio.
La questione ridotta ai minimi termini è la seguente: se il diritto dell’Unione europea consente la spesa a deficit nella misura del 3% del Pil, ammettendo persino il superamento di quella soglia, il Fiscal Compact, prevedendo invece l’obbligo del pareggio di bilancio, lede palesemente quanto previsto dal diritto dell’Unione.
Il Fiscal Compact, in quanto non conforme ai Trattati istitutivi della Ue, pertanto semplicemente non dovrebbe essere applicato. Non basta dire, come Renzi, che non intendiamo inserirlo nei Trattati, con cui peraltro è incompatibile, bisogna dire che è carta straccia. Chi oggi ancora lo difende fa solo propaganda o non sa di cosa parla. Non stiamo dicendo niente di nuovo. Questa, come è noto, è la tesi sostenuta da tempo da uno dei più illustri giuristi italiani, Giuseppe Guarino, classe 1922, ex professore universitario di diritto pubblico ed ex ministro.
Già nel periodo immediatamente successivo alla ratifica del Fiscal Compact, Guarino argomentava che, se avessimo voluto rispettare i Trattati europei, quel trattato intergovemativo non andava applicato. Così come, aggiungiamo noi, non si doveva procedere all’inserimento in Costituzione del vincolo del pareggio di bilancio, misura capestro imposta proprio dal Fiscal Compact. I trattati europei avevano come scopo una crescita sostenibile e non esiste precedente nella storia in cui gli Stati, volendo conseguire obiettivi di crescita, si siano vincolati al rispetto del pareggio di bilancio.
Eppure tutto ciò è accaduto. Ed è accaduto, per la prima volta, proprio nell’era dell’Unione europea. Una follia di cui paghiamo e continueremo a pagare le conseguenze. E la cosa che più sconforta è che a ricordare queste cose oggi si passa per essere dei sovversivi. Quando i sovversivi in realtà sono coloro che per salvare l’euro hanno violato addirittura tutti i Trattati della Ue.
Prof. Paolo Becchi
Avv. Giuseppe Palma