“La sinistra vuole imporci la censura (sul web). Come ai tempi del Duce” (di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero dell’11 ottobre)

Qui di seguito l’articolo a firma di Giuseppe PALMA e Paolo Becchi su Libero dell’11 ottobre 2017 (a pagina 10):

La sinistra vuole imporci la censura (sul web). Come ai tempi del Duce

L’élite finanziaria e globalista non può più permettersi esiti elettorali come quelli della Brexit o dell’elezione di Trump. Se nei decenni passati era sufficiente mettere le mani sui grandi giornali e le televisioni, dirigendo e manipolando l’informazione, negli ultimi anni si è trovata di fronte ad un fenomeno nuovo, sfuggente: internet, la rete, che da quando è nata ha regalato a tutti la libertà di divulgazione delle idee e la democraticità della loro diffusione. Proprio in Italia le origini, ormai dimenticate, del M5s erano proprio da ricercare nella rete. Troppa libertà in rete? Non resta che ricorrere alla censura. Qualche segnale: il mese scorso Liberoquotidiano.it è stato hackerato e oscurato per qualche giorno, di questi giorni è l’oscuramento del canale youtube del blog scenarieconomici.it, diretto da Antonio Rinaldi.

Ora con la scusa meschina di voler contrastare le fake news, il PD tenta di zittire anche il web. Si cerca cioè di mettere il bavaglio al dissenso, che ormai si esprime soprattutto in rete. In piena estate, mentre tutti erano distratti dai bagni e dal calciomercato, la Camera dei deputati ha approvato una norma – contenuta in un emendamento presentato all’ultimo momento da un deputato di questo partito – che consentirà all’Agcom di sequestrare direttamente i contenuti sul web. Di cosa si tratta?

Si tratta di una disposizione inserita il 19 luglio 2017 nelle “Disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea”, approvata a Montecitorio in tutta fretta il giorno dopo. In pratica l’Agcom – autorità amministrativa che vigila sulle comunicazioni -, su istanza di chiunque ne faccia richiesta, potrà procedere alla cancellazione o al sequestro preventivo del contenuto di un blog, di un sito o di un semplice post su un qualsiasi social network (facebook, twitter, telegram, etc). Il motivo è sempre il solito: «Ce lo chiede l’Europa», ma in verità la direttiva 2004/48/CE (recepita con decreto legislativo 140/2006) prevede almeno che l’azione “censoria” sia sottoposta al controllo da parte dell’Autorità giudiziaria, cioè di un giudice. La nuova disposizione approvata a luglio, invece, esclude proprio questo: il controllo giudiziario, sia preventivo che postumo. Non vi è alcuna possibilità di rivolgersi alla magistratura nel caso di censura. Il ricorso potrà eventualmente essere presentato solo nei confronti dell’Agcom, cioè del medesimo organo censore. Una procedura medievale, indegna di un paese civile e incostituzionale.

L’appiglio è quello della tutela del diritto d’autore contro eventuali illeciti da parte del cosiddetto “popolo della rete”. Scriviamo pretesto perché proprio di una scusa bella e buona si tratta. L’Agcom potrà sospendere, cancellare, sequestrare il contenuto di un blog o di un post sui social network se violano la proprietà intellettuale, cioè il diritto d’autore, che potrebbe riguardare ad esempio l’articolo di un giornale o lo stralcio di un libro. Non si potrà più citare e magari ridicolizzare con una battuta l’autore della citazione, perché si correrà il rischio di essere censurati. Insomma, con il pretesto di tutelare il diritto d’autore, si finisce col zittire il pensiero libero. Perché la norma trovi applicazione, dovrà essere approvata anche al Senato. Se Palazzo Madama dovesse approvarla, la norma censoria entrerà in vigore. Con conseguente fine della libertà sul web. La “sinistra” antifascista si sta paradossalmente comportando come l’OVRA durante il fascismo. Anzi peggio, perché qui la dittatura del pensiero unico si nasconde dietro la maschera della democrazia.

Giuseppe PALMA, Paolo BECCHI su Libero dell’11 ottobre 2017 (a pagina 10).

 

Dalla Neolingua alla Censura: le fake news come arma di distruzione dell’informazione libera (di Ilaria BIFARINI)

Sono passati pochi mesi dall’assemblea del PD in cui un Matteo Renzi appena reduce dalla disfatta popolare del referendum inveiva contro il Paese intero, dichiarando di aver perso “a causa del Sud, dei giovani, delle periferie e delle bufale”. In questo inciso è racchiuso tutto lo sprezzante snobismo della classe governante verso il popolo che dovrebbe rappresentare.

Prendersela apertamente col Sud e coi giovani, che dell’inadeguatezza e del disinteresse della classe politica per il benessere del Paese pagano il prezzo più alto, sarebbe impopolare e “politically incorrect”. Così le invettive sono andate avanti sul tema delle cosiddette bufale; da allora è stato un crescendo continuo dell’utilizzo di questo termine, di origine dialettale, nel linguaggio politico e del mainstream.

Per stare al passo con i diktat imposti dal globalismo e dall’esterofilia come ostentazione di modernità, il termine è stato affiancato da “fake new”, che è il corrispettivo utilizzato anche all’estero. Già, perché in questa caccia alle streghe (ops, volevo dire bufala) non siamo soli, ma si combatte a livello globale, dalla Germania agli Stati Uniti, dispiegando ogni mezzo di informazione e propaganda a disposizione di chi si sente minacciato, in primis i politici, sempre più spaventati dalla libera circolazione delle notizie tramite blog indipendenti e social, e i giornali, in particolare quelli filo-governativi, che vedono crollare le proprie vendite. Come in 1984 di Orwell è successo che “la neolingua è diventata realtà, e chi controlla i mass media e vuole continuare a farlo la utilizza per attuare un vero e proprio lavaggio del cervello.

La Merkel, che non vuole veder minacciata la sua indiscussa riconferma, è in prima linea per introdurre misure di controllo severe e tassative verso chi diffonde “bufale”, termine quanto mai inconsistente e aleatorio. Facebook e i suoi competitor dovranno predisporre uffici ad hoc per gestire le denunce degli utenti e attuare provvedimenti entro il termine perentorio di 24 ore, pena multe ingenti.

Senza qui voler rilevare il legame tra chi stabilisce i criteri di colpevolezza, – l’International Fact-Checking Network – con il magnate George Soros (basta citare il suo nome per essere accusati di complottismo!), ci chiediamo: è giusto che a giudicare sia un’autorità extra-giudiziaria su temi così sensibili nella formazione dell’opinione pubblica?

Facebook, come altri social, è nato quale mezzo di condivisione di pensieri liberi con una cerchia selezionata di amicizie, che da ora in poi saranno sotto vigilanza e giudizio non di un ente autonomo, ma di Facebook stesso, la cui presenza sul mercato è legata a doppio filo con governi e potere.

Il rischio è che dietro alla lotta alle fake news nel nome della “verità (concetto quanto mai arbitrario e soggetto a continue rivisitazioni, come la storia insegna) si riproponga l’odiata censura che pensavamo di aver dimenticato e la consacrazione del pensiero unico dominante, il cui potere era stato scalfito dalla rete.

Intanto domani alla Camera si terrà l’incontro “#Bastabufale. Impegni concreti”, promosso dalla pasionaria in materia Laura Boldrini e con la partecipazione della ministra Valeria Fedeli che, in tema di bufale, ha molto da dire!

Ilaria BIFARINI