Clamoroso! Nel 2011 fu vero COLPO DI STATO a firma Napolitano-Fini! La TESTIMONIANZA diretta

Nel 2011 fu vero e proprio Colpo di Stato per far cadere il governo Berlusconi. Il tutto sotto la regia di Giorgio Napolitano, all’epoca Presidente della Repubblica, che seppe sfruttare le mire di potere di Gianfranco Fini, ai tempi Presidente della Camera.

Ecco la prova testimoniale in un libro pubblicato nel 2015 da Controcorrente, scritto dell’onorevole Amedeo Laboccetta, dal titolo: “Almirante, Berlusconi, Fini, Tremonti, Napolitano. La vita è un incontro“.

Riporto qui di seguito, a tal proposito, un articolo pubblicato su Il Giornale di ieri, 7 agosto 2017, a firma di Patricia Tagliaferri:

http://m.ilgiornale.it/news/2017/08/07/quando-napolitano-bombardava-il-governo/1428441/

Roma – In questi giorni in cui discute della responsabilità dell’intervento militare in Libia nel 2011, con Napolitano che chiama in causa il governo Berlusconi, basta andare un po’ indietro negli anni, fino al 2010, per capire che l’ex presidente della Repubblica già allora aveva cominciato a bombardare Silvio Berlusconi, complottando contro di lui con l’ex presidente della Camera Gianfranco Fini. Almeno così racconta in un libro il deputato azzurro Amedeo Laboccetta, riportando i retroscena della rottura tra l’ex leader di An e Berlusconi, dietro alla quale ci sarebbe stato appunto Napolitano. Un vero e proprio «golpe» con la regia dell’ex inquilino del Quirinale, secondo Laboccetta, che ne parla basandosi su conoscenze dirette e altre testimonianze. Mai smentito né querelato.

Era il tempo dello scandalo della casa di Montecarlo e del famoso «che fai, mi cacci?» rivolto da Fini all’ex premier nel corso della direzione nazionale del Pdl all’Auditorium della Conciliazione. All’epoca il politico napoletano era con il Pdl ed era amico, nonché stretto collaboratore della terza carica dello Stato, che in più occasioni lo avrebbe rassicurato sul tradimento perpetrato ai danni di Berlusconi, che portò l’ex premier fuori dal governo: «Amedeo, ma tu credi davvero che io porterei avanti un’operazione del genere se non avessi un accordo forte con Napolitano?».

L’autore dedica ben 80 pagine del suo libro («Almirante, Berlusconi, Fini, Tremonti, Napolitano. La vita è un incontro», edizioni Controcorrente) al dietro le quinte della rottura tra Fini e il Cavaliere, documentando episodi come quello della telefonata al Colle partita dall’appartamento di Fini a Montecitorio subito dopo la sfida lanciata da Fini a Berlusconi da sotto il palco della direzione del Pdl. Quando Laboccetta decise di affrontarlo per farlo ragionare, Fini rispose che l’ex premier andava «politicamente eliminato» e che «Napolitano era della partita». «Ma lo vuoi capire – disse – che il presidente della Repubblica condivide, sostiene e avalla tutta l’operazione?». Per convincere l’amico – che insisteva per fargli cambiare idea, ricordandogli quanto piuttosto dovesse essere riconoscente al Cavaliere – Fini prese il telefonò, lo mise in viva voce e chiamò il Quirinale per aggiornarlo degli ultimi sviluppi. Il testo di quella conversazione è nel libro: «Caro presidente, come avrai visto abbiamo vissuto una giornata campale», riferendosi allo show dell’Auditorium. «Più che campale – rispose Napolitano – direi una giornata storica». Ancora Fini: «Ovviamente, caro Giorgio, continuo ad andare avanti senza tentennamenti». «Certamente – la risposta dell’ex capo dello Stato – fai bene, ma fallo sempre con la tua ben nota scaltrezza». Laboccetta scrive di quanto quella telefonata lo avesse sconvolto: «Avevo assistito in diretta all’organizzazione di un golpe bianco orchestrato dalla prima e dalla terza carica dello Stato». Il deputato azzurro, protagonista in prima persona del grande strappo, ritiene che il progetto di Fini fosse cominciato prima: «Lo stava coltivando forse dal post-elezioni del 2008. Della sua ambizione e della sua personalissima sfida contro il Cavaliere ha approfittato Napolitano che ha saputo blandirlo e utilizzarlo per liberarsi dell’ingombrante presenza di Berlusconi».

La cronaca degli ultimi giorni ha fatto tornare di attualità il testo del libro e offerto lo spunto a Laboccetta per commentare: «Napolitano la smetta di raccontare menzogne e spieghi il suo ruolo nel colpo di Stato contro Berlusconi».

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Dell’episodio di cui sopra, quello evidenziato in rosso, Silvio Berlusconi ne aveva parlato nel corso di una trasmissione televisiva (da Barbara D’Urso) , raccontando di quella telefonata tra Fini e Napolitano davanti al deputato azzurro autore del libro. Tutto è caduto nel silenzio più assordante!

Per il contenuto del suo libro, pubblicato nel 2015, l’autore non è mai stato querelato! Forse perché, sia Fini che Napolitano, temono che la verità venga fuori (nei dettagli) nel corso di un eventuale processo penale.

Ma di Colpo di Stato (permanente) ne aveva parlato ancor prima anche Paolo Becchi in un suo famoso libro del 2014 (Colpo di Stato permanente, Marsilio).

Insomma, qualcuno – ai vertici delle Istituzioni – ha attentato alla Repubblica e alla Costituzione! E quel qualcuno ha nome e cognome.

Avv. Giuseppe PALMA

 

 

IUS SOLI e CETA: è pronto un altro “COLPO DI STATO” da parte di un PARLAMENTO ABUSIVO! (di Giuseppe PALMA)

Con questo articolo vorrei concentrare la mia analisi sulla legittimazione democratica e costituzionale di questo Parlamento ad adottare provvedimenti come ad esempio quello sullo Ius Soli oppure sull’eventuale voto favorevole alla ratifica del CETA. La classe politica, nel vile tentativo di auto-proteggersi, nonostante la dichiarazione di incostituzionalità dei meccanismi elettorali con i quali è stata eletta anche la Legislatura in corso, si difende affermando che la sentenza n. 1/2014 con la quale la Corte Costituzionale dichiarava l’incostituzionalità del porcellum, avrebbe in ogni caso sancito la legittimità del Parlamento.

Nulla di più falso!

La Consulta, in sentenza, si limita a scrivere soltanto che “le Camere sono organi costituzionalmente necessari ed indefettibili e non possono in alcun momento cessare di esistere o perdere la capacità di deliberare. Tanto ciò è vero che, proprio al fine di assicurare la continuità dello Stato, è la stessa Costituzione a prevedere, ad esempio, a seguito delle elezioni, la prorogatio dei poteri delle Camere precedenti «finchè non siano riunite le nuove Camere» (art. 61 Cost.), come anche a prescrivere che le Camere, «anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni» per la conversione in legge di decreti-legge adottati dal Governo (art. 77, secondo comma, Cost.)”.

Ciò detto, non è affatto vero che il Parlamento sia in ogni caso legittimo. Esso è solo indefettibile, cioè organo irrinunciabile, ma non per questo – di fronte ad una pronuncia di incostituzionalità della legge elettorale con la quale risulta costituito – può arrogarsi il titolo di poter fare quello che vuole! A tal proposito la Corte – nella cornice sostanziale dell’esercizio della funzione legislativa delle Camere di fronte a quella pronuncia di incostituzionalità – porta ad esempio l’istituto della prorogatio, cioè di quell’istituto che si applica a Camere sciolte.

Pertanto, cosa possono fare le Camere in regime di prorogatio? Secondo l’interpretazione fornita dai verbali preparatori dell’Assemblea Costituente (che costituiscono fonte autentica di interpretazione della Costituzione), ci viene in soccorso Costantino Mortati, il quale – d’accordo con Piero Calamandrei – giunse alla conclusione che in regime di prorogatio le Camere possano adottare provvedimenti strettamente necessari e non rinviabili (come ad esempio i provvedimenti relativi allo stato di guerra o ad una calamità naturale). A tal proposito, leggasi il verbale della seduta della seconda sottocommissione (Commissione per la Costituzione – Assemblea Costituente) del 6 novembre 1946.

Ciò detto la Legislatura in corso, oltre a smantellare i diritti connessi alla tutela del lavoro (vedesi Jobs Act) e a riformare l’intera Parte Seconda della Costituzione (tentativo fallito grazie all’esito del referendum confermativo dello scorso 4 dicembre), tenta ora di approvare lo Ius Soli (forse a colpi di fiducia) e di ratificare il CETA, l’ennesimo Trattato capestro in grado di smantellare i diritti fondamentali del lavoro e della salute costituzionalmente garantiti.

La Corte Costituzionale dichiarava l’incostituzionalità del porcellum sia nella parte in cui questo non attribuiva all’elettore la facoltà di esprimere le preferenze per i candidati (tant’è che deputati e senatori sono tutti nominati e non scelti direttamente dai cittadini come prescritto dalla Costituzione agli artt. 56 e 57), sia nella parte in cui era prevista l’applicazione di un premio di maggioranza senza la previsione di una soglia minima di voti oltre la quale il premio avrebbe potuto eventualmente trovare applicazione. L’attuale maggioranza parlamentare risulta pertanto costituita da deputati e senatori “eletti” in gran parte per effetto di un premio di maggioranza dichiarato incostituzionale (nei limiti di cui sopra). Va da sé che eventuali voti necessari e sufficienti ad esprimere un voto di fiducia o un voto favorevole a qualsiasi provvedimento, provengono da deputati e senatori tutti nominati ed “eletti” per effetto di un premio di maggioranza che – nei limiti delineati dalla Consulta – non avrebbe mai e poi mai dovuto trovare applicazione! 

Tanto più che, in soccorso alle predette argomentazioni, è intervenuta anche la Corte di Cassazione civile con sentenza n. 8878/2014, la quale – in ordine alla composizione parlamentare scaturita dall’applicazione della legge elettorale dichiarata incostituzionale – dichiarava espressamente la grave alterazione del principio di rappresentatività democratica.

Insomma, siamo di fronte ad un vero e proprio Parlamento abusivo. E di “Parlamento abusivo” parlava anche l’ex presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, il quale utilizzava proprio il termine “abusivo” in un suo saggio del gennaio 2015 (numero 3/2014 della rivista “Giurisprudenza costituzionale”) a proposito degli effetti della sentenza n. 1/2014 della Consulta.

Il “Colpo di Stato permanente” di cui scriveva il prof. Paolo Becchi in un suo libro è ancora in corso. E a fine Legislatura aspettiamoci altri due colpi di mano: sullo Ius Soli e sul CETA.

Siamo di fronte – non da ora ma dal gennaio del 2014 – all’ipotesi di reato di cui all’art. 287 del codice penale (usurpazione di potere politico), ma nessuno fa niente! Nemmeno il Capo dello Stato. Nel gennaio 2014 l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano avrebbe dovuto – se avesse avuto senso delle Istituzioni e rispetto della democrazia costituzionale – invitare il Parlamento ad approvare una nuova legge elettorale in modo da sciogliere le Camere e indire nuove elezioni entro un tempo ragionevole (circa un anno sarebbe stato certamente un tempo ragionevole). E invece niente! Addirittura disse che, in considerazione del fatto che il Parlamento era comunque legittimo (argomentazione infondata), le Camere dovevano proseguire nel lavoro di revisione costituzionale. Nel gennaio 2015 arrivò al Quirinale Sergio Mattarella, e anche lui – nonostante un paio di messaggi alle Camere sulla necessità di approvare una nuova legge elettorale – non ha fatto niente! Il Parlamento di abusivi continua quindi lo smantellamento della Costituzione! E lo fa nel totale silenzio dei media di regime e dei giornaloni nazionali!

In nome della Costituzione e della democrazia, fermatevi! 

Avv. Giuseppe Palma