Costituzione, Unione Europea ed €uro: quattro libri di Giuseppe PALMA contro il “pensiero unico dominante”

Proponiamo qui di seguito quattro libri (saggistica) scritti dall’avvocato Giuseppe PALMA – fondatore di questo blog – su Costituzione, Unione Europea ed Euro, contro il “pensiero unico dominante”:

LA COSTITUZIONE COME NESSUNO L’HA MAI SPIEGATA. Un viaggio con la più bella del mondo in occasione dei suoi 70 anni“, Key editore, 2017 (disponibile sia in formato cartaceo che in e-book):

La costituzione come nessuno l’ha mai spiegata. Un viaggio con la più bella del mondo in occasione dei suoi 70 anni

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IL TRADIMENTO DELLA COSTITUZIONE. Dall’Unione Europea agli Stati Uniti d’Europa. La rinuncia alla sovranità nazionale“, Edizioni Sì, 2016 (disponibile sia in formato cartaceo che in e-book):

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€UROCRIMINE. Cos’è la moneta unica e come funziona. Soluzioni giuridiche per uscire dall’€uro“, GDS, 2016 (disponibile solo in e-book):

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IL MALE ASSOLUTO. Dallo Stato di Diritto alla modernità Restauratrice. L’incompatibilità tra Costituzione e Trattati dell’UE. Aspetti di criticità dell’Euro“, GDS, 2014 (disponibile sia in formato cartaceo che in e-book):

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Altri libri dell’avv. Giuseppe PALMA (che, in totale, ne ha scritti finora ventiquattro): http://lacostituzioneblog.com/shop/

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lacostituzionablog.com

 

Una proposta di legge costituzionale per abrogare il pareggio di bilancio in Costituzione (VIDEO della conferenza stampa) – Marco Mori, Paola De Pin e Giuseppe Palma

Giovedì 23 marzo 2017 si è tenuta in Senato (presso sala ISMA) una conferenza stampa per presentare il mio DDL di revisione costituzionale (n. 2703 comunicato alla Presidenza il 15 febbraio 2017), a firma delle senatrici Paola De Pin e Monica Casaletto (di Riscossa Italia – Gruppo Misto).

Alla conferenza stampa, oltre a me, prendevano parte la senatrice Paola De Pin (co-firmataria del DDL) e l’avvocato Marco Mori (segretario di “Riscossa Italia“).

I principali obiettivi di questo mio DDL di revisione costituzionale sono:

  • la costituzionalizzazione dei contro-limiti così come sanciti dalla Corte costituzionale (Sentenze numm. 284/2007 e 238/2014);
  • l’abrogazione del vincolo del pareggio di bilancio vigliaccamente introdotto in Costituzione nel 2012, oltre alla costituzionalizzazione del suo ripudio;
  • la costituzionalizzazione dell’inderogabilità della sovranità monetaria (quindi il suo ripristino addirittura per via costituzionale);
  • il ripristino della sovranità nazionale attraverso la costituzionalizzazione della preminenza della legislazione nazionale su quella europea ed internazionale;
  • la costituzionalizzazione dell’obbligo per la Repubblica di perseguire l’obiettivo della piena occupazione;
  • la costituzionalizzazione dei limiti all’imposizione fiscale;
  • il mantenimento del sistema del bicameralismo paritario ma con l’introduzione di una commissione parlamentare di conciliazione che funzioni attraverso procedure democratiche previste da legge costituzionale. L’approvazione delle leggi avverrà sempre e comunque da parte di entrambe le aule parlamentari in un sistema di bicameralismo paritario, ma con un tentativo di miglioramento del sistema stesso, pur garantendo il ruolo paritario delle due Camere.

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Qui di seguito il VIDEO della conferenza stampa:

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Per poter legge il mio DDL è possibile scaricarlo direttamente dal sito del Senato cliccando uno dei seguenti link:

Versione in PDF, stampabile (con allegata Relazione al DDL):

Versione a video:

 Versione stampabile (da video):

 

Avvocato Giuseppe PALMA

 

 

 

40.000 volte grazie!

Questo mio blog ha aperto i battenti il 14 febbraio 2017, e sono il solo ed unico autore che vi ci scrive (fatta eccezione per pochi articoli di altri autori pubblicati sporadicamente).

In meno di sessanta giorni, ed esattamente in appena 56 giorni, lacostituzioneblog.com ha superato le 40.000 visualizzazioni!

Grazie di cuore a tutti! Un riconoscimento particolare va al collega ed amico Marco Mori (che spesso condivide i miei articoli sui social) e ad “Economia Democratica“, pagina facebook di divulgazione in materia economica, che già da novembre scorso ospita miei video e articoli. Ma un mio particolare riconoscimento va anche, e soprattutto, all’amico Filippo Altobelli, cioè a colui che mi aiuta nella grafica e senza il quale non avrei potuto realizzare questo impegnativo progetto di divulgazione a difesa della Costituzione!

Continuate a seguirmi: ripristineremo i principi inderogabili della Costituzione primigenia!

W la Costituzione del 1948!

 

Avv. Giuseppe PALMA

lacostituzioneblog.com

 

 

 

L’incompatibilità tra Costituzione ed eventuali “Stati Uniti d’Europa” (paper di Giuseppe PALMA e Marco MORI)

Ripropongo qui di seguito la lettura del mio paper, scritto a quattro mani con il collega avv. Marco Mori, sull’incompatibilità tra Costituzione ed eventuali Stati Uniti d’Europa (U.S.E. – United States of Europe), pubblicato nel settembre 2015 sulla rivista scientifica Diritto Italiano.

Per consultare il paper, cliccare su uno dei link sottostanti:

Avv. Giuseppe PALMA

 

 

Giovedì 23 marzo la mia conferenza-stampa in Senato per presentare il DDL di revisione costituzionale da me redatto, che ripristina la sovranità (di Giuseppe PALMA)

Giovedì 23 marzo 2017, ore 12, terrò una conferenza stampa in Senato per presentare il mio DDL di revisione costituzionale (n. 2703 comunicato alla Presidenza il 15 febbraio 2017), a firma delle senatrici Paola De Pin e Monica Casaletto (di Riscossa Italia – Gruppo Misto).

23 marzo 2017, ore 12, Senato della Repubblica, sala ISMA (Istituto Santa Maria in Aquiro), P.zza Capranica n. 72, Roma.

Per accreditarsi e quindi partecipare all’incontro, inviate una e-mail a: ierardi.michela@gmail.com  specificando nome, cognome, luogo e data di nascita, residenza e quindi l’intenzione di partecipare.

I dettagli nella locandina:

Alla conferenza stampa, oltre a me, prenderanno parte la senatrice Paola De Pin (co-firmataria del DDL), quindi gli avvocati Marco Mori e Luigi Pecchioli (rispettivamente segretario e presidente di “Riscossa Italia“).

I principali obiettivi di questo mio DDL di revisione costituzionale sono:

  • la costituzionalizzazione dei contro-limiti così come sanciti dalla Corte costituzionale (Sentenze numm. 284/2007 e 238/2014);
  • l’abrogazione del vincolo del pareggio di bilancio vigliaccamente introdotto in Costituzione nel 2012, oltre alla costituzionalizzazione del suo ripudio;
  • la costituzionalizzazione dell’inderogabilità della sovranità monetaria (quindi il suo ripristino addirittura per via costituzionale);
  • il ripristino della sovranità nazionale attraverso la costituzionalizzazione della preminenza della legislazione nazionale su quella europea ed internazionale;
  • la costituzionalizzazione dell’obbligo per la Repubblica di perseguire l’obiettivo della piena occupazione;
  • la costituzionalizzazione dei limiti all’imposizione fiscale;
  • il mantenimento del sistema del bicameralismo paritario ma con l’introduzione di una commissione parlamentare di conciliazione che funzioni attraverso procedure democratiche previste da legge costituzionale. L’approvazione delle leggi avverrà sempre e comunque da parte di entrambe le aule parlamentari in un sistema di bicameralismo paritario, ma con un tentativo di miglioramento del sistema stesso, pur garantendo il ruolo paritario delle due Camere.

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Per poter legge il mio DDL è possibile scaricarlo direttamente dal sito del Senato cliccando uno dei seguenti link:

Versione in PDF, stampabile (con allegata Relazione al DDL):

Versione a video:

 Versione stampabile (da video):

 

Avvocato Giuseppe PALMA

 

Legge elettorale, una proposta di Giuseppe PALMA: il “LODO PALMA”

Ripropongo ai miei lettori, e non, una mia proposta di legge elettorale pubblicata il 3 febbraio 2017 su “Il Giornale d’Italia” e denominata “LODO PALMA

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Vi presento, in pillole, uno schema riassuntivo circa una mia proposta di legge elettorale.

Voglio anzitutto precisare che, in linea di principio, sono favorevole al proporzionale puro (esatta corrispondenza tra voto popolare e relativa traduzione di questa in seggi) con soglia di sbarramento molto bassa (1 o 2 per cento al massimo), ma sono altrettanto convinto che, vivendo in un periodo storico molto particolare dove la maggior parte delle forze politiche sono a libro paga – o sotto ricatto – della sovrastruttura EUropea e del capitale internazionale, e che per questo sventrano in continuazione la Costituzione e i diritti fondamentali in essa sanciti, occorre una legge elettorale, sì, proporzionale, ma con equilibrata e diversificata correzione maggioritaria che consenta ad eventuali forze anti-crimin€ di ottenere la maggioranza in Parlamento e portarci finalmente fuori (quantomeno) dalla gabbia dell’euro.

Fatta questa doverosa premessa, ecco lo schema della mia proposta di legge elettorale:

1) se nessuna lista dovesse superare la soglia del 30% dei voti validamente espressi, i seggi dovranno essere assegnati con metodo proporzionale puro (cioè esatta corrispondenza tra voto popolare e traduzione in seggi);

2) se la lista vincente dovesse superare la soglia del 30% dei voti validamente espressi (cioè prendere almeno il 30% + 1 dei voti), ma non dovesse superare il 40%, le verrebbe assegnato un premio di maggioranza pari al 7% (esempio: la lista A vince le elezioni con il 31,7% dei voti, quindi ottiene il premio di maggioranza del 7%, cioè ottiene seggi pari al 38,7%);

3) se la lista vincente dovesse superare la soglia del 40% dei voti validamente espressi (cioè prendere almeno il 40% + 1 dei voti), le verrebbe assegnato un premio di maggioranza pari al 10% (esempio: la lista B vince le elezioni con il 41,9% dei voti, quindi ottiene il premio di maggioranza del 10%, cioè ottiene seggi pari al 51,9%);

4) qualunque sia la sommatoria tra esatta percentuale dei voti ottenuti e percentuale del premio di maggioranza attribuito, il numero dei seggi assegnati alla lista vincente non dovrà in nessun caso superare i 340 alla Camera e i 170 al Senato, salvo il solo caso che un numero più alto di seggi non venga regolarmente ottenuto con voto popolare (cioè se la lista vincente dovesse ottenere ad esempio il 58% del voto popolare, si aggiudica regolarmente il 58% dei seggi);

5) soglia di sbarramento al 2% su base nazionale;

6) gli elettori dovranno poter esprimere fino ad un massimo di tre preferenze tra i candidati della lista prescelta (NO a liste bloccate e NO a capilista imposti);

7) ciascun candidato non potrà candidarsi in più di 10 circoscrizioni e, se eletto in più circoscrizioni, varrà il sistema del sorteggio (che stabilirà la circoscrizione d’elezione) così come enunciato pochi giorni fa dalla Corte costituzionale;

8) ciascuna lista, all’atto del deposito delle liste dei candidati o anche sul proprio simbolo presente sulla scheda elettorale, avrà la facoltà di indicare il nominativo della persona indicata a ricoprire la carica di Presidente del Consiglio dei ministri (fatto salvo, in ogni caso, quanto previsto dalla Costituzione in merito al conferimento dell’incarico da parte del Capo dello Stato al Presidente del Consiglio);

9) perché ciascuna lista possa presentarsi in tutte le circoscrizioni elettorali, occorrerà – a mio parere – diminuire il numero di firme necessarie da raccogliere, portandolo (ad esempio) a non più di 5.000 firme valide (complessivamente), indifferentemente dalle aree geografiche dove le stesse verrebbero raccolte (in tal modo si amplierebbe la partecipazione democratica e si garantirebbero le minoranze);

10) si ritiene sia meglio non prevedere coalizioni tra liste (in senso stretto), bensì alleanze politico-elettorali (in sede di elezioni) tra liste diverse che potranno confluire in un’unica lista. Il resto (cioè la formazione di una maggioranza parlamentare) dovrebbe essere demandato alle alleanze in Parlamento.

Questa, in breve, la mia proposta. Da un lato verrebbe garantita la rappresentatività democratica e l’esatta (o quantomeno tendenziale) traduzione in seggi della sovranità popolare espressa col voto, dall’altro si eviterebbe che le liste esecutrici del crimine dell’euro abbiano sempre e comunque la golden share per la formazione del Governo.

 Avv. Giuseppe PALMA

mio articolo pubblicato su “Il Giornale d’Italia” venerdì 3 febbraio 2017:

 

 

PER SALVARE L’EUROPA OCCORRE SMANTELLARE UE ed EURO (di Giuseppe PALMA)

Il 25 marzo, cioè tra circa due settimane, si celebreranno nella Capitale i sessant’anni dalla firma dei Trattati di Roma, vale a dire l’inizio del mercato comune. Ma i celebranti, in mala fede, hanno già pensato di trasformare questa occasione in un festeggiamento in favore dell’Unione Europea, vale a dire quel recinto schiavistico che nulla ha a che fare né con la CEE né tantomeno con l’Europa!

A Roma, nel 1957, è nata l’Europa del mercato comune che lasciava a ciascun singolo Stato la propria sovranità sulla moneta, sulla legislazione, sull’economia, sul fisco e sulle forze armate.

A Maastricht, nel 1992, è nato invece un qualcosa di profondamente diverso, cioè quella tirannica sovrastruttura comunitaria che – con le sue regole folli ed antidemocratiche – sottomette schiavisticamente quasi mezzo miliardo di persone.

Ma v’è di più: per l’intera giornata del 25 sentiremo in continuazione pronunciare espressioni del tipo “ci vuole più Europa”, costruiamo gli “Stati Uniti d’Europa” e scempiaggini di questo tipo. Sappia il lettore che, sia la maggiore integrazione europea, sia addirittura la cessione definitiva della sovranità a livello europeo in grado di costituire i famigerati “Stati Uniti d’Europa”, altro non rappresentano che la morte definitiva della democrazia e dei principi inderogabili della Costituzione primigenia. L’Unione Europea e gli eventuali “Stati Uniti d’Europa” non sono l’Europa. Sono cose completamente opposte, tant’è che l’UE, ed eventuali suoi sviluppi, distruggono l’ Europa stessa.

Ma sabato 25 a Roma si parlerà anche di “Europa a due velocità”, cioè l’ultimo colpo di coda tentato dalle cancellerie continentali per salvare il salvabile. Ma è un’altra scempiaggine, infatti il nostro Governo ha già espresso il desiderio (suo e non del popolo italiano!) di far parte dei vagoni di testa e di essere pronto ad una maggiore integrazione europea. In pratica, follia allo stato puro e massacro dei diritti fondamentali. Semmai dovesse prevalere la soluzione dell’Europa (e dell’euro) a due velocità, l’Italia dovrebbe necessariamente appartenere all’Europa più lenta e all’euro B, in modo tale da poter riacquistare – grazie ad un cambio più favorevole e senza la necessità di massacrare i diritti fondamentali – posizioni di competitività nei confronti della Germania, nostro maggior competitor continentale nelle esportazioni (comparazione infra-Stati). Ma questo i nostri governanti, a libro paga del capitale internazionale, non vogliono proprio capirlo. E non sono solo io a dirlo, addirittura il premio Nobel Stiglitz lo ha scritto nel suo ultimo libro uscito nell’agosto scorso. Tuttavia, sono fermamente convinto che UE ed euro – strumenti a disposizione del solo capitale internazionale capaci di massacrare democrazia e diritti fondamentali – siano entrambe creature da smantellare, ripristinando la sovranità di ciascun singolo Stato allo scopo di portare a concreta attuazione i principi inderogabili sanciti nelle Costituzioni degli Stati membri.

Ma per salvare l’Europa occorrerebbe, sin da subito, smantellare l’euro, una costruzione criminale che tutela il capitale internazionale a scapito del lavoro, dei salari, della democrazia e dei diritti, in modo tale che ciascuno Stato si riappropri della sovranità monetaria e ripristini concretamente i principi fondamentali cui trovano fondamento i propri ordinamenti costituzionali.

L’Europa si può salvare. E l’unico modo per farlo è quello di smantellare UE ed euro e tornare alla CEE, lasciando che ciascuno Stato torni sovrano sulla moneta, sulla legislazione e sull’economia!

 

Avvocato Giuseppe PALMA

 

 

Dalla CEE all’UE: il 25 marzo a Roma vi sarà una riedizione della festa dell’ “Essere Supremo” di Robespierre. Finì male! Finirà così anche l’UE? (di Giuseppe PALMA)

 

Riporto qui di seguito il contenuto del mio articolo pubblicato oggi, 7 marzo 2017, su “Il Giornale d’Italia” (a pagina 4):

DALLA CEE ALL’UE: CELEBRAZIONI O FUNERALI?

Il 25 marzo si celebrano i sessant’anni dei Trattati di Roma. La parata si terrà a Roma e sarà certamente possente: si sprecheranno parole come “pace”, “opportunità” e “insieme”. In realtà sessant’anni fa nacque un’Europa totalmente diversa da quella che conosciamo oggi. I Trattati di Roma diedero vita alla CEE, la Comunità Economica Europea che creava una prima fase del mercato comune, senza infierire in alcun modo sulla sovranità di ciascuno Stato firmatario, che restava indipendente e sovrano sulla moneta, sulla politica, sulle leggi, sul fisco, sulle forze armate e sull’economia.

L’anno zero dell’Europa che conosciamo oggi è invece il 1989, vale a dire quando cadde il muro di Berlino, cioè quando il mondo smetteva di essere diviso in due (USA-URSS) e venivano unificate le due Germanie (Germania ovest e Germania est): lì nacque l’Unione Europea, che prese forma nel 1992 a Maastricht consolidandosi a Lisbona nel 2007.

L’Unione Europea è un qualcosa di completamente diverso dalla CEE, quindi le celebrazioni del 25 marzo prossimo a Roma saranno un qualcosa di pretestuoso e infondato.

Quella che oggi opprime popoli ed economie nazionali nasce da un’idea sbagliata di superamento degli Stati nazionali: togliere sovranità agli Stati per consegnarla nelle mani della finanza e di apparati burocratici non eletti si chiama CRIMINE!

Ma il peggio è arrivato successivamente con l’introduzione della moneta unica europea, l’euro, una moneta completamente sbagliata che rende gli Stati e la politica totalmente assoggettati all’economia e alla finanza, dove il lavoro non è più strumento di dignità umana ma grimaldello del capitale che ha il solo scopo di realizzare il massimo profitto, e ciò a scapito dei diritti fondamentali.

Chi ha creato l’Unione Europea non lo ha fatto per il benessere dei popoli, bensì per la tutela del capitale internazionale. L’UE è un recinto schiavistico e nulla ha a che fare con il concetto di Europa.

L’Europa nata a Roma sessant’anni fa non uccideva gli Stati e i loro popoli. L’UE nata a Maastricht comprime invece le Costituzioni nazionali degli Stati membri, i cui principi inderogabili sono continuamente stuprati dalla moneta unica e dai parametri capestro previsti dai Trattati.

Sono sicuro che durante le celebrazioni del 25 marzo la politica serva della sovrastruttura europea chiederà “più Europaproponendo la creazione dell’ulteriore crimine degli “Stati Uniti d’Europa, vale a dire la morte delle Costituzioni nazionali degli Stati membri e dei principi fondamentali in esse scolpiti! Occorre fermare questo scempio. Come diceva uno dei più autorevoli Padri Costituenti, Piero Calamandrei, “sulla libertà bisogna vigilare!”.

Credo che a Roma vi sarà una riedizione contemporanea della festa dell’ “Essere Supremo” del giugno 1794, quando Robespierre – presumendo l’infallibilità del Terrore – si ergeva a capo insostituibile dell’intera Francia. Finì male dopo appena un mese e mezzo. Sarà la stessa fine che attende l’UE?

Per questo ho una mia proposta: visto che il 25 marzo si celebrano i sessant’anni dell’Europa, cioè i sessant’anni dalla firma dei Trattati di Roma del 1957 e non l’Unione Europea di Maastricht-Lisbona, potremmo benissimo procedere allo smantellamento dell’UE e dell’euro – che massacrano democrazie, principi fondamentali e libertà – e tornare alla CEE del 1957, restituendo a ciascuno Stato la sovranità monetaria, politica, economica e legislativa.

Avv. Giuseppe PALMA

Mio articolo su “Il Giornale d’Italia” del 7 marzo 2017 (a pagina 4): http://edicoladigitale.ilgiornaleditalia.org/giornaleditalia/books/giornaleditalia/2017/20170307giornaleditalia/index.html#/5/

 

 

Arriva il DDL di revisione costituzionale che salva il Paese e lo libera dalle catene di Bruxelles e Francoforte (redatto da Giuseppe PALMA, a firma delle senatrici De Pin e Casaletto)

Arriva il DDL di revisione costituzionale che salva il Paese e lo libera dalle catene di Bruxelles e Francoforte

(redatto da Giuseppe PALMA, a firma delle senatrici De Pin e Casaletto)

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Vi presento il mio DDL di revisione costituzionale (n. 2703 comunicato alla Presidenza il 15 febbraio 2017), a firma delle senatrici Paola De Pin e Monica Casaletto (di Riscossa Italia – Gruppo Misto).

A breve terrò la conferenza-stampa in Senato per la presentazione di questo DDL da me redatto, alla quale prenderanno parte le senatrici De Pin e Casaletto (firmatarie del DDL), oltre agli avvocati Marco Mori e Luigi Pecchioli (rispettivamente segretario e presidente di “Riscossa Italia“).

I principali obiettivi di questo mio DDL di revisione costituzionale sono:

  • la costituzionalizzazione dei contro-limiti così come sanciti dalla Corte costituzionale (Sentenze numm. 284/2007 e 238/2014);
  • l’abrogazione del vincolo del pareggio di bilancio vigliaccamente introdotto in Costituzione nel 2012, oltre alla costituzionalizzazione del suo ripudio;
  • la costituzionalizzazione dell’inderogabilità della sovranità monetaria (quindi il suo ripristino per via costituzionale);
  • il ripristino della sovranità nazionale attraverso la costituzionalizzazione della preminenza della legislazione nazionale su quella europea ed internazionale;
  • la costituzionalizzazione dell’obbligo per la Repubblica di perseguire l’obiettivo della piena occupazione;
  • la costituzionalizzazione dei limiti all’imposizione fiscale;
  • il mantenimento del sistema del bicameralismo paritario ma con l’introduzione di una commissione parlamentare di conciliazione che funzioni attraverso procedure democratiche previste da legge costituzionale. L’approvazione delle leggi avverrà sempre e comunque da parte di entrambe le aule parlamentari in un sistema di bicameralismo paritario, ma con un tentativo di miglioramento del sistema stesso, pur garantendo il ruolo paritario delle due Camere.

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Per poter legge il mio DDL è possibile scaricarlo direttamente dal sito del Senato cliccando uno dei seguenti link:

Versione in PDF, stampabile (con allegata Relazione al DDL):

Versione a video:

 Versione stampabile (da video):

 

Avvocato Giuseppe PALMA

 

 

 

 

25 marzo 2017: celebrazioni sui 60 anni dell’Europa. In che condizioni versa oggi l’Unione Europea – SPECIALE completo in tre parti (di Giuseppe PALMA)

25 marzo 2017: celebrazioni sui 60 anni dell’Europa.

In che condizioni versa oggi l’Unione Europea – SPECIALE completo in tre parti

(di Giuseppe PALMA)

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PARTE PRIMA 

Il rapporto gerarchico nel sistema delle Fonti del diritto: gravi problematiche

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Fatta salva – nei termini che si esporranno di seguito – la supremazia gerarchica della Costituzione nei confronti delle norme europee di qualunque fonte (supremazia meramente formale visto che le norme costituzionali sono state sostanzialmente superate dal contenuto dei Trattati), la produzione legislativa nazionale di rango ordinario (le leggi e gli atti aventi forza di legge) si colloca su un livello inferiore (rapporto gerarchico) rispetto alla produzione legislativa dell’UE, tant’è che, qualora una norma nazionale non fosse conforme ad una norma europea, il giudice nazionale (al quale i cittadini si rivolgono per ottenere giustizia) deve disapplicare la norma nazionale e applicare quella europea, anche se questa è antecedente alla norma interna.

Ma andiamo per gradi. Cosa vuol dire rapporto gerarchico? Vuol dire che un atto giuridico deve essere conforme ad un altro atto giuridico posto su un livello superiore nella scala gerarchica delle Fonti del diritto, cioè – ad esempio – un regolamento del Governo deve essere conforme alla legge ordinaria, questa deve essere conforme al Regolamento dell’UE (che è un atto giuridico che fa parte del diritto derivato dell’Unione) e quest’ultimo non deve essere in contrasto con i Principi Fondamentali dell’ordinamento costituzionale, con la Parte Prima della Costituzione e con la forma repubblicana (intesa nel suo significato più ampio).

La conformità alla Costituzione è richiesta anche al diritto europeo originario (rappresentato dai Trattati dell’UE), e a tal riguardo va evidenziato che gli atti legislativi dell’Unione sono adottati attraverso le procedure stabilite dai Trattati che nulla hanno a che fare con le procedure democratiche dettagliatamente stabilite dalla Parte Seconda della nostra Costituzione, la quale attribuisce la funzione legislativa esclusivamente ad un Parlamento eletto direttamente dal popolo (fatta eccezione per i casi del decreto legge e del decreto legislativo che sono invece di competenza del Governo, la cui funzione legislativa è comunque limitata al verificarsi di specifiche condizioni).

Ciò detto, i cittadini italiani sono soggetti a norme europee (che superano quelle nazionali) adottate attraverso procedure legislative meno garantiste e meno democratiche di quelle stabilite dalla Costituzione, le quali sono costate milioni di morti. Capito adesso perché la Costituzione è stata – di fatto – esautorata sin dalle sue viscere? Come si fa a dire di essere europeisti di fronte a tali verità? Come si può accettare che la Commissione europea e il Consiglio dell’UE (quindi funzione esecutiva, iniziativa legislativa e funzione legislativa), deputati rispettivamente a proporre e ad emanare atti legislativi direttamente vincolanti e superiori alle leggi nazionali, siano composti da soggetti nominati (e quindi non eletti) che non ricevono neppure un vero e proprio voto di fiducia da parte del Parlamento, unico organismo europeo eletto direttamente dal popolo?

In pratica, se la Rivoluzione francese aveva strappato la funzione legislativa dalle mani del re (e del suo “Consilium Principis”) per attribuirla ad un’assemblea elettiva che rappresentasse ed esercitasse la sovranità popolare, l’UE ha annullato le conquiste rivoluzionarie attribuendo sostanzialmente la potestà legislativa dell’Unione (il cui frutto supera la produzione legislativa nazionale) ad un organismo – il Consiglio dell’UE – i cui componenti (al pari dei componenti della Commissione), non essendo eletti dai cittadini, rispondono unicamente a logiche di potere e di interesse del tutto contrapposte alle “naturali” esigenze dei popoli.

I Trattati europei (da ultimo quello di Lisbona) prevedono che la funzione legislativa dell’UE sia esercitata congiuntamente da Parlamento europeo e Consiglio dell’UE, ma la potestà legislativa del Parlamento europeo è circoscritta al mero ruolo di “compartecipe” o di “notaio in differita”. Nella sostanza, gli atti giuridici dell’Unione sono adottati dal Consiglio e dalla Commissione, due organi non eletti dal popolo e che non rispondono a criteri democratici! La funzione legislativa dell’Unione mira esclusivamente alla tutela del capitale internazionale (anche attraverso l’euro), al perseguimento degli scopi delle multinazionali e alla salvaguardia degli interessi dei mercati. Il rispetto della sovranità popolare e la tutela dei diritti fondamentali non fanno parte dell’agenda politica e legislativa dell’UE!

Ma entriamo nello specifico.

Ferma restando la palese manipolazione interpretativa dell’art. 11 Cost.la nostra Corte Costituzionale, già nel 1964, affermava che le norme comunitarie sono da porre sul medesimo piano delle leggi ordinarie, e che un eventuale conflitto tra norma interna e norma comunitaria si sarebbe dovuto risolvere attraverso il criterio della successione delle leggi nel tempo (il c.d. principio lex posterior derogat priori), ossia che la norma successiva deroga (sostituisce) quella precedente (Sent. n. 14 del 7 marzo 1964 – Costa c. Enel). Successivamente, nel 1973, la Consulta si spinge addirittura oltre riconoscendo sia il primato del diritto comunitario sul diritto interno che l’efficacia diretta dei Regolamenti (Sent. n. 183 del 1973 – conosciuta come Sentenza Frontini). Forse toccata da un sussulto di indipendenza, nel 1975 sempre la nostra Corte Costituzionale (con Sentenza n. 232/1975) enuncia il principio che, affinché potesse essere disapplicata, la norma nazionale doveva essere abrogata o dichiarata costituzionalmente illegittima dall’organo costituzionale competente, lasciando in tal modo allo Stato (attraverso se stessa) un minimo di controllo sull’efficacia della normativa comunitaria nell’ordinamento giuridico nazionale. Ma nel 1978 interviene un’importante Sentenza della Corte di Giustizia europea (causa Simmenthal – Sent. 9 marzo 1978) che risolve ogni empasse in favore della legislazione comunitaria: “il giudice nazionale, incaricato di applicare, nell’ambito della propria competenza, le disposizioni del diritto comunitario, ha l’obbligo di garantire la piena efficacia di tali norme, disapplicando all’occorrenza, di propria iniziativa, qualsiasi disposizione contrastante della legislazione nazionale, anche posteriore, senza doverne chiedere od ottenere la previa rimozione in via legislativa o mediante qualsiasi altro procedimento costituzionale”. Trascorrono circa sei anni durante i quali la Consulta mantiene sostanzialmente le proprie posizioni, ma nel 1984 il conflitto tra la giurisprudenza della Corte di Giustizia e quella della Corte Costituzionale viene definitivamente risolto da quest’ultima con l’emanazione della Sentenza n. 170 dell’8 giugno 1984 (causa Granital c. Ministero delle Finanze), con la quale la nostra Consulta si è allineata totalmente alla giurisprudenza della Corte di Giustizia, stabilendo che il giudice nazionale è tenuto a disapplicare addirittura anche la normativa nazionale posteriore confliggente con le disposizioni europee, superando in tal modo l’obbligo previsto nel 1975 di un preventivo giudizio di legittimità costituzionale. Successivamente, nel 1985 (Sent. del 23 aprile 1985 n. 113 – causa BECA S.p.A. e altri c. Amministrazione finanziaria dello Stato), la Consulta – oltre a ribadire quanto già affermato con Sentenza n. 170/1984 – chiarisce che la normativa europea entra e permane in vigore in Italia senza che i suoi effetti siano intaccati dalla legge ordinaria dello Stato, ogni qualvolta la normativa europea soddisfa il requisito dell’immediata applicabilità, quindi i Regolamenti UE e – per espressa previsione – le statuizioni risultanti dalle Sentenze interpretative della Corte di Giustizia.

Tuttavia, l’applicazione e l’efficacia diretta delle norme del diritto europeo incontrano un limite invalicabile (quanto meno da un punto di vista formale) rappresentato dai Principi Fondamentali dell’ordinamento costituzionale e dai diritti inalienabili della persona, infatti la stessa Corte Costituzionale – con Sentenza del 13 luglio 2007 n. 284 – afferma: “Ora, nel sistema dei rapporti tra ordinamento interno e ordinamento comunitario, quale risulta dalla giurisprudenza di questa Corte, consolidatasi, in forza dell’art. 11 della Costituzione, soprattutto a partire dalla sentenza n. 170 del 1984, le norme comunitarie provviste di efficacia diretta precludono al giudice comune l’applicazione di contrastanti disposizioni del diritto interno, quando egli non abbia dubbi – come si è verificato nella specie – in ordine all’esistenza del conflitto. La non applicazione (del diritto interno – nda) deve essere evitata solo quando venga in rilievo il limite, sindacabile unicamente da questa Corte, del rispetto dei principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale e dei diritti inalienabili della persona”. A tal proposito, Luciano Barra Caracciolo sostiene che tra i limiti che incontra la prevalenza del diritto europeo rispetto al diritto interno, anche in relazione all’interpretazione dell’art. 11 Cost., non vi sono solo quelli di parità con gli altri Stati o di promozione della pace e della giustizia fra le Nazioni, ma anche quello sancito dall’art. 139 Cost. (la forma repubblicana, intesa nella sua accezione più vasta) e quello – come stabilito anche dalla Consulta – del rispetto dei Principi Fondamentali dell’ordinamento costituzionale e dei diritti inalienabili della persona. Il novero di questi limiti (cosiddetti CONTROLIMITI), inoltre, non si ferma ai diritti inalienabili della persona, ma si estende – come si è visto –, oltre che ai Principi Fondamentali dell’ordinamento costituzionale, anche alle disposizioni di cui alla Parte Prima della Costituzione che rappresentano la proiezione programmatica dei Principi Fondamentali [1]

Sempre in merito ai rapporti tra ordinamento costituzionale italiano e prevalenza del diritto comunitario, Barra Caracciolo riporta [2] un’illuminante argomentazione di uno dei Padri Costituenti, il calabrese Costantino Mortati, tra i più importanti giuristi italiani del XX Secolo: “Passando all’esame dei limiti, è da ritenere che essi debbano ritrovarsi in tutti i principi fondamentali, sia organizzativi che materiali, o scritti o impliciti, della Costituzione: sicché la sottrazione dell’esercizio di alcune competenze costituzionalmente spettanti al Parlamento, al Governo, alla giurisdizione,…dev’essere tale da non indurre alterazioni del nostro Stato come Stato di diritto democratico e sociale”; il che renderebbe fortemente dubbia – scrive Barra Caracciolo – la stessa ratificabilità del Trattato di Maastricht e poi di Lisbona [3].

Tutto ciò premesso, chiarita la subordinazione gerarchica del diritto europeo ai Principi Fondamentali dell’ordinamento costituzionale, alla Parte Prima della Costituzione e alla forma repubblicana (dove per “forma repubblicana” non si intende solo la forma di Stato opposta alla monarchia, ma anche quell’ampio spazio creativo del concetto di Repubblica necessariamente assunto come inscindibile da quello di democrazia e di [4] uguaglianza sostanziale), “non mi spiego” come sia stato possibile che si siano poste le basi per il superamento della legislazione nazionale a vantaggio di una legislazione sovranazionale adottata (secondo quanto previsto dai Trattati, quindi dal diritto europeo originario) attraverso meccanismi meno democratici e meno garantisti di quelli dettati dalla nostra Carta Costituzionale, cioè quelli sanciti nella Parte Seconda. La nostra Costituzione, tutta, rappresenta la madre delle Fonti del diritto dell’ordinamento giuridico italiano, quindi è la Carta fondamentale dello Stato alla cui difesa deve provvedere (da un punto di vista giuridico) la Corte Costituzionale. Pertanto,considerato che la Consulta ha la funzione di sindacare sulla conformità delle leggi alla Costituzione, si può affermare che essa non è stata sufficientemente “vigile” nei confronti del diritto europeo originario (e, nello specifico, nei confronti delle leggi nazionali di autorizzazione alla ratifica dei Trattati), il quale, nonostante sia anch’esso posto nella scala gerarchica delle Fonti del diritto su un livello inferiore rispetto alla Costituzione, ha sostanzialmente sostituito le norme costituzionali che disciplinano la funzione legislativa e il procedimento di adozione delle leggi (contenute nella Parte Seconda della nostra Costituzione) con norme meno garantiste che, anche da un punto di vista formale, tradiscono addirittura tutte quelle conquiste democratiche (costate milioni di morti) che sono l’essenza stessa dello Stato di Diritto [5]. Una su tutte quella dell’attribuzione della funzione legislativa unicamente ad un’assemblea eletta direttamente dal popolo, pilastro di civiltà costituzionale che l’Unione Europea (insieme ai Parlamenti nazionali che hanno approvato con larghe maggioranze le leggi di autorizzazione alla ratifica dei Trattati) ha palesemente tradito attribuendo la predetta funzione ad organismi sovranazionali non eletti e sostanzialmente immuni dai processi elettorali.

Avvocato Giuseppe PALMA

NOTE:

[1] Luciano Barra Caracciolo, “Euro e (o?) democrazia costituzionale. La convivenza impossibile tra Costituzione e Trattati europei”, Dike Giuridica Editrice, 2013.

[2] Luciano Barra Caracciolo, opera citata.

[3] Luciano Barra Caracciolo, opera citata.

[4] Luciano Barra Caracciolo, opera citata.

[5] Esaustive sono le conclusioni cui giungeva sull’argomento il giurista calabrese Costantino Mortati, appena riportate nel testo dello speciale. Ciò premesso, se si leggono le procedure legislative di adozione degli atti giuridici dell’UE previste dal Trattato di Lisbona (che presenterò nella seconda parte di questo speciale), pare dimostrato come queste provochino evidenti alterazioni allo Stato di Diritto e al principio democratico!

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 PARTE SECONDA – L’ANTIDEMOCRATICITA’ DELL’UE

 L’assetto istituzionale dell’UE e la mancanza di democrazia nelle procedure di adozione degli atti giuridici dell’Unione

  1. La FUNZIONE LEGISLATIVA dell’Unione Europea

Secondo quanto previsto dai Trattati dell’Unione Europea (TUE e TFUE) la FUNZIONE LEGISLATIVA dell’Unione (vale a dire il potere legislativo, cioè quello di fare e leggi) è esercitata – nella sostanza – dal duo Commissione europea/Consiglio dell’Unione Europea (quest’ultimo detto anche Consiglio dei Ministri o semplicemente Consiglio). In pratica la Commissione – che esercita il potere esecutivo – ha anche la titolarità dell’iniziativa legislativa, cioè sottopone sia al Consiglio dell’UE (da non confondere con il Consiglio europeo) che al Parlamento europeo le proprie proposte degli atti giuridici da adottare e, nella sostanza, il Consiglio adotta l’atto uniformando quasi sempre la sua posizione alla proposta della Commissione. Nella realtà, infatti, benché sia formalmente prevista una procedura legislativa consistente nell’adozione congiunta dell’atto da parte di Consiglio e Parlamento (che in passato era chiamata “procedura di codecisione”), quest’ultimo è di fatto esautorato da quella che dovrebbe essere la sua “funzione naturale”, cioè l’esercizio esclusivo della potestà legislativa (fare le leggi). L’aspetto drammatico, tra tutti i gravissimi aspetti di criticità evidenziabili, è quello che sono morte milioni di persone perché si giungesse alla conquista del sacrosanto principio che a fare le leggi fosse esclusivamente un’assemblea eletta direttamente dal popolo ed esercitante la sovranità popolare, ma, con l’avvento dell’Unione Europea, tale principio è stato quasi del tutto calpestato e traditoLa conquista democratica del binomio inscindibile “Parlamento eletto – Legge” ha quindi avuto attuazione attraverso le disposizioni contenute in ciascuna delle Costituzioni nazionali degli Stati membri dell’Unione,ma i Trattati dell’UE (per ultimo il Trattato di Lisbona) ne hanno – non solo sostanzialmente – evirato l’essenza! Il Consiglio dell’UE, infatti, è composto da un rappresentante per ciascuno Stato membro, a livello ministeriale, di volta in volta competente per la materia trattata, il quale é abilitato ad impegnare il governo dello Stato membro che rappresenta e ad esercitare il diritto di voto, ma trattasi di soggetti non eletti che il popolo il più delle volte neppure conosce; e stesso discorso dicasi anche per la Commissione, un organismo potentissimo composto da soggetti non eletti da nessuno (fatta eccezione per quanto si dirà più avanti).

Riassumendo questi concetti, è bene che il lettore ricordi che la Commissione europea (esercitante sia il potere esecutivo che l’iniziativa legislativa) e il Consiglio dell’UE (esercitante la funzione legislativa), essendo entrambi composti da membri non eletti dai cittadinisono totalmente immuni dagli eventuali “scossoni” scaturenti dai processi elettoraliE il Parlamento? Pur essendo l’unica Istituzione europea eletta direttamente dal popolo, e quindi alla quale sarebbe dovuta legittimamente spettare – come ci insegnano le conquiste democratiche costate milioni di morti –l’esercizio esclusivo della funzione legislativasvolge sostanzialmente il ruolo di “assistente” alle decisioni del duo Commissione – Consiglio! Per di più, considerato che i due grandi partiti europei sono il PSE (Partito del Socialismo Europeo) e il PPE (Partito Popolare Europeo), in Parlamento v’è e vi sarà sempre la maggioranza assoluta per non bloccare le decisioni di Commissione e Consiglio! Ma non è finita qui: mentre la nostra Costituzione prevede che il Governo (al quale è affidato sia l’esercizio della funzione esecutiva che l’iniziativa legislativa) debba godere necessariamente della fiducia del Parlamento (altrimenti non può esercitare a pieno le sue funzioni ed è addirittura obbligato a dimettersi), in Europa non è così! Il Parlamento europeo, nella sostanza, non vota e non revoca alcuna fiducia alla Commissione (e neppure al Consiglio), la quale esercita la funzione esecutiva e l’iniziativa legislativa unicamente per volere di coloro che hanno scritto i Trattati e senza alcun controllo – neppure indiretto – da parte dei rappresentanti del popolo (in merito all’argomento fiducia/sfiducia Parlamento/Commissione, leggasi l’approfondimento tecnico a seguire). Il Parlamento europeo, per la prima volta a partire dal 2014, ha solo il diritto di eleggere (a maggioranza dei suoi membri) il Presidente della Commissione europea: considerato che alle ultime elezioni del maggio 2014 nessuno tra PSE e PPE ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi, questi hanno “pensato bene” di mettere insieme i propri numeri in Parlamento esprimendo un voto corale in favore del candidato del PPE Jean-Claude Juncker (sulla base del fatto che il PPE ha ottenuto la maggioranza relativa dei seggi). Quindi a nulla – o quasi – sono valse le vittorie elettorali di Marine Le Pen in Francia e di Nigel Farage in Inghilterra: nel suo complesso, il sistema elettorale per l’elezione del Parlamento europeo è stato concepito e realizzato proprio perché siano sempre il PSE e/o il PPE a farla da padrona!

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 APPROFONDIMENTO TECNICO

I Trattati dell’UE, oltre a prevedere che il Presidente della Commissione europea sia eletto dal Parlamento europeo a maggioranza dei membri che lo compongono e tenuto conto dei risultati elettorali per l’elezione del Parlamento medesimo (circostanza sopra evidenziata), prevedono anche che quest’ultimo (cioè il Parlamento) esprima un VOTO DI APPROVAZIONE nei confronti della Commissione (e più precisamente nei confronti del Presidente, dell’Alto rappresentante per gli affari esteri e degli altri commissari collettivamente considerati), il quale non equivale assolutamente ad un voto di fiducia come quello che – ad esempio – il Parlamento italiano esprime nei confronti del Governo; si tratta infatti di una cosa ben diversa che, nella sostanza, si traduce in un mero “giudizio di gradimento” del tutto ovvio e scontato in quanto il voto di approvazione del Parlamento è preceduto dal voto con cui questo ha già eletto il Presidente della Commissione. Per di più, dopo che il Parlamento europeo ha espresso il voto di approvazione nei confronti della Commissione, è necessario un ulteriore passaggio consistente nella nomina ufficiale della Commissione da parte del Consiglio europeo (da non confondere con il Consiglio dell’UE), e ciò dimostra come il voto di approvazione espresso dal Parlamento nei confronti della Commissione non possa considerarsi tecnicamente come un vero e proprio voto di fiducia.  Per quanto riguarda, invece, un eventuale “voto di sfiducia” del Parlamento nei confronti della Commissione (che obbligherebbe quest’ultima alle dimissioni), è opportuno anzitutto evidenziare che è del tutto azzardato parlare di “sfiducia” perché è quasi impossibile che ciò possa verificarsi nella realtà: la cosiddetta MOZIONE DI CENSURA prevista dai Trattati è una mera previsione formale del tutto irrealizzabile nella sostanza, infatti perché il Parlamento europeo possa “sfiduciare” la Commissione occorre che l’eventuale mozione di censuravenga approvata con una maggioranza di addirittura i 2/3 dei voti espressi dall’aula parlamentare, sempre che il predetto risultato non sia inferiore alla maggioranza dei membri che compongono il Parlamento. Una vera e propria “truffa” che rende la forma palesemente soccombente al cospetto della sostanza. E in democrazia, si sa, la forma è elemento fondamentale e irrinunciabile.

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E’ pur vero che – nella forma – il Trattato di Lisbona prevede l’esercizio congiunto della funzione legislativa da parte del Consiglio dell’UE e del Parlamento europeo(posti formalmente sullo stesso piano quanto meno nella procedura legislativa ordinaria), ma è altrettanto vero che – nella sostanza – il Parlamento non esercita a pieno la funzione legislativa come invece avviene per tutte le assemblee legislative di ciascuno degli Stati membri. Il Parlamento europeo ha – di fatto – un misero ruolo di “compartecipe” o di “notaio in differita”.

  1. Le procedure legislative dell’UE per l’adozione degli atti giuridici dell’Unione

Le procedure legislative di adozione degli atti giuridici dell’Unione Europea si distinguono in ordinaria e speciali.

LA PROCEDURA LEGISLATIVA ORDINARIA (che rappresenta la regola nella formazione degli atti giuridici dell’UE) è composta di quattro fasi:

  • IaFASE (fase della prima lettura)– La Commissione europea presenta una proposta congiuntamente sia al Consiglio dell’UE che al Parlamento europeo, e su di essa quest’ultimo formula la sua posizione (cioè il Parlamento può presentare o meno una serie di emendamenti) e la invia al Consiglio. Qualora quest’ultimo non elabori proposte di emendamento, ovvero accetti gli emendamenti (la posizione) proposti dal Parlamento, l’atto viene adottato senza ulteriori adempimenti. Se invece il Consiglio non approva la posizione del Parlamento, adotta una propria posizione in prima lettura e la trasmette al Parlamento;
  • IIaFASE (fase della seconda lettura)– Se entro un termine di tre mesi da tale comunicazione il Parlamentoa) approva la posizione espressa dal Consiglio in prima lettura oppure non si pronuncia, l’atto in questione si considera adottato nella formulazione che corrisponde alla posizione del Consiglio; b) respinge, a maggioranza dei membri che lo compongono, la posizione espressa dal Consiglio in prima lettura, l’atto proposto si considera non adottato; c) propone, sempre a maggioranza dei membri che lo compongono, emendamenti alla posizione espressa dal Consiglio in prima lettura, il testo così emendato è inviato al Consiglio e alla Commissione che formula un parere su tali emendamenti. A questo punto (cioè in quest’ultima ipotesi), entro un termine di tre mesi dal testo così emendato, il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata, può: 1) approvare tutti gli emendamenti e quindi l’atto in questione si considera adottato; 2) non approvare tutti gli emendamenti e il suo Presidente, d’intesa con il Presidente del Parlamento, convoca entro sei settimane un organo denominato Comitato di conciliazione;
  • IIIaFASE (fase della Conciliazione)– Il Comitato di conciliazione (composto da membri o rappresentanti del Consiglio e del Parlamento) ha il compito di giungere ad un accordo su un progetto comune (“testo di compromesso”) sulla base delle posizioni del Parlamento e del Consiglio in seconda lettura. Se entro un termine di sei settimane dalla sua convocazione il Comitato di conciliazione non approva un progetto comune, l’atto in questione si considera non adottato;
  • IVaFASE (fase della terza lettura)– Qualora entro il termine di sei settimane il Comitato di conciliazione riesce invece ad approvare un progetto comune, il Parlamento e il Consiglio dispongono ciascuno di un termine di sei settimane (a decorrere dall’approvazione del progetto comune da parte del Comitato di conciliazione) per adottare l’atto in questione in base al progetto comune. Il Parlamento delibera a maggioranza dei voti espressi mentre il Consiglio a maggioranza qualificata. Se entrambe le Istituzioni deliberano l’adozione dell’atto in questione, questo si intende adottato e la procedura si conclude; in mancanza invece di una decisione, ovvero qualora l’atto non venga adottato con le maggioranze predette, lo stesso si considera non adottato e la procedura si conclude.

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LE PROCEDURE LEGISLATIVE SPECIALI, invece, non godono di una descrizione analitica da parte dei Trattati quindi, in mancanza di specifiche indicazioni e in attesa che si consolidi una prassi nel merito, si ritiene che si possa parlare di procedure legislative speciali tutte le volte che i Trattati prevedono procedure legislative differenti da quella ordinaria. Nell’ambito delle procedure speciali, ritengo sia necessario soffermarsi sull’ipotesi in cui è il Consiglio ad adottare l’atto con la partecipazione del Parlamento. In questo caso si hanno due tipi di procedure: la “procedura di consultazione” e la “procedura di approvazione”:

  • La procedura di consultazione: prima che il Consiglio adotti un atto, è necessaria la consultazione del Parlamento (in tal caso la consultazione può essere obbligatoria o facoltativa, a seconda di quanto prevedono i Trattati). Il parere espresso dal Parlamento non è vincolante né per la Commissione (che non è obbligata ad uniformare la sua proposta alle osservazioni ivi contenute), né per il Consiglio, che può disattenderlo;
  • La procedura di approvazione: il Consiglio non può validamente legiferare in talune materie se il Parlamento non concorda pienamente, a maggioranza assoluta dei suoi membri, con il contenuto dell’atto. In mancanza di tale approvazione l’atto non può essere adottato. In pratica si tratta di un diritto di veto da parte del Parlamento nei confronti del Consiglio[1]

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Concentrando l’analisi sulla PROCEDURA LEGISLATIVA ORDINARIA, uno dei suoiaspetti di maggiore criticità è quello che nella fase della seconda lettura il Parlamento può respingere la posizione espressa dal Consiglio in prima lettura solo a maggioranza dei suoi membri (cioè a maggioranza assoluta), quindi occorre un voto del 50% più uno dei componenti l’assemblea, una maggioranza che – come abbiamo visto – è possibile raggiungere solo se si sommano i deputati di PSE e PPE. Considerato che si tratta di partiti (entrambi) sui quali si fonda l’intero apparato eurocratico, è praticamente impossibile per le opposizioni parlamentari trovare la forza numerica (che ricordo è della metà più uno dei membri del Parlamento) per respingere una posizione espressa dal Consiglio [2]. Inoltre, come il lettore ha avuto modo di rendersi conto, in seconda lettura l’atto si intende adottato nel testo corrispondente alla posizione espressa dal Consiglio in prima lettura se il Parlamento, entro il termine di tre mesi, non si pronuncia sulla predetta posizione. Oppure, rimanendo sempre nell’esempio della fase della seconda lettura, il Parlamento può, sì, proporre emendamenti alla posizione espressa dal Consiglio in prima lettura, ma solo e sempre a maggioranza dei suoi membri. Appare dunque evidente che, rispetto ad esempio alla normale procedura di adozione delle leggi prevista dalla nostra Costituzione (artt. 70 e segg. Cost.), le procedure dettate dai Trattati europei presentano un pericoloso deficit di democrazia, tanto più che non è previsto neppure un controllo come quello che la nostra Costituzione assegna al Presidente della Repubblica, il quale ha la facoltà di rinviare la legge alle Camere per chiederne una nuova deliberazione (art. 74 Cost.)!

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Il Parlamento italiano ha autorizzato la ratifica del Trattato di Lisbona con un voto all’unanimità nel luglio 2008, senza alcun adeguato dibattito né parlamentare né mediatico.

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Tutto quanto sinora premesso prova che la DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE è stata ormai superata dai Trattati dell’UE, nati non per fare gli interessi dei popoli ma per esautorarne – nella sostanza – la sovranità e l’autodeterminazione!

Avvocato Giuseppe PALMA

NOTE:

[1] L’intera esposizione inerente le procedure legislative dell’UE (sia quella ordinaria che quelle speciali) sono tratte, fatta eccezione per alcune parti, dal seguente volume: Simonetta Gerli (a cura di), “Compendio di Diritto dell’Unione Europea. Aspetti istituzionali e politiche dell’Unione”, Edizioni Giuridiche Simone, Napoli 2014.

[2] Sia il Consiglio dell’UE (che esercita la funzione legislativa insieme al Parlamento europeo), sia la Commissione europea (che esercita il potere esecutivo e l’iniziativa legislativa), sono entrambi organismi comunitari non eletti e composti da sconosciuti burocrati.

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TERZA ed ULTIMA PARTE – MONETA UNICA e PAREGGIO DI BILANCIO: la morte dell’Europa e dell’Italia

  1. I principali aspetti di criticità della moneta unica. Rapporto €uro/lavoro

Abraham Lincoln, Presidente degli Stati Uniti d’America dal 1861 al 1865, ebbe modo di affermare che: “Il Governo non ha necessità né deve prendere a prestito capitale pagando interessi come mezzo per finanziare lavori governativi ed imprese pubbliche.Il Governo deve creare, emettere e far circolare tutta la valuta ed il credito necessari per soddisfare il potere di spesa del Governo ed il potere d’acquisto dei consumatori. Il privilegio di creare ed emettere moneta non è solamente unaprerogativa suprema del Governo, ma rappresenta anche la maggiore opportunità creativa del Governo stesso. La moneta cesserà di essere la padrona e diventerà la serva dell’umanità. La democrazia diventerà superiore al potere dei soldi [1]”. Era il 1865. Quello stesso anno Lincoln venne assassinato.

 Tra i maggiori aspetti di criticità di questo euro, oltre a quello che trattasi di moneta da prendere in prestito dai mercati dei capitali privati (es. banche private) ai quali va restituita con gli interessi (costringendo i Governi ad aumentare le tasse, inasprire gli strumenti di accertamento fiscale, porre limiti troppo bassi all’utilizzo del denaro contante e tagliare selvaggiamente lo stato sociale), v’è quello che è un accordo di cambi fissi, per cui, nei periodi di crisi economica, gli Stati sono costretti – non potendo far leva sulla svalutazione monetaria – a SVALUTARE IL LAVORO, quindi a contrarre le garanzie contrattuali e di legge, a ridurre i salari e a rendere eccessivamente flessibile il rapporto di lavoro (vedesi Riforma Fornero e  Jobs Act). Il tutto a scapito dei diritti fondamentali e del principio supremo del lavoro sul quale la Costituzione stessa fonda la Repubblica.

L’euro è una moneta costruita non per la realizzazione concreta dei principi supremi sanciti dalla Costituzione (uno su tutti il lavoro), bensì per la tutela del capitale internazionale, e ciò comporta la necessità – addirittura ammessa esplicitamente – di mantenere tendenzialmente alto il tasso di disoccupazione (o comunque di non ridurlo sotto una certa soglia), ovvero di conseguire un più alto livello occupazionale ma mantenendo salari bassi e comprimendo le garanzie contrattuali e di legge in favore del lavoratore: se non si comprende questo concetto è impossibile rendersi conto di quanto è accaduto. L’UE nasce, come espressamente scritto nei Trattati, su principi del tutto in contrasto con quelli sui quali trovano fondamento le Costituzioni degli Stati membri: l’art. 3, comma 3, del TUE stabilisce infatti – tra gli obiettivi dell’Unione –la stabilità dei prezzi in un’economia di mercato fortemente competitiva, e ciò lede palesemente l’obiettivo della piena occupazione sul quale la Repubblica italiana trova fondamento (art. 1 co. I e art. 4 Cost.) e verso il quale tendono (ipocritamente) addirittura anche gli stessi Trattati europei, i quali prevedono il perseguimento della piena occupazione e del progresso sociale ma all’interno della cornice (davvero assurdo!) della stabilità dei prezzi e della competitività selvaggia: in pratica, per dirla con parole povere, l’UE persegue principalmente due obiettivi: da un lato la piena occupazione e il progresso sociale, dall’altro la stabilità dei prezzi e l’economia di mercato competitiva, i quali non possono coesistere senza che l’uno non divori l’altro!

Inoltre, a completamento dell’orribile quadro sin qui delineato, va sottolineato che laBCE (Banca Centrale Europea) – come previsto dal suo stesso Statuto (quindi chi ha costruito l’UE e l’euro sapeva benissimo cosa stava facendo) – NON FUNGE DA PRESTATRICE DI ULTIMA ISTANZA, cioè non può garantire – come invece hanno sempre fatto tutte le Banche Centrali prima dell’introduzione dell’euro – i debiti pubblici di ciascuno degli Stati dell’Eurozona, i quali, trovandosi espropriati di una delle funzioni fondamentali di politica monetaria ed economica, sono continuamente assoggettati al terrore del famigerato debito pubblico! Negli Stati che invece conservano la sovranità monetaria, il debito pubblico non costituisce affatto un problema perché, potendo la Banca Centrale (o il Tesoro) fungere da prestatrice di ultima istanza, essa sarà sempre in grado di “acquistare” (e quindi di garantire) l’intero ammontare del debito pubblico senza che il Governo scarichi il relativo peso su cittadini, imprese e stato sociale. Ed è proprio da questa argomentazione che nasce l’esigenza di spiegare, seppur brevemente, la funzione delle “tasse”: se negli Stati privi di sovranità monetaria l’imposizione fiscale serve principalmente per far fronte alla spesa pubblica (le cui voci più sensibili quali la sanità, gli stipendi dei dipendenti pubblici e le pensioni sono ovviamente soggetti a tagli selvaggi) e per “ripagare” – con gli interessi – i mercati dei capitali privati che hanno dato in prestito la moneta, negli Stati che godono di sovranità monetaria le tasse servono invece per non creare altro debito pubblico (ovvero per tenerlo “sotto controllo”) e a controllare la massa monetaria in circolazione, quindi il Governo può benissimo evitare di scaricare il peso del debito su popolo e welfare. Ciò premesso, la domanda sorge spontanea: chi svolge la funzione di prestatrice di ultima istanza negli Stati che hanno adottato l’euro? Ovviamente il popolo, attraverso l’aumento della tassazione, l’inasprimento dei sistemi di accertamento fiscale, l’abbassamento della soglia massima per l’utilizzo del denaro contate e soprattutto i tagli selvaggi alle voci di spesa pubblica più delicate (istruzione, pensioni, stipendi, sicurezza, sanità, giustizia etc…). Tutto ciò premesso, i 19 Stati dell’Eurozona – non potendo più creare moneta dal nulla – devono pertanto andarsi a cercare la moneta. In che modo? Prendendola in prestito dai mercati dei capitali privati (ai quali va restituita con gli interessi) e/o andando a prenderla da cittadini e imprese attraverso le tasse, la lotta selvaggia all’evasione fiscale di sopravvivenza e i tagli allo stato sociale. Inoltre, tanto per intenderci, l’euro è una moneta fiat, cioè creata dal nulla dalla BCE (nello specifico da ciascuna Banca Centrale dei Paesi dell’Eurozona ma su decisione della BCE), quindi il crimine è doppio, infatti ciascuno Stato è costretto – nonostante l’euro sia creato dal nulla – a farsi prestare la moneta dalle banche private che, prima di prestarla, valutano con la lente di ingrandimento la capacità finanziaria dello Stato richiedente a poterla restituire. Ecco perché c’è il terrore della spesa e del debito pubblico; ecco perché l’evasione fiscale costituisce un problema… tutto questo perché si è deciso di adottare l’euro, una moneta completamente sbagliata!

     Ma torniamo al rapporto euro/lavoro/diritti fondamentali. Ecco un esempio pratico di come questa moneta unica – per sopravvivere – imponga ai Paesi che l’hanno adottata la SVALUTAZIONE DEL LAVORO:

     se la Riforma Fornero (Legge n. 92/2012) – in merito ai licenziamenti per giustificato motivo oggettivo – rendeva il reintegro nel posto di lavoro del lavoratore illegittimamente licenziato un’ipotesi residuale circoscritta a sole tre circostanze (licenziamenti orali, discriminatori e nei casi di carente motivazione o manifesta infondatezza del motivo addotto), il Jobs Act (Legge delega n. 183/2014 e successivi decreti attuativi del 2015) cancella del tutto la tutela del reintegro (sia per i licenziamenti per giustificato motivo oggettivo che per quelli per giustificato motivo soggettivo o per giusta causa), fatte salve le ipotesi meramente residuali dei licenziamenti orali, discriminatori e – solo per i licenziamenti per giustificato motivo soggettivo o per giusta causa – nel caso di insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratorelasciando fuori dal perimetro della tutela reale (reintegro) la sproporzionalità tra fatto contestato al lavoratore e provvedimento di licenziamento. Il Jobs Act riduce anche la forbice della tutela obbligatoria (economica), infatti, per entrambe le tipologie di licenziamento sopra indicate, la predetta tutela passa dalle 12-24 mensilità previste dalla Fornero alle 4-24 mensilità del Jobs Act! Per dirla con parole più semplici, l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori è stato quasi interamente smantellato in risposta alle criminali esigenze di sopravvivenza di questa moneta unica sbagliata. E a farlo è stata una politica di centro-sinistra che ha trovato asilo in un Parlamento di nominati, “eletto” con meccanismi elettorali dichiarati incostituzionali (Corte Costituzionale, Sent. n. 1/2014), oltre che per volontà di un Governo presieduto dal terzo Presidente del Consiglio dei ministri consecutivo privo di qualsivoglia legittimazione democratica.

  1. La folle costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio. Possibili rimedi giuridici

In ordine a tutto quanto predetto nel precedente paragrafo, si precisa altresì che se i “principi supremi” sui quali trova fondamento il nostro ordinamento costituzionale (in parte coincidenti con i Principi Fondamentali rubricati dall’art. 1 all’art. 12 della Costituzione) non possono essere soggetti a procedura di revisione costituzionale(limite implicito al quale va aggiunto quello esplicito della forma repubblicana di cui all’art. 139 Cost.), la Parte Prima della Costituzione – rappresentando la proiezione programmatica dei Principi Fondamentali – è anch’essa sottratta da eventuale procedura di revisione, se non in melius! A tal riguardo mi preme portare all’attenzione del lettore quanto accaduto con la Legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1 (“Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale”), attraverso la quale il Parlamento italiano (pur rispettando la procedura di revisione costituzionale dettata dall’art. 138 Cost.) ha inserito in Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio [2] (art. 81 Cost., quindi Parte Seconda della Costituzione e pertanto soggetta a revisione), ledendo – se non addirittura esautorando – uno dei “principi supremi” dell’ordinamento costituzionale che è il lavoro (artt. 1 co. I, 4 e 35 e seguenti della Costituzione) [3]. In pratica, pur rispettando la forma, il Legislatore ha palesemente violato e tradito la sostanza.

Partiamo da un presupposto inconfutabile: l’art. 1, primo comma, della Carta costituzionale (“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”) rappresenta la norma più importante della nostra Costituzione, il faro dell’intera legislazione, il limite supremo ad ogni sopruso, la rotta maestra che tutte le Istituzioni della Repubblica devono necessariamente percorrere sia nell’esercizio del potere legislativo ed esecutivo, sia nell’esercizio della funzione giurisdizionale!

Se i Padri Costituenti decisero di fondare la Repubblica sul lavoro (avrebbero potuto fondarla benissimo, ad esempio, sulla democrazia rappresentativa o sulla lotta ai totalitarismi) vuol dire che ammettevano senz’ombra di dubbio che lo Stato possa spendere a deficit al fine di creare piena occupazione e tutelare il diritto al lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Se così non fosse, per quale motivo i Padri Costituenti avrebbero fondato la Repubblica “sul lavoro”? Per quale motivo avrebbero scritto la parola “lavoro” addirittura al primo comma del primo articolo? E’ ovvio che l’intenzione dell’Assemblea Costituente era quella di creare uno Stato democratico che garantisse a tutti la possibilità di vivere liberi dal bisogno, garantendo a chiunque un medio benessere non scaturente dalla rendita o dalla proprietà, bensì dal lavoro (sia manuale che intellettuale)! Ma la Costituente, indomita, si spinse addirittura oltre e scrisse anche sia l’art. 4 co. I e II (“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”), sia gli artt. 35 e seguenti (sulla tutela del lavoro, della libertà sindacale e del diritto di sciopero). Il “principio supremo” del lavoro, rubricato sia nei Principi Fondamentali (artt. 1 co. I e 4 Cost.) che nella Parte Prima della Costituzione (artt. 35-40 Cost.), e quindi non soggetto a revisione costituzionale (se non in melius per quel che concerne la rubricazione che va dall’art. 35 all’art. 40 Cost.), di fronte alla costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio (avvenuta – come si è già evidenziato – nel rispetto formale della procedura di revisione costituzionale dettata dall’art. 138 Cost.) perde di efficacia sostanziale! Ciò detto, il nostro Parlamento ha volutamente calpestato i principi inderogabili della Costituzione (Costituzione primigenia[4] rendendo la Repubblica non più fondata sul lavoro bensì sulla stabilità (si fa per dire!) dei conti pubblici, mutandone completamente – con un atto di forza formalmente corretto ma sostanzialmente illegittimo – sia l’anima che l’impianto! Ciò premesso, la costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio è del tutto incompatibile con i “principi supremi” dell’ordinamento costituzionale.

L’obbligo del pareggio di bilancio, introdotto in Costituzione nel 2012, sarebbe dovuto entrare in vigore a partire dal 2014, tuttavia il Governo Renzi – in cambio delle cosiddette riforme strutturali [soprattutto della riforma del mercato del lavoro (Jobs Act) e dell’avvio a ritmi serrati della revisione della Parte Seconda della Costituzione] – ha ottenuto da Bruxelles prima un rinvio al 2018, poi al 2019. In pratica lo “schiavo”, dopo essersi flagellato da solo convincendosi che flagellarsi fa bene, e dopo aver spontaneamente rinunciato alla libertà che gli è stata donata dai suo Padri, attende consapevole e felice la data della sua “morte” ch’egli già conosce.

Tutto ciò premesso, i rimedi che offre il nostro ordinamento giuridico al fine di risolvere le gravi problematiche sinora esposte sono due: a) che il Parlamento, attraverso la procedura aggravata di cui all’art. 138 Cost., provveda all’abrogazione dell’art. 81 della Costituzione con la quale esso stesso ha introdotto il vincolo del pareggio di bilancio; b) che la Corte costituzionale, chiamata secondo le norme vigenti ad esprimersi sulla legittimità costituzionale della Legge costituzionale 20 aprile 2012 n. 1, dichiari l’incostituzionalità della nuova formulazione dell’art. 81 Cost. per palese violazione dei principi inderogabili della Costituzione primigenia.

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Alla luce di tutto quanto sinora argomentato, appare quindi sufficientemente dimostrato come la moneta unica e il pareggio di bilancio incidano negativamente (se non di peggio!) non solo nei confronti del principio fondamentale del lavoro, ma anche nei confronti della DEMOCRAZIA di tutti gli Stati dell’Eurozona. Provi uno Stato che ha adottato l’euro ad indire un referendum (anche solo consultivo)  sull’abbandono della moneta unica: la democrazia sarebbe soggetta ad un attacco spietato sia da parte dei mercati e della finanza, sia da parte dell’establishment eurocratico (Istituzioni europee, media, giornalisti, politici e professoroni… quelli a libro paga del sistema).

Avvocato Giuseppe PALMA

NOTE:

[1]     “Documento del Senato n. 23” (pag. 91) del 1865.

[2]     Sull’argomento, è possibile leggere la seguente intervista al prof. Giuseppe Guarino: http://www.libreidee.org/2013/03/fiscal-compact-guarino-il-pareggio-di-bilancio-e-illegale/ (11 marzo 2013).

[3]     La costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio (Legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1) è stata preceduta dalla sottoscrizione prima (2 marzo 2012), e dall’autorizzazione alla ratifica poi (luglio 2012), del cosiddetto Fiscal Compact (Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, detto anche Patto di bilancio europeo), il quale prevede – tra i diversi vincoli capestro in esso contenuti – anche l’obbligo per gli Stati firmatari del raggiungimento dell’obiettivo del pareggio di bilancio. Ciò premesso, il Fiscal Compact (che è un Trattato intergovernativo) è del tutto incompatibile non solo con la Costituzione italiana, ma addirittura anche con i Trattati istitutivi dell’UE (che rappresentano il diritto originario dell’Unione), infatti l’art. 3, comma 3, del TUE stabilisce – tra gli obiettivi dell’Unione (seppur nell’assurda cornice della stabilità dei prezzi e dell’economia di mercato fortemente competitiva) – la piena occupazione e il progresso sociale.

[4]     Sull’argomento: Luciano Barra Caracciolo, Luciano Barra Caracciolo, “Euro e (o?) democrazia costituzionale. La convivenza impossibile tra Costituzione e Trattati europei”, Dike Giuridica Editrice, 2013.

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Coloro che volessero approfondire l’argomento, potranno leggere questi miei libri:

https://www.macrolibrarsi.it/libri/__il-tradimento-della-costituzione-libro.php

https://www.ibs.it/tradimento-della-costituzione-ebook-giuseppe-palma/e/9788898891351

https://www.ibs.it/male-assoluto-ebook-giuseppe-palma/e/9788867823413

https://www.amazon.it/urocrimine-funziona-Soluzioni-giuridiche-dall-uro-ebook/dp/B01E0RQD7W/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1487840140&sr=8-1&keywords=%E2%82%ACurocrimine

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Avvocato Giuseppe PALMA