La doppia moneta può essere una soluzione? (di Giuseppe PALMA)

Premetto che l’euro è un crimine contro l’Umanità e chi lo ha introdotto è un vile criminale. E su questo punto non si tratta e non può esservi discussione. Tuttavia, allo scopo di non precludere alcuna soluzione per il bene del Paese, cerco di addentrarmi nel tema spinoso della cosiddetta doppia moneta.

Silvio Berlusconi, che conosce benissimo sia il funzionamento dell’euro che i suoi gravi aspetti di criticità, sa altrettanto bene che – qualora proponesse l’uscita dell’Italia dall’euro – le sue aziende sarebbero immediatamente poste sotto attacco. Gli è già capitato nel 2011 quando, bisbigliando nell’orecchio dell’allora presidente francese Sarkozy circa l’eventualità di un’uscita dell’Italia dall’euro, l’asse franco-tedesco lo fece fuori sostituendolo con Mario Monti, l’uomo della Troika per eccellenza.

Il Cavaliere sa anche che, prima o poi, l’euro imploderà. E lo sa bene. Ma probabilmente, quando ciò accadrà, lui non ci sarà più, quindi tenta di individuare soluzioni alternative. Tra queste, il ripristino parziale della sovranità monetaria attraverso l’introduzione di una doppia moneta nazionale, cioè una Nuova Lira da affiancare alla moneta unica europea, la quale – per effetto dell’introduzione di una doppia moneta nazionale a circuito interno – diverrebbe moneta comune europea.

Ma la questione è anche – e soprattutto – di natura politica: l’alleanza per le prossime elezioni politiche tra Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia, cioè la classica coalizione di centrodestra che – stando ai sondaggi – è avanti sia al M5S che al PD e suoi cespugli, è compromessa proprio su un punto: l’euro.

Salvini vorrebbe uscirne, così come anche la Meloni, mentre Berlusconi non può affermarlo per i motivi di cui sopra.

Ed ecco che qualche mese fa l’ex presidente del consiglio arrivava a proporre la soluzione della doppia moneta, proposta ribadita più volte anche pochi giorni fa a Porta a Porta:

  • L’euro resterebbe la moneta per l’import/export;
  • La Nuova Lira varrebbe per i cosiddetti consumi interni (una moneta a circuito interno, utilizzabile solo per i consumi e gli scambi in Italia).

Il Cavaliere parla della Nuova Lira riferendosi – come esempio – alle AM-Lire degli anni 1946-1953, ma sbaglia completamente riferimento perché la nuova moneta nazionale non sarebbe paragonabile alla doppia moneta del dopoguerra (per tanti motivi), ma questo è un dettaglio, seppur molto importante.

Anzitutto occorrerebbe sapere cosa sarebbe possibile fare con questa Nuova Lira, la quale, quasi sicuramente, verrebbe convertita 1:1 con l’euro (1 euro = 1 Nuova Lira). Certamente sarebbe una moneta da accreditare inizialmente – forse in egual misura e gratuitamente – su tutti i conti correnti degli italiani in quantità da stabilirsi, quindi – per esempio – insieme ad uno stipendio mensile di 1.500,00 euro, lo Stato ne accrediterebbe un altro – per un periodo da stabilirsi – di 1.500,00 Nuove Lire. Con queste ultime, oltre a poter fare la spesa , si potrà pagare il mutuo già contratto per l’acquisto di una casa? Io credo di no, anche perché i rapporti di debito/credito relativi ai contratti di mutuo già in essere sono tutti regolati in euro, e in euro resterebbero (la banca, almeno per i primi anni, mai accetterebbe di mutare la denominazione dei rapporti debito/credito da euro in Nuove Lire). Si potranno pagare le tasse? Cioè la Nuova Lira avrà valore intrinseco? E qui credo che la risposta non può che essere affermativa, altrimenti nessuno accetterebbe in pagamento la nuova moneta nazionale. Il valore intrinseco della moneta, infatti, incoraggia tutti gli operatori economici ad andarsi a cercare la moneta con la quale pagare le tasse. Si potranno pagare i dipendenti? Credo di sì, altrimenti il datore di lavoro non troverebbe conveniente accettare in pagamento dai propri clienti le Nuove Lire, così come il lavoratore non troverebbe utile accettarla quale retribuzione. Si potrà pagare l’affitto di casa o dell’ufficio? Credo che lo si potrà fare solo per i nuovi contratti, mentre per quelli già in essere la questione dipenderà dalla libera determinazione tra le parti. E lo stesso discorso dicasi per i mutui contratti con gli Istituti di credito: se i vecchi contratti resteranno certamente denominati in euro, un’eventuale nuova Banca pubblica sotto il controllo del Parlamento o del Governo potrebbe erogare mutui in Nuova Lira, risolvendo parzialmente il problema.

Tuttavia, sarebbe preferibile che la nuova moneta nazionale fosse creata direttamente dal Tesoro e non da una Banca, seppur pubblica. In tal caso, il Tesoro o l’eventuale nuova Banca pubblica dovrebbero fungere necessariamente da prestatrice illimitata di ultima istanza. E non potrebbe essere altrimenti, infatti, in caso contrario, non avrebbe neppure senso mettersi a discutere di doppia moneta.

Restano però tutti i problemi connessi alle esportazioni, infatti, dovendo l’euro restare la moneta per l’import/export, l’Italia continuerebbe a soffrire il regime di cambi fissi che impone di scaricare il peso della competitività sul lavoro attraverso la riduzione dei salari e la contrazione delle garanzie contrattuali e di legge in favore del lavoratore. Aspetto, questo, che sta massacrando il nostro Paese esautorando e svilendo i principi supremi della Costituzione primigenia.

Ulteriore aspetto che sembra insormontabile è quello dell’eventuale consenso da parte delle Istituzioni europee alla doppia moneta. L’intera sovrastruttura dell’eurozona vive e si regge proprio sul sistema-euro, quindi sulla sostenibilità dei conti pubblici, sulla moneta a debito e sull’assenza di una prestatrice illimitata di ultima istanza, che tradotto significa AUSTERITA’, la quale conduce gli Stati verso il crimine dell’avanzo primario e del pareggio di bilancio, cioè la morte di un Paese! Paradossalmente, se le Istituzioni europee non fossero accecate come lo sono sempre state, proprio la doppia moneta – visto che sarebbe una moneta creata dal nulla dallo Stato italiano – potrebbe garantire non solo la sostenibilità dei conti pubblici (in euro), ma anche una riduzione sia del rapporto deficit/Pil che del rapporto debito pubblico/PIL (stiamo parlando sempre in euro), e ciò per effetto di un incremento del prodotto interno lordo a causa del ripristino – seppur parziale – della sovranità monetaria. Ma ciò non basterebbe, infatti sarebbe in ogni caso necessario ridiscutere i Trattati europei (da Maastricht a Lisbona) ed accantonare definitivamente il Fiscal Compact

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PROBLEMATICHE E SOLUZIONI GIURIDICHE IN ORDINE ALLA DOPPIA MONETA:

L’art. 128 TFUE, primo comma, così recita: “La banca centrale europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote in euro all’interno dell’Unione. La Banca centrale europea e le banche centrali nazionali possono emettere banconote. Le banconote emesse dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nell’Unione“.

Leggendo questo articolo sembrerebbe che la soluzione della doppia moneta non sia fattibile in quanto vietata dai Trattati, infatti l’ultimo periodo del primo comma dell’art. 128 TFUE prescrive che le uniche monete aventi corso legale nell’Unione siano quelle create dalla BCE e dalle BC nazionali.

Ma il punto è un altro. La doppia moneta, nei termini in cui ne parla Silvio Berlusconi, sarebbe una moneta a circuito interno, quindi non utilizzabile negli scambi import/export ma solo per gli scambi e i consumi interni (solo in Italia), e ciò renderebbe praticabile la soluzione proposta dall’ex presidente del consiglio in quanto nessuno può vietare ad uno Stato sovrano (seppur quel poco che resta all’Italia della propria sovranità) di creare una unità di misura (da chiamarsi anche moneta) che serva a determinare e a regolare il valore in termini monetari degli scambi interni. 

A tal proposito, se si legge l’art. 117 della Costituzione vigente, introdotto con la revisione costituzionale del 2001, esso attribuisce allo Stato la legislazione esclusiva sulla moneta [lettera e) del medesimo articolo, secondo comma], seppur riferendosi alla ripartizione delle competenze Stato-Regioni. Attraverso la leva costituzionale rappresentata dal predetto articolo l’Italia potrebbe quindi creare una propria moneta (in tal caso la doppia moneta da affiancare all’euro), seppur all’interno dei limiti delineati dall’ultimo periodo dell’art. 128 TFUE! 

Ad avallare la predetta soluzione vi sarebbe la circostanza che l’Italia non ha ceduto sovranità monetaria (atto costituzionalmente illegittimo), bensì l’ha solo limitata (facendo leva sulle cosiddette limitazioni di sovranità di cui parla l’art. 11 della Costituzione), quindi la creazione di una moneta nazionale a circuito interno da affiancare all’euro – in linea generale – non potrebbe essere vietata. Tuttavia, a scanso di equivoci e come ho già dimostrato nei miei libri ed articoli, le limitazioni di sovranità di cui all’art. 11 della Costituzione non si riferivano – leggendo i verbali dei lavori preparatori dell’Assemblea Costituente che costituiscono fonte autentica di interpretazione della Costituzione – né alle limitazioni della sovranità monetaria, né tanto meno a quelle riguardanti la sovranità economica e legislativa! 

Inoltre, la doppia moneta a livello nazionale non è da equiparare neppure lontanamente alle cosiddette monete parallele a livello locale: le due cose sono molto diverse anche alla luce del fatto che, per quanto riguarda l’eventuale creazione di una nuova moneta nazionale da affiancare all’euro, questa sarebbe creata dal nulla dallo Stato italiano che – a tal riguardo – eserciterebbe quel potere di imperio proprio di uno Stato sovrano! 

Tutto ciò premesso, le problematiche giuridiche connesse all’introduzione di una moneta nazionale da affiancare all’euro non sarebbero affatto di facile soluzione! 

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Sempre in ordine alla doppia moneta vi sarebbe anche la soluzione rappresentata dai cosiddetti CCF (Certificati di Credito Fiscale), proposta elaborata dagli amici Giovanni Zibordi, Marco Cattaneo e Stefano Sylos Labini. Ricordo un viaggio da Roma a L’Aquila durante il quale Stefano me ne parlò nel dettaglio. Io nutro serie perplessità sui CCF, tuttavia, non sarebbe – neppure questa – una proposta da scartare a priori, fosse solo per la serietà e l’onestà intellettuale dei tre che l’hanno proposta. Credo però che, trattandosi di certificati di credito fiscale, le Istituzioni europee non sarebbero disponibili a fornire il proprio consenso alla loro introduzione perché verrebbe loro a mancare la base sulla quale l’Unione stessa fonda la propria sopravvivenza (non tanto l’UE quanto l’eurozona), e i motivi li spiegai a Stefano durante quel viaggio.

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Ciò premesso, sui dubbi e sulle perplessità in ordine alla doppia moneta così come proposta da Silvio Berlusconi, non posso che condividere pienamente questo tweet di qualche mese fa di Claudio Borghi, responsabile economico nazionale di Lega Nord:

Claudio ha perfettamente ragione! Quindi le criticità restano…

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Io resto convinto che l’unica soluzione per il bene del Paese sia l’uscita dell’Italia dall’euro ed il ripristino totale della sovranità monetaria, tuttavia, se ad occuparsi della doppia moneta fossero economisti in buona fede che avessero a cuore la Costituzione e l’interesse nazionale, la soluzione non sarebbe da scartare a priori.

L’euro è un crimine, quindi – in un modo o nell’altro – dobbiamo liberarcene!

Avv. Giuseppe PALMA

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P.S. Coloro che volessero approfondire l’argomento EURO, potranno leggere questo mio libro (in e-book)…

…oppure consultare questo mio dossier su come si esce dall’euro:

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Avv. Giuseppe PALMA

 

Esco da “Riscossa Italia” e torno a fare ciò che so fare meglio: scrivere e divulgare per il bene del Paese e allo scopo di salvare la Costituzione (Giuseppe PALMA)

Ho iniziato la mia attività di scrittore e divulgatore culturale nel lontano 2010 (mentre tutti dormivano), quando, attraverso la letteratura e la storia del diritto moderno, denunciai scientificamente come la magistratura sia purtroppo in grado di attaccare – e in alcuni casi sostituire – governi democraticamente eletti (qualcuno ricorderà il mio libro “Il Fiore e la Lama“, giugno 2011). E nel 2012, prima degli altri, denunciai la nascita della nuova Aristocrazia Europea che prendeva il posto – dopo duecento anni – dell’Ancien Régime (alcuni ricorderanno il mio libro “La Rivoluzione francese e i giorni nostri. Dall’Ancien Régime alla nuova Aristocrazia Europea“, GDS, ottobre 2013, la cui stesura iniziava nel luglio 2012).

Da allora ho scritto ben venticinque libri: dal diritto costituzionale al diritto dell’Unione Europea, dalla storia moderna e contemporanea alla critica letteraria, dalla narrativa alla poesia.

Nel 2014 fui trai i primi scrittori italiani a denunciare – dopo Luciano Barra Caracciolo, Giuseppe Guarino, Paolo Maddalena e Paolo Barnard – i gravissimi aspetti di criticità esistenti nel rapporto tra Costituzione da un lato e Trattati europei/moneta unica dall’altro! Ricorderete a tal proposito il mio libro “Il male assoluto“, GDS, ottobre 2014, recensito positivamente da Barnard, che nuovamente ringrazio.

Nel gennaio 2015 mi telefonò il prof. Antonio Maria Rinaldi per chiedermi se volessi scrivere per il blog scenarieconomici.it. Con Antonio c’erano anche Marco Mori, Luigi Pecchioli, Fabio Lugano, Maurizio Gustinicchi, Luca Mussati, Giampaolo Atzori, Jean Sebastien Lucidi e tanti altri… una squadra che giunse a costruire – senza neppure un centesimo – un blog da circa dieci milioni di pagine viste ogni anno.

Il potere ci temeva. Ci leggeva. Ci rispettava!

Non c’era parlamentare della Repubblica che non consultava i nostri articoli. Eravamo diventati un punto di riferimento critico per l’intero Paese. E di questo ringrazio Antonio Maria Rinaldi. A lui devo il vasto pubblico di lettori che ho oggi!

Una volta un deputato di opposizione mi disse: <<Caro Palma, un parlamentare su tre legge sotto banco il Suo libro “Figli Destituenti”. Parecchi interventi in aula sono ripresi dal Suo libro>>.

Ma devo ringraziare una persona in particolare, che è il collega Marco Mori, il quale, cedendo a me alcune sue conferenze, ovvero chiedendo agli organizzatori di chiamare anche me insieme a lui (comprese alcune ospitate in TV), mi ha letteralmente regalato un ampio pubblico di lettori e veri propri fans. Se c’è una cosa che non appartiene a Marco, quella è proprio l’invidia! Generoso come pochi, sincero come nessuno!

Poi è arrivata la politica. Prima Alternativa per l’Italia e poi Riscossa Italia.

Ci sono tre motivi sui quali gli uomini rovinano i rapporti personali:

a) i soldi;

b) le donne;

c) la politica.

A noi ci ha fulminato la politica! Infatti è stata proprio la politica a rovinare – in un vortice senza ragione – i rapporti con Antonio Maria Rinaldi, anche se tra me e lui restano sinceri rapporti cordiali. Eravamo una famiglia. Ora siamo nulla più che semplici persone distanti… Ahi, quanto dolore e quante notti insonni… 

Ma per fortuna con Marco Mori abbiamo un solido rapporto di amicizia che va oltre la politica. Il nostro rapporto non sarà mai scalfito da questioni politiche. Si resta legati da un profondo sentimento di amicizia sincera e da un obiettivo comune: estirpare il crimine dell’euro e liberare il Paese dalle catene di Bruxelles e Francoforte!

Marco è come Robespierre: puro d’animo, autentico, incorruttibile e incapace di scendere a compromessi. Per lui esiste solo la rivoluzione! E per la rivoluzione sacrifica ogni cosa! Su questo, chapeau amico mio!

Io, invece, sono come Danton: pronto ad arrabbiarmi ma incapace di portare rancore, disponibile a trattare con chiunque – anche col nemico, se necessario – pur di raggiungere un nobile obiettivo comune allo scopo di ripristinare i principi inderogabili della Costituzione primigenia.

Ciò premesso, dopo le mie dimissioni da vice-segretario di “Riscossa Italia” rassegnate mercoledì 14 giugno per motivi personali, oggi – lunedì 19 giugno 2017 – rassegno le mie dimissioni anche da semplice membro del medesimo partito.

Torno a fare ciò che so fare meglio: scrivere libri ed articoli allo scopo di salvare il Paese e proteggere la nostra Costituzione!

Caro Marco, Ti aspetto in quello che sappiamo fare meglio e lì dove eri un vero campione, un autentico fuoriclasse senza eguali: la divulgazione scientifica e letteraria su temi come Costituzione, Unione Europea, Trattati europei, Euro! Il Paese ha ancora bisogno di noi! Ma come scrittori e divulgatori però! La politica, al momento, lasciamola stare. Ricordi Padova? Più di quattrocento persone in piedi ad applaudirci senza che avessimo mai avuto una minima comparizione televisiva! Ricordi Urbino? Persone fuori dalla porta perché erano finiti i posti a sedere! Arriverà il giorno che da Roma ci chiameranno – come tecnici – per contribuire a salvare il Paese. Tu, amico mio, a Genova hai fatto il possibile. Più di come Ti sei impegnato non potevi fare! Non hai nulla da rimproverarTi. Ora però, a mio modesto parere, devi tornare a fare divulgazione da indipendente! Questo è, ovviamente, solo un semplice consiglio da amico… è nella libera divulgazione scientifica e culturale la leva più efficace per salvare l’Italia!

Io torno a scrivere e a divulgare come ho sempre fatto, cioè con rigore scientifico ed onestà intellettuale, da uomo libero e indipendente!

Ma un appunto sul “fronte sovranista” me lo lascerete fare: tutte prime donne! Tutti che ritengono di essere più bravi degli altri! Tutti che si ritengono indispensabili! E no, cari amici combattenti! Il Paese non lo si libera facendo le prime donne! Il Paese lo liberiamo solo se ciascuno di noi rispetta l’altro per le sue competenze ed il suo valore! Il resto è pubblicità. Serve a un cazzo! E scusate il francesismo! 

Ma nutro ancora una speranza: la Rivoluzione francese nacque sotto un unico club, quello dei giacobini, che raccoglieva dal conte di Mirabeau a Robespierre, dall’abate di Sieyès a Brissot! Poi si divisero. E fu lì che la Rivoluzione inghiottì se stessa! Noi, invece, partiamo divisi in partenza. Per proprietà transitiva dovremmo unirci alla fine. E forse sarà proprio alla fine che, invece di inghiottire noi stessi, insieme – e sottolineo insieme – riusciremo a liberare il Paese! 

Un saluto ed un abbraccio sincero anche all’amico Luigi Pecchioli, uomo come pochi e di equilibrio invidiabile, alle senatrici Paola De Pin e Monica Casaletto, ai combattenti Caterina Betti, Tiziano Tanari, Filippo Altobelli (un ragazzo speciale ed unico), Valerio Palandri, Vittorio Banti, Giorgio Gaetani e tantissimi altri… Con ciascuno di voi realizzerò tutto quello che serve per liberare il Paese dalla schiavitù sovranazionale che l’opprime! Ma io lo farò da semplice scrittore e divulgatore culturale, libero e indipendente!

Un caro saluto e un abbraccio a tutti.

Giuseppe PALMA

 

 

Comuni italiani, sforate il patto di stabilità interno! L’intervista che Giuseppe PALMA ha rilasciato ad AbruzzoWeb

Riportiamo qui di seguito l’intervista che l’avv. Giuseppe PALMA, candidato a Genova come Consigliere comunale con la lista “Riscossa Italia” – Marco MORI sindaco, ha rilasciato al quotidiano on-line AbruzzoWeb (05 giugno 2017):

Comuni italiani, sforate il patto di stabilità interno!

 (direttamente da AbruzzoWebhttp://www.abruzzoweb.it/contenuti/comuni-italiani-sforate-patto-stabilita-e-strozzinaggio-ora-piu-spesa-pubblica-/629253-2/)

Articolo a firma di Roberto Santilli
L’AQUILA – “Tecnicamente, i Comuni italiani non hanno più soldi. C’è il patto di stabilità interno, la cui genesi è nei vincoli esterni dell’Unione Europea, costituzionalizzati con la legge n. 1 del 2012 che è, per riassumere, quella del pareggio di bilancio in Costituzione sia a livello locale che nazionale. E allora, per cominciare, i Comuni sforino il patto di stabilità e lascino perdere i fondi europei, uno degli strumenti di ricatto e di maggiore impoverimento del Paese”.

Così ad AbruzzoWeb Giuseppe Palma, avvocato e scrittore che di recente è stato tra i relatori a L”Aquila del convegno sull’uscita dell’Italia dall’Euro, “Italexit”, organizzato da questo giornale.

Nel clima della campagna elettorale in Italia per le elezioni comunali, Palma punta a spiegare, come sta facendo a Genova (candidandosi al Consiglio comunale) con il candidato sindaco di “Riscossa Italia” Marco Mori – avvocato che in passato ha denunciato, chiedendone l’arresto, tra gli altri, l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e l’ex premier Mario Monti, – quelle questioni che difficilmente trovano spazio nei dibattiti e nelle proposte elettorali.

“Siamo ormai al punto in cui i Comuni chiedono in prestito i soldi alle banche – spiega, polemizzando, l’avvocato Palma – le quali, ovviamente, applicano tassi di interesse come se si trattasse di un normale prestito a chiunque. I Comuni, quindi, usano le tasse per ripagare il prestito, come un poveretto che chiede i soldi allo strozzino”.

“E si faccia attenzione quando i politici e i tecnici si riempiono la bocca con aggettivi come ‘virtuoso’, o con i fondi europei, altro strumento folle nell’Italia dell’Euro – prosegue l’esperto –. Essere virtuosi è una ottusità alla Monti, è un concetto sdoganato da lui e da quelli come lui. Lo Stato, gli Enti locali, non sono come una famiglia. La famiglia deve poter risparmiare, Stato ed Enti locali assolutamente no! Per fare gli interessi della collettività occorre più spesa pubblica, non tagli! Nel sistema dell’euro e dei vincoli esterni, invece, se qualcuno non lo ha ancora inteso, si tagliano le voci di spesa pubblica più sensibili e si privatizzano i servizi pubblici essenziali, in pratica si massacrano i più deboli, si crea povertà diffusa.

E attenzione anche quando ci parlano degli sprechi, i quali, benché deprecabili, non c’entrano assolutamente nulla con la crisi economica.

Perché, parlando solo e soltanto di sprechi, non si dà mai spazio al fatto, ad esempio, che da oltre vent’anni l’Italia fa avanzo primario, cioè tassa più di quanto spende, al netto degli interessi passivi sul debito pubblico, in un sistema, quello dell’Euro, che costringe gli Stati privi ormai di sovranità monetaria a prendere in prestito i soldi dai mercati dei capitali privati, cioè dagli strozzini, e che quindi diventano proprietari delle nostre vite e delle Istituzioni”.

“È lo Stato che deve garantire i trasferimenti agli Enti Locali in misura di ciò che occorre a soddisfarne tutte le esigenze – dice ancora Palma – altrimenti, sarà sempre più facile tagliare tutto per tenersi in piedi. L’originaria formulazione dell’articolo 119 della Costituzione era perfetta: lo Stato trasferiva agli Enti Locali ciò che serviva per soddisfarne tutti i bisogni. Punto. Ora, con l’euro e l’Unione Europea, non è più così”.

Sui Comuni che non possono creare lavoro, Palma afferma che “Possono invece farlo nei limiti di spesa. È tuttavia impossibile nel sistema euro creare la piena occupazione, mentre  in passato era diverso. Perché si chiedevano i trasferimenti allo Stato, perché soprattutto al sud deindustrializzato si toglievano le persone dalle rovine della disoccupazione assumendole nelle amministrazioni locali, mentre al nord il fenomeno era meno ‘forte’, ma anche il nord ormai è pressoché deindustrializzato. Gli ‘orrori’ del modello economico neoliberista si trovano anche al nord”.

Dunque, per il giurista e scrittore di origini pugliesi, “Bisogna aumentare la spesa pubblica, non diminuirla. Quindi, per quel che riguarda i Comuni, è necessario violare il patto di stabilità interno. Non va mai dimenticato che c’è una sentenza della Corte Costituzionale, la numero 275 del 2016, che dice che il principio dell’equilibrio di bilancio, cioè il pareggio di bilancio, non può mai prevalere sui diritti incomprimibili. Quindi, va da sé che per garantire questi diritti, si possa violare il patto di stabilità interno. E chi parla di fondi europei è come quel tale che ti consiglia di andare dallo strozzino. Idem i project financing, alla fine si va sempre a bussare al privato, facendo più danni di quanti se ne possano immaginare”.

Sulla campagna elettorale al fianco di Mori a Genova – conclude Palma – “La stiamo portando avanti sul territorio, utlilizzando al meglio anche i social network e le tv locali. Non so come risponderà elettoralmente la cittadinanza, ma per noi è arrivata l’ora di spezzare le catene euriste. Le stesse che producono il terribile e criminale patto di stabilità interno”.

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Intervista che l’avvocato Giuseppe PALMA ha rilasciato al quotidiano on-line AbruzzoWeb il 05 giugno 2017: http://www.abruzzoweb.it/contenuti/comuni-italiani-sforate-patto-stabilita-e-strozzinaggio-ora-piu-spesa-pubblica-/629253-2/

 

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Costituzione, Unione Europea ed €uro: quattro libri di Giuseppe PALMA contro il “pensiero unico dominante”

Proponiamo qui di seguito quattro libri (saggistica) scritti dall’avvocato Giuseppe PALMA – fondatore di questo blog – su Costituzione, Unione Europea ed Euro, contro il “pensiero unico dominante”:

LA COSTITUZIONE COME NESSUNO L’HA MAI SPIEGATA. Un viaggio con la più bella del mondo in occasione dei suoi 70 anni“, Key editore, 2017 (disponibile sia in formato cartaceo che in e-book):

La costituzione come nessuno l’ha mai spiegata. Un viaggio con la più bella del mondo in occasione dei suoi 70 anni

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IL TRADIMENTO DELLA COSTITUZIONE. Dall’Unione Europea agli Stati Uniti d’Europa. La rinuncia alla sovranità nazionale“, Edizioni Sì, 2016 (disponibile sia in formato cartaceo che in e-book):

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€UROCRIMINE. Cos’è la moneta unica e come funziona. Soluzioni giuridiche per uscire dall’€uro“, GDS, 2016 (disponibile solo in e-book):

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IL MALE ASSOLUTO. Dallo Stato di Diritto alla modernità Restauratrice. L’incompatibilità tra Costituzione e Trattati dell’UE. Aspetti di criticità dell’Euro“, GDS, 2014 (disponibile sia in formato cartaceo che in e-book):

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Altri libri dell’avv. Giuseppe PALMA (che, in totale, ne ha scritti finora ventiquattro): http://lacostituzioneblog.com/shop/

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lacostituzionablog.com

 

Convegno Italexit a L’Aquila: Giuseppe PALMA spiega la via giuridica per uscire dall’euro (VIDEO)

Sabato 13 maggio 2017, a L’Aquila, si è tenuto il convegno Italexit organizzato dal quotidiano on-line AbruzzoWeb.

Tra i relatori, oltre a me, l’eurodeputato Marco Zanni, il prof. Massimo Pivetti (già ordinario di economia politica all’Università di Roma), il dott. Stefano Sylos Labini (figlio dell’economista Paolo) e il dott. Esposito, esperto di mercati finanziari e sistema bancario.

Qui di seguito il VIDEO del mio intervento (in sintesi) sulla via giuridica per uscire dall’euro:

Avv. Giuseppe PALMA

 

IMPERDIBILE! Sette lezioni-video su EURO e UE (a cura di Giuseppe PALMA)

Propongo qui di seguito sette mie lezioni-video (della durata massima di dieci minuti ciascuna) sul funzionamento e sui principali aspetti di criticità dell’Unione Europea e dell’euro, già trasmesse pochi mesi fa sulla pagina facebook “Economia Democratica“. Molto importanti sono le gravi criticità esistenti nel rapporto tra la nostra Costituzione e i Trattati europei.

Buona visione:

PRIMA LEZIONE (COS’E’ L’EURO E COME FUNZIONA):

SECONDA LEZIONE (RAPPORTO COSTITUZIONE/TRATTATI EUROPEI: GLI ASSETTI ISTITUZIONALI):

TERZA LEZIONE (RAPPORTO COSTITUZIONE/TRATTATI EUROPEI: L’ESERCIZIO DELLA FUNZIONE LEGISLATIVA):

QUARTA LEZIONE (I CONTRO-LIMITI, CIOE’ LA “LINEA DEL PIAVE” A DIFESA DEI PRINCIPI FONDAMENTALI E DEI DIRITTI INALIENABILI DELLA PERSONA):

QUINTA LEZIONE (IL VINCOLO DEL PAREGGIO DI BILANCIO E LE PAROLE DI CALAMANDREI):

SESTA LEZIONE (LA COSTITUZIONALIZZAZIONE DEL VINCOLO DEL PAREGGIO DI BILANCIO):

SETTIMA ED ULTIMA LEZIONE (L’INCOSTITUZIONALITA’ DEGLI EVENTUALI “STATI UNITI D’EUROPA”):

 

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Avv. Giuseppe PALMA

 

Le privatizzazioni c’impoveriranno… articolo di Marco Mori e Giuseppe Palma su “La Verità” di oggi

Qui di seguito un articolo degli avvocati Marco Mori e Giuseppe Palma su “La Verità” di oggi, mercoledì 19 aprile 2017, a pag. 2:

“Le privatizzazioni c’impoveriranno…

Per rispondere alle richieste UE, vanno avanti le cessioni pubbliche. Ma i servizi essenziali in regime di monopolio in mano ai privati fanno aumentare le tariffe”

Dal 5 agosto 2011 l’agenda politica nazionale è priva di ogni autonomia ed indipendenza. Ogni governo, via via imposto al popolo italiano da poteri economici sovranazionali, prosegue l’esecuzione degli ordini inviati dalla BCE, dettati appunto con la storica missiva del 2011. Uno di tali ordini era quello di avviare privatizzazioni su larga scala, consegnare all’ingordigia dei mercati tutte le utility, comprese quelle comunali. Attività in monopolio e a tariffa vincolata, dove il profitto è sempre certo ed il rischio di impresa è completamente azzerato.

Come sempre la situazione di emergenza economica ha annichilito la capacità di ragionamento delle persone e dietro al mantra, folle per uno Stato , del “non ci sono i soldi”, si è accettata l’idea che solo privatizzando si possono ancora erogare i servizi essenziali. Acqua, energia, nettezza urbana, tutto deve essere in mano ai mercati, a discapito dei cittadini.

Come diceva Keynes ormai ci si perde in calcoli così sofisticati da diffidare delle soluzioni più semplici. Così abbiamo dimenticato l’ovvio, ovvero che un servizio essenziale in regime di monopolio, in mano ad un privato, determina tariffe più alte ed una minor qualità della prestazione.

Ovunque si è privatizzato si è verificato esattamente questo. E la ragione è semplice: il pubblico attualmente richiede unicamente che i costi del servizio siano ripagati (anche se uscendo dall’euro potremmo erogarli in deficit per espandere la moneta circolante nell’economia), mentre il privato aggiunge a tutto questo il proprio margine di profitto.

In conseguenza il privato deve ridurre i costi, in particolare quelli del lavoro, ed alzare le tariffe. Solo così i margini sono garantiti. Spesso si urla all’inefficienza del pubblico, una clamorosa sciocchezza priva di dimostrazioni dotate della benché minima validità scientifica. Ma capiamoci, anche fosse, secondo voi la collettività spenderebbe meno assumendo dirigenti che controllino davvero l’operato del personale, oppure garantendo il profitto ad un’azienda privata?

La risposta è ovvia. Controllare costa meno che privatizzare a tutto vantaggio dei cittadini. L’ultima follia in tal senso la stiamo vedendo nella città di Genova. Sarebbe bello se anche lì, dove si sta per privatizzare il servizio di nettezza urbana (proprio in questi giorni è in discussione la fusione tra Amiu ed Iren) leggessero queste osservazioni. Sarebbe bello se si comprendesse il danno che l’operazione porterà e che finalmente un Comune dicesse un sonoro “no” alle demenziali ricette della BCE.

Tra qualche mese, massimo qualche anno, le tariffe aumenteranno e i lavoratori perderanno i diritti, alcuni perderanno anche il posto di lavoro. Queste sono le privatizzazioni e l’utile non viene mai dal cielo…

Del resto, essendo entrati nell’euro, ci siamo castrati di qualsivoglia leva autonoma di politica economica e industriale, svendendo i nostri “gioielli nazionali” attraverso le privatizzazioni, facendo favori alle lobby e alle multinazionali, favorendo quindi il capitale internazionale a scapito dei diritti fondamentali. Se si privatizzano i servizi essenziali, di cui il popolo non può fare a meno (acqua, trasporti, poste, energia, sanità etc…), è ovvio che il privato potrà fare il bello ed il cattivo tempo. Si può vivere senza sanità e trasporti? Certo che no, quindi il cittadino sarà costretto a pagare le tariffe imposte dai privati (che, ricordiamolo, hanno lo scopo di massimizzare il profitto), senza alcuna possibilità di lamentarsi. Questo fenomeno si chiama captive demand, cioè guadagni garantiti a tavolino per i privati (indipendentemente dagli andamenti del mercato) che faranno finta di farsi concorrenza tra di loro mentre si metteranno d’accordo (cartelli sostanziali) per il continuo e graduale aumento delle tariffe, con conseguente aumento dei loro guadagni.

Il tempo ci darà ragione, ma come sempre sarà troppo tardi. A quando un risveglio collettivo?

Marco MORI

Giuseppe PALMA 

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Una proposta di legge costituzionale per abrogare il pareggio di bilancio in Costituzione (VIDEO della conferenza stampa) – Marco Mori, Paola De Pin e Giuseppe Palma

Giovedì 23 marzo 2017 si è tenuta in Senato (presso sala ISMA) una conferenza stampa per presentare il mio DDL di revisione costituzionale (n. 2703 comunicato alla Presidenza il 15 febbraio 2017), a firma delle senatrici Paola De Pin e Monica Casaletto (di Riscossa Italia – Gruppo Misto).

Alla conferenza stampa, oltre a me, prendevano parte la senatrice Paola De Pin (co-firmataria del DDL) e l’avvocato Marco Mori (segretario di “Riscossa Italia“).

I principali obiettivi di questo mio DDL di revisione costituzionale sono:

  • la costituzionalizzazione dei contro-limiti così come sanciti dalla Corte costituzionale (Sentenze numm. 284/2007 e 238/2014);
  • l’abrogazione del vincolo del pareggio di bilancio vigliaccamente introdotto in Costituzione nel 2012, oltre alla costituzionalizzazione del suo ripudio;
  • la costituzionalizzazione dell’inderogabilità della sovranità monetaria (quindi il suo ripristino addirittura per via costituzionale);
  • il ripristino della sovranità nazionale attraverso la costituzionalizzazione della preminenza della legislazione nazionale su quella europea ed internazionale;
  • la costituzionalizzazione dell’obbligo per la Repubblica di perseguire l’obiettivo della piena occupazione;
  • la costituzionalizzazione dei limiti all’imposizione fiscale;
  • il mantenimento del sistema del bicameralismo paritario ma con l’introduzione di una commissione parlamentare di conciliazione che funzioni attraverso procedure democratiche previste da legge costituzionale. L’approvazione delle leggi avverrà sempre e comunque da parte di entrambe le aule parlamentari in un sistema di bicameralismo paritario, ma con un tentativo di miglioramento del sistema stesso, pur garantendo il ruolo paritario delle due Camere.

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Qui di seguito il VIDEO della conferenza stampa:

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Per poter legge il mio DDL è possibile scaricarlo direttamente dal sito del Senato cliccando uno dei seguenti link:

Versione in PDF, stampabile (con allegata Relazione al DDL):

Versione a video:

 Versione stampabile (da video):

 

Avvocato Giuseppe PALMA

 

 

 

Facciamo avanzo primario da oltre vent’anni… altro che pareggio di bilancio! (articolo per cuori forti) – di Giuseppe PALMA

Prima di entrare nel cuore dell’articolo, si rendono necessarie alcune nozioni-base di economia spiegate alla massaia di Vigevano:

a) lo Stato fa pareggio di bilancio quando tassa (e incamera) tutto quello che ha speso, lasciando ZERO ricchezza alla collettività;

b) si ha invece avanzo primario quando le entrate dello Stato sono superiori alle uscite, generando in tal modo un massacro della collettività. Il calcolo è svolto al netto degli interessi passivi sul debito pubblico. In pratica è la differenza tra entrate ed uscite dello Stato (con un risultato che vede prevalere le prime),   senza calcolare gli interessi sul debito! 

c) lo Stato spende a deficit quando la sua spesa è superiore alle sue entrate, quindi quando decide di tassare (e incamerare) meno di quanto ha speso, lasciando la residua fetta di ricchezza alla collettività;

d) uno Stato privo di sovranità monetaria (i 19 Paesi che adottano l’euro), non potendo più creare moneta dal nulla (peculiarità riservata solo alla BCE), per reperire la moneta ha tre possibilità: 1) andandola a chiedere in prestito ai mercati dei capitali privati (es. banche private) attraverso il collocamento sul mercato primario dei Titoli di Stato (che poi costituiscono il famigerato debito pubblico). Il mercato decide quindi i tassi di interesse a seconda della sostenibilità dei conti pubblici dello Stato “richiedente”! Più i conti saranno in ordine (indipendentemente dalle condizioni socio-economiche in cui versa la collettività) e più gli interessi saranno bassi; più lo Stato spenderà a deficit (aiutando la collettività) e più gli interessi saranno alti; 2) andandola ad estorcere a cittadini e imprese attraverso l’aumento delle tasse, l’inasprimento dei sistemi di accertamento fiscale e i tagli selvaggi alle voci di spesa pubblica più sensibili (sanità, pensioni, sicurezza, istruzione, giustizia etc);  3) favorendo l’ingresso di capitali esteri attraverso gli investimenti stranieri e le esportazioni. Nel primo caso, chi investe non vuole tra i piedi i così detti “irritanti commerciali” (i diritti dei lavoratori), altrimenti trova conveniente investire altrove. Nel secondo caso, ciò quello delle esportazioni, il discorso è invece più articolato: l’euro è un accordo di cambi fissi, quindi, per poter essere competitivi, non potendo più scaricare il peso della competitività sulla moneta, lo si scarica sul lavoro attraverso la riduzione dei salari e la contrazione delle garanzie contrattuali e di legge in favore del lavoratore (riforma Fornero e Jobs Act questo sono);

e) la BCE (Banca Centrale Europea), addirittura per suo statuto, non funge da prestatrice illimitata di ultima istanza, cioè non garantisce i debiti pubblici di nessuno degli Stati dell’Eurozona. Il Quantitative Easing di Draghi sta provvedendo ad acquistare Titoli di Stato sul mercato secondario (cioè quelli già in circolazione) e non quelli sul mercato primario (cioè battuti mensilmente dal Tesoro). Ciò detto, nei Paesi dell’area-euro la funzione di prestatrice di ultima istanza è purtroppo esercitata da cittadini e imprese!

Tenete a mente queste cinque nozioni perché torneranno utili più avanti. 

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Fatta questa doverosa e non breve premessa, senza la quale sarebbe impossibile per i non addetti ai lavori comprendere il contenuto di questo articolo, entriamo ora nel vivo.

L’Italia, come ormai tutti dovrebbero sapere, con la sottoscrizione del Fiscal Compact (marzo 2012) e la costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio (aprile 2012), si è obbligata a fare (inizialmente dal 2014, ora dal 2019) pareggio di bilancio, castrandosi per i decenni a venire di qualsiasi politica economica che miri a creare occupazione e benessere!

E fin qui, vista l’incessante attività divulgativa degli ultimi anni, nulla di nuovo.

Ma attenzione! Forse non tutti sanno che l’Italia, a partire dal 1991 in avanti, non è affatto vero che spende a deficit! Forse è vero tecnicamente, ma non nella sostanza!

Come sarebbe a dire, direbbe un qualsiasi cittadino?! Ma è proprio così. Anzi, vi dirò di più: non fa neppure pareggio di bilancio! Fa AVANZO PRIMARIO! Cioè incassa di più di quello che spende, massacrando cittadini e imprese! Ma allora, si chiederebbe chiunque, perché in televisione e sui giornaloni si sente e si legge che spendiamo ogni anno a deficit? La risposta è semplice: sono gli interessi passivi sul debito, quindi non è spesa lasciata in ricchezza alla collettività: è solo per effetto degli interessi che una situazione di avanzo primario si trasforma in deficit!

Per cui, quando in TV sentite che quest’anno l’Europa ci “concede” di spendere entro il 2,1% nel rapporto deficit/PIL, vuol dire che quella spesa a deficit del 2,1% sul PIL (che sarebbe ricchezza per  la collettività) altro non è che un deficit avutosi per effetto degli interessi passivi sul debito pubblico, e che in realtà la spesa dello Stato è (al netto degli interessi sul debito) addirittura inferiore alle entrate, determinando un massacro sociale degno dei più criminali eserciti d’occupazione!

Alla luce di quanto sopra, immaginate cosa accadrà al nostro Paese ora che – a partire dal 2019 – dovremo fare pareggio di bilancio: in pratica saremo costretti, considerati gli interessi passivi sul debito pubblico, a fare tutti gli anni un consistente AVANZO PRIMARIO, ben superiori di quelli collezionati negli ultimi decenni. Ciò vorrà dire vero e proprio massacro sociale, ben più pesante di quanto accade ormai da diversi anni…

Ma non aspetteremo neppure il 2019… già a partire dal prossimo anno, secondo quanto previsto dall’ultimo DEF, l’Europa ci ha “concesso” per il 2018 un rapporto deficit/PIL entro l’1,2%! Capirete che, alla luce delle argomentazioni fin qui esposte, se non è tirannia è quantomeno sottomissione coloniale!

Capite adesso perché non ci fanno votare nonostante la dichiarata incostituzionalità del porcellum e nonostante l’esito referendario dello scorso dicembre? Qualora alle elezioni politiche vincessero le forze anti-euro, l’Unione Europea non vedrebbe garantita l’assunzione da parte dell’Italia di quegli impegni capestro indispensabili alla sopravvivenza dell’euro e della stessa sovrastruttura europea! È tutto qui. 

Tuttavia, qualcuno potrebbe giustamente osservare che, prima o poi, entro il marzo 2018 dovremo per forza andare a votare per scadenza costituzionale della Legislatura. Vero! Ma non è detto: la nostra Costituzione prevede che la durata di ciascuna Camera non possa superare i cinque anni, salvo proroga ma soltanto in caso di guerra. Visti i recenti sviluppi internazionali, non è detto che ciò non possa verificarsi, con conseguente sopravvivenza di questa Legislatura costituitasi in grave alterazione del principio di rappresentatività democratica (Cass. sentenza n. 8878/2014).  E, in ogni caso, con la “copertura di continuità” offerta all’Europa dal Governo Gentiloni in questi mesi, i burocrati di Bruxelles e Francoforte si sono garantiti impegni importati (e forcaioli) da parte del nostro Paese.

Ma rallegratevi… ce lo chiede l’Europa!

Ah, dimenticavo: buona Pasqua!

Avv. Giuseppe PALMA

 

 

 

La CRISI ECONOMICA spiegata in narrativa: il racconto “INVISIBILI” di Giuseppe PALMA pubblicato gratuitamente su questo blog

Era il marzo dell’anno scorso (il 2016) quando pubblicai il mio primo racconto dal titolo “INVISIBILI La Vita e l’Amore ai tempi della CRISI“, edito da GDS in e-book…

In precedenza, sull’argomento, avevo scritto parecchi saggi, cosa che ho continuato a fare fino all’altro giorno con l’uscita del mio ultimo libro. Ma le CAUSE e le CONSEGUENZE della CRISI ECONOMICA necessitavano anche di un’esposizione narrativa, vale a dire di un’opera letteraria di fantasia (seppur con contenuti ed analisi scrupolosamente veritiere) inquadrabile nella struttura della narrazione!

Pubblico qui di seguito, gratuitamente, tutti e sei i capitoli del mio racconto:

INVISIBILI 

La Vita e l’Amore ai tempi della CRISI

di Giuseppe PALMA

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CAPITOLO I

Gli Occhi dell’Amore

Questa storia ha inizio nel settembre del 2004.

Giorgio Paternò è nato nel 1979 ed ha sempre vissuto a Scilla, un piccolo Paese sul mare nella parte più a sud della Calabria. Figlio di un impiegato delle Poste e di una contadina, da pochi mesi si è laureato in giurisprudenza all’Università di Reggio Calabria ed è felice per aver ottenuto un buon voto finale, 107 su 110, quasi il massimo. Ha avuto sia un’infanzia che una giovinezza serena: suo padre, Antonio, porta a casa uno stipendio di circa 1.350 euro al mese, mentre la madre, Angelica, di qualche anno più grande del marito, percepisce una pensione di 519 euro mensili per essersi spezzata la schiena nei campi della piana di Gioia Tauro. Non è tanto, ma Giorgio non si può lamentare, la sua famiglia lo ha fatto studiare e non gli è mai mancato nulla, seppur al costo di tanti sacrifici e molte rinunce. Antonio e Angelica nel 1985 acquistarono un discreto appartamento di 88 metri quadri non lontano dal mare, che hanno pagato con 16 anni di mutuo a tasso fisso, quindi oggi non hanno molti soldi infatti l’estratto conto in banca segna un attivo di appena 1.944,57 euro. Nulla per chi ha lavorato tutta la vita, ma la famiglia Paternò è serena: una modesta casa di proprietà, padre di famiglia con un posto fisso, madre con una piccola pensione e il loro unico figlio laureatosi a soli 25 anni. Forse farà l’avvocato, spera papà Antonio, ma mamma Angelica vorrebbe tanto un figlio magistrato o notaio. Si sa, i genitori vogliono sempre il meglio per i propri figli.

Giorgio non ha ancora le idee chiare, di sicuro inizierà la pratica forense presso lo studio dell’avvocato Puoti (un professionista sessantenne molto stimato e conosciuto in Paese, amico della famiglia Paternò). Poi si vedrà. Il nostro protagonista ha da circa un anno una ragazza, Caterina Muso, di tre anni più piccola di lui, che vive a Villa San Giovanni e non va all’Università. I suoi genitori, due anziani contadini originari di Pentimele – un piccolo quartiere di Reggio Calabria – non hanno avuto la possibilità di farla studiare, quindi, dopo le superiori, si è subito data da fare per cercare lavoro. Ha fatto tanti piccoli lavoretti Caterina, dalla babysitter alla segretaria di uno studio dentistico, dalla commessa in un negozio di scarpe alla barista. Oggi lavora dieci ore al giorno in un supermercato di Villa San Giovanni dal lunedì al sabato ed è assunta con contratto a tempo indeterminato full-time. Il proprietario del supermercato effettua sul conto corrente di tutti i suoi dipendenti un bonifico dell’intero stipendio mensile, ma il giorno dopo sia Caterina che i suoi colleghi sono costretti a prelevare la metà di quello stipendio che restituiscono in contanti al loro datore di lavoro. Così tutti i mesi, con la “particolarità” che tredicesima e quattordicesima mensilità vengono restituite per intero. In Calabria, se si vuole lavorare, si è purtroppo costretti ad accettare anche questo tipo di realtà.

E’ il 29 settembre 2004, un mercoledì sera. Giorgio – come tutti i mercoledì – prende la macchina del padre, una fiat Panda di colore rosso del 1995 un po’ sfracassata, e si dirige verso Villa San Giovanni per incontrarsi con la sua Caterina, che finisce di lavorare non prima delle otto e mezza. Giorgio lo sa, quindi se la prende con comodo, ascolta l’autoradio e fuma tre o quattro sigarette nel tragitto che va da Scilla a Villa. Caterina gli ha chiesto più volte di smettere di fumare, ma lui non ne vuole sapere, dice che prima o poi smetterà, ma per ora non ne ha molta voglia. Eccolo che trepidante arriva a Villa e non vede l’ora di riabbracciare la sua bella; non si vedono da otto giorni, infatti lo scorso fine settimana Caterina è dovuta andare con i suoi genitori a Catanzaro per il battesimo del figlio di un lontano nipote del padre. Giorgio muore dalla voglia di passare quelle due-tre ore con lei e spera che stasera non sia eccessivamente stanca. Ci siamo capiti.

Caterina è bellissima: capelli neri leggermente ondulati che le cadono giù giù fino alla schiena, occhi grandi di un verde marino che brillano di luce riflessa, un bel fisico tra l’esile e il normale, di mezza altezza e un seno delicato, né grosso né piccolo. Giorgio, in quei seni, ci annega già col pensiero. I due si sono conosciuti durante una festa di laurea di un amico comune e di lì hanno iniziato a conoscersi e si sono innamorati. Un grande amore il loro, fatto di intesa fisica e mentale, complicità e grande umorismo.

Caterina corre verso quella Panda rossa che riconoscerebbe tra milioni di automobili, apre lo sportello e vede Giorgio che se la sta per mangiare con gli occhi.  E’ da una settimana che Giorgio aspetta questo momento. Quanti baci e quanti abbracci in quei trentasette secondi che passano da quando una ragazza entra nell’auto del fidanzato e questo rimette in moto la macchina… sono interminabili e così veri che la serata potrebbe anche finire qui tanto è l’intensità di quelle occhiate e di quei gesti.

Caterina ha gli Occhi dell’Amore.

Non sapete cosa sono gli Occhi dell’Amore? E’ una fortuna che non tutti ricevono in dono. Ma esistono. Mi rivolgo agli uomini: quando guardate gli occhi di una donna che brillano di lucentezza propria e che persi fissano i vostri tra la fronte e le pupille, il muso che accenna lievemente – ma non troppo – ad un sorriso che non sa di ironia ma di palpabile e delicatissimo compiacimento, allora sappiate che quella donna è perdutamente innamorata di voi e per voi è pronta a tutto. Non sono eterni, ma lo potrebbero essere. Dipende da voi.

Giorgio mette in moto il suo pandino e si dirige verso il mare, sotto un tappeto di stelle che sembra essere proprio la serata giusta. E lo è. Tra gli scogli ed uno spiazzo isolato che si trova sul lungo mare tra Gallico e Catona (due quartieri a sud di Reggio), avvolto dall’abbraccio del mare, c’è un alberello di arance con foglie verdi che emanano un profumo che si sente anche a parecchi metri di distanza. Un odore lieve ma intenso, di quegli odori che ti entrano prima nel naso e poi nei pori della pelle, impossibile da dimenticare. I corpi dei due innamorati si fondono mentre i loro sguardi non si perdono neppure per un istante… un’ora che vale un’eternità tra il mare dormiente della sera e un venticello che, imbarazzato, non osa entrare tra i vetri appannati che se parlassero racconterebbero cos’è il vero amore. I particolari li lascio alla vostra fantasia.

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CAPITOLO II

Tra speranza e realtà

E’ trascorso esattamente un anno da quella sera di settembre. Giorgio e Caterina si amano ogni giorno di più. Lui da undici mesi ha iniziato la pratica forense a Scilla dall’avvocato Puoti, mentre lei lavora sempre nello stesso supermercato. Il praticantato, si sa, al sud è gratuito. Nemmeno i soldi della benzina. Otto/dieci ore al giorno tra fotocopie, atti da scrivere e dar far firmare al dominus (così si usa chiamare il titolare di uno studio legale), attività di cancelleria in Tribunale a Reggio e udienze fiume tutte segnate alle nove del mattino ma che poi – tra ritardi dei giudici, altre udienze in calendario e contrattempi delle parti processuali – non finiscono mai prima delle due tra attese estenuanti. Poi nel pomeriggio di nuovo in studio, avanti e indietro con la macchina senza neppure un euro di rimborso spese. Fotocopie, atti e ricerche giurisprudenziali. Così Giorgio ha trascorso questo anno e, grazie al sostentamento dei suoi genitori – che gli passano 50/60 euro a settimana –, cerca di tenere duro nella speranza di un futuro migliore. Nel frattempo, però, il nostro protagonista si guarda intorno, naviga su internet per cercare un lavoro retribuito, magari anche al nord. Caterina lo saprà aspettare.

Sono le undici di sera di un venerdì. Giorgio è davanti al computer e manda curriculum a ripetizione: società di recupero crediti, studi legali, supermercati, multinazionali di ogni settore, banche… ma niente. Nessuna risposta. Antonio, suo padre, ha anche tentato di farlo entrare in Posta, ma non c’è stato nulla da fare: in Posta e in Ferrovia entrano solo i figli dei sindacalisti. Giorgio ha anche pensato di insegnare, ma la laurea in giurisprudenza impedisce sostanzialmente l’accesso all’insegnamento, infatti occorrono nel piano di studi altri tre esami aggiuntivi che non ha intenzione di sostenere: altre tasse universitarie e altre spese che graverebbero unicamente sulla sua famiglia. E lui non se la sente. E poi si sa, entrare nella scuola da precario significa rimanerci per almeno dieci anni. Magari in giro c’è un posto fisso anche per lui. Magari è sufficiente continuare a cercare, prima o poi arriverà il suo momento, pensa assorto tra un po’ di depressione mista a speranza. Nel frattempo i mesi passano e nulla si muove. I due ragazzi si vedono sempre il mercoledì sera ed il fine settimana; Giorgio ha in tasca sempre quei pochi euro che gli passa la famiglia e con quelli deve mettere benzina, ricaricare il cellulare, comprare le sigarette e – magari solo il sabato sera – pagare la pizza alla sua Caterina che col suo amore gli addolcisce quel lento trascorrere di vita nel limbo dell’incertezza.

Ma ecco che forse arriva il momento che Giorgio tanto aspettava dopo aver mandato in tutta Italia centinaia e centinaia di curriculum. Sono le tre di pomeriggio di giovedì 16 febbraio 2006 e il telefono di Giorgio squilla recando sul display un numero strano che inizia col prefisso 051. Sarà Napoli? No, Napoli è 081. Firenze? Boh? Ma prima che riattacchi Giorgio risponde:

«Pronto?». «Il dott. Paternò?» esclama sicura una voce femminile dall’altra parte. «Si, sono io» risponde Giorgio. «Buongiorno dottore, siamo della società GIP X di Bologna, abbiamo ricevuto il Suo curriculum via mail e siamo intenzionati a farLe un colloquio di lavoro. Come Lei saprà, siamo un’azienda che si occupa di energia e saremmo interessati a conoscerLa perché il Suo curriculum ci sembra particolarmente interessante. Potremmo fissare un appuntamento. Per Lei va bene?». Giorgio stenta a crederci: «Certo, mi dica». «Come Le dicevo – continua la signora – noi siamo a Bologna, quindi se per Lei non è un problema ci vediamo martedì della prossima settimana qui a Bologna, via Gramsci, alle ore 11, così ci conosciamo». «Perfetto – risponde Giorgio -, ci vediamo martedì prossimo a Bologna». Incredibile! Quell’occasione che tanto aspettava forse è arrivata, anche se dovrà trasferirsi a Bologna per lavorare. Ma prima, ovviamente, bisogna convincere quella società a farsi assumere. E Caterina? Come farà con la sua bella? Quando la vedrà? Mbè, potrà viaggiare e fare avanti e indietro una volta al mese, oppure ogni quindici giorni. Va beh, sono questioni da risolvere più avanti. Ora per Giorgio è fondamentale trovare un lavoro e iniziare a guadagnare. Caterina capirà.

Arriva quindi il giorno della partenza. Giorgio sale sul treno per Bologna salutando il suo angelo. Dal finestrino della carrozza, mentre i due ragazzi si lanciano l’ultimo sguardo, Giorgio si accorge che Caterina ha iniziato a piangere…“non fa niente”, pensa coraggioso, in fondo quel viaggio serve a trovare un lavoro e costruire con lei una famiglia.

Il colloquio è fissato alle undici del mattino, ma Giorgio arriva a Bologna poco prima delle sette, quindi deve trovare qualcosa da fare: ha in tasca solo i soldi del biglietto del ritorno ed appena 50 euro, per questo sa che deve stare attento a non spendere più di tanto. Fa colazione al bar della stazione, poi legge un giornale lasciato su uno dei tavolini del bar e dopo mezzora inizia a camminare per le vie di Bologna dirigendosi, chiedendo un po’ qua e un po’ là, verso la sede della società presso la quale deve sostenere il colloquio. Sono ore interminabili quelle dell’attesa e la mente di Giorgio viaggia verso quelli che Giacomo Leopardi chiamava “interminati Spazi”… da una famiglia con Caterina ai nomi dei loro futuri figli, dalla possibilità di ottenere un mutuo per l’acquisto di una casa alle vacanze estive… ma l’animo di Giorgio non è sereno. Caterina l’aspetterà? Accetterà questo suo eventuale trasferimento? E se poi saranno per troppo tempo lontani? Trascorrono così più di tre ore tra un pensiero e l’altro, quando si trova sotto il portone della GIP X. Suona, sale le scale (l’ufficio è al primo piano) e attende che venga chiamato. E’ elegante Giorgio. Indossa un vestito blu scuro gessato, una camicia celeste e cravatta rossa. Ad accoglierlo c’è una donna di circa cinquant’anni, la dott.ssa Manzi, emanante un profumo fortissimo. Lui si siede e il colloquio ha inizio. «Noi avremmo bisogno – esordisce la dott.ssa Manzi – di una figura da inquadrare inizialmente come junior, ma che un domani sarà certamente senior, che abbia voglia di fare e sappia scommettere su se stesso, da inserire all’interno di una squadra composta da altri ragazzi motivati e con una forte ambizione di crescita professionale». Tutte belle parole pensa Giorgio mentre ascolta con attenzione la sua interlocutrice, che conclude: «Lei sarebbe interessato, dott. Paternò? Anzi, possiamo darci del Tu?». A quel punto Giorgio, che non ha ancora capito di che lavoro si tratti, chiede in cosa consisterebbero esattamente le sue mansioni, consentendo che i due si diano del Tu. La dott.ssa Manzi, concentrando lo sguardo verso il computer portatile che ha alla sua destra, chiarisce che si tratta di un’occupazione appassionante, di una sfida con se stessi: «Noi siamo una società di energia appena collocata sul mercato italiano, con sede legale a Londra, e cerchiamo giovani brillanti in grado di contattare e trovare nuovi clienti che entrino a far parte della nostra grande famiglia. Il Tuo stipendio dipenderà da te. Più clienti troverai e tanto più alto sarà il Tuo compenso. Si può arrivare anche a 10-15.000 euro al mese se sei bravo. Inizialmente, però, Ti proporremmo un contratto a progetto con un contributo spese di 400 euro mensili più il 3% su ogni accordo concluso». A Giorgio iniziano a cadere le braccia, non si capacita di aver fatto tutti quei kilometri per una proposta da 400 euro al mese con una parte variabile tutta da vedere su un’attività aleatoria che neppure conosce. «E per l’alloggio?» chiede con sconforto Giorgio. «Per l’alloggio noi siamo convenzionati con un albergo a due stelle distante appena dieci kilometri da qui che, se decidi di lavorare con noi, Ti chiederà solo 350 euro al mese, a fronte di 6-700 euro che è il costo medio dell’affitto di un monolocale» replica la Manzi. Giorgio non riesce a crederci. «Sai, io provengo dalla Calabria, quindi dovrei ragionarci un attimo». «Non c’è alcun problema dott. Paternò – esclama spazientita la dott.ssa Manzi usando di nuovo il “Lei” -, però noi, come Lei comprenderà, dovremo continuare i colloqui con altri candidati, quindi ci faccia sapere al più presto se la nostra proposta può interessarLa». Stretta la mano come segno di saluto, Giorgio si dirige verso l’uscita, ma prima, in anticamera, scorge altri tre ragazzi tutti vestiti a puntino e doverosamente impomatati, con sguardo indifferente e concentrati sul colloquio che anche loro stanno per sostenere. “Poveri illusi” pensa Giorgio, «chissà se accetteranno. Credono forse che io sia un loro concorrente. Ma questo non è lavoro, è concorrenza tra poveri disperati» borbotta sottovoce mentre scende le scale. La delusione è cocente… una laurea con 107 su 110 e tanta voglia di fare, ma con le pive nel sacco e una proposta di lavoro poco concreta e senza alcuna garanzia. E’ deluso, ma non si dà per vinto: ci saranno altre offerte migliori e certamente più interessanti. Per ora non vede l’ora di riabbracciare la sua Caterina.

All’indomani è di nuovo a casa. Caterina è corsa a prenderlo in stazione. Quella stessa sera, sotto un manto di stelle e nella solita Panda un po’ scassata, i due ragazzi si amano con la sola luna a fare da testimone discreta.

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CAPITOLO III

Una vita complicata

Trascorre così un altro anno durante il quale Giorgio manda in giro centinaia di curriculum sostenendo altri colloqui (non tantissimi per la verità), soprattutto nel nord-Italia, ma le proposte di lavoro – se così si possono chiamare – non sono delle migliori: uno studio legale di Torino gli ha offerto un ruolo di collaboratore a 500 euro al mese, un supermercato di Vimercate un contratto part-time della durata di sei mesi a 650 euro, una società di recupero crediti di Roma un contratto a partita IVA da 600 euro, e così via… una serie di proposte che Giorgio, vista la necessità di doversi trasferire e quindi di cercare un appartamento, non può accettare, altrimenti ciò che prenderebbe come “stipendio” non gli basterebbe neppure a pagare l’affitto. Nel frattempo continua a vivere con quei 50/60 euro a settimana che gli passa il padre; la pratica forense è ormai terminata e attende gli esiti dell’esame scritto per l’esercizio della professione di avvocato. Con Caterina le cose vanno abbastanza bene, ma lei da qualche tempo ha iniziato a fare certi discorsi, così una sera di novembre – mentre i due ragazzi sono in macchina sotto casa di Caterina – questa prende anima e coraggio e si rivolge decisa a Giorgio: «Sai, a me piacerebbe tantissimo avere una famiglia, una famiglia vera, e vorrei averla con te, con te che sarai il padre dei miei figli». «Anch’io, sai, lo voglio – risponde lui – ma come facciamo? Io non lavoro. Non possiamo mica vivere solo col tuo stipendio? Non riusciremmo neppure a pagare le spese. E la casa? Come lo paghiamo l’affitto? Per non dire un mutuo. Come viviamo? Come li manteniamo i figli? E poi, sai, per un uomo stare a casa mentre la moglie lavora non è il massimo». «Hai ragione Giorgio – ribatte Caterina -, ma stare insieme così che senso ha? Io non voglio aspettare altri anni senza una prospettiva, senza un futuro. Bene o male io un lavoro ce l’ho, anche se sottopagato, quindi il problema è tuo». Le guance di Caterina diventano rosso peperone, lo sguardo è quello di chi sa di averla detta grossa, ma ormai la frittata è fatta. Giorgio a quel punto non si trattiene: «Se proprio ci tieni così tanto al tuo futuro, allora è il caso che la nostra storia finisca qui. Io il lavoro lo cerco, ma non lo trovo. Cosa dovrei fare? Ammazzarmi forse? Non abbiamo più niente da dirci Caterina, forse è meglio finirla adesso!». Caterina, che quella situazione un po’ se l’è cercata, replica: «Era da molto tempo che ci stavo pensando. Io e te, insieme, non andremmo proprio da nessuna parte», quindi esce dalla macchina sbattendo lo sportello e via per le scale di casa.

Quell’amore, che sembrava indissolubile, sembra ormai finito.

Giorgio, con la morte nel cuore, in fin dei conti non ce l’ha con Caterina. Quello che lei gli ha appena detto è forse una presa di coscienza della realtà! La sua situazione non sembra avere vie d’uscita positive, né prospettive rosee. Certo, “se Caterina mi amasse veramente, forse certi discorsi manco li pensava” ragiona Giorgio mentre se ne torna da solo verso casa. “Ma cosa voleva dirmi? Perché mi ha detto quella frase? Cosa c’è dietro? Ha forse un altro? Ma no, dai, quando lo avrebbe trovato? E chi, poi?”…questi pensieri, e mille altri ancora, accompagnano Giorgio nel tragitto verso Scilla con la solita sigaretta tra le dita. Ma stavolta l’autoradio è spenta. Non ha voglia di ascoltare proprio nulla.

Giunto sotto casa, prima di salir le scale, prende due pezzi di carta racimolati qua e là in macchina e butta giù una poesia. Ah, già, dimenticavo, Giorgio si diletta – da quando aveva sedici anni – a scrivere poesie. Titolo: “L’argento in un vassoio

Un ragazzo

non ancora

di trent’anni

_

muore

e non crede

d’ una Luce

_

ormai spenta.

Qualche sigaretta

in tasca

_

e sere

in giro da solo

senza strada

_

né Speranze.

Il viso

con qualche ruga

_

e le dita

un po’ ingiallite

dal tabacco.

_

Negli occhi

il fumo

dei ricordi

_

gli lascia cadere

una lacrima

sul viso,

_

senza mai

rendergli davanti

il Sogno ormai perduto.

_

Nel Cuore

l’illusione lontana

di un Amore

_

che ritorna,

due Occhi

nei suoi occhi

_

splendono

come l’argento

in un vassoio.

_

Ritorna a casa

con l’ultima cicca

tra le mani,

_

guardando il cielo

s’affida

a una stella lassù,

_

gli scende

dal viso

un’altra lacrima

_

che ritorna,

due Occhi

nei suoi occhi

_

splendono

come l’argento

in un vassoio.

***

 Si sono fatte le tre del mattino… Giorgio, con le lacrime agli occhi, se ne va a dormire. Forse un giorno, chissà, tornerà di nuovo insieme alla sua Caterina. Forse.

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CAPITOLO IV

La presa di coscienza

Sono trascorsi quasi quattro anni da quella sera in cui Giorgio e Caterina si sono lasciati. Lui non ha più trovato nessuna, mentre lei – dopo circa due anni – ha conosciuto un altro uomo, Francesco Della Valle, dieci anni più grande di lei, ingegnere presso uno dei cantieri della Salerno-Reggio Calabria. Da quello che si sente in giro, pare vogliano sposarsi. Ma Giorgio, la sua Caterina, non l’ha mai dimenticata. I due non si sentono più, fatta eccezione per i primi mesi dopo quella brutta sera. Giorgio non è ancora riuscito a superare gli esami da avvocato, ma ha aperto – con l’aiuto della sua famiglia e dei nonni – una piccola attività commerciale, un negozio al dettaglio di materassi: “Sogni felici”. Suo zio Luca, un ricco commerciante quasi settantenne, è ormai andato in pensione: tornato da Francoforte dove ha lavorato tutta la vita come agente di commercio, ha proposto a Giorgio di voler continuare la sua attività di vendita di materassi, e il nostro ragazzo ha accettato. Sempre meglio di stare a casa senza fare nulla! Il negozio Giorgio lo ha aperto a Reggio Calabria, in una via del centro, con un affitto di 12.000 euro annui, 3.000 euro a trimestre. Ma l’entusiasmo è alle stelle. I primi tempi vanno abbastanza bene, anche perché ha puntato tantissimo sulla pubblicità via internet. Il negozio è ben frequentato: famiglie, giovani coppie e parecchi sono anche gli ordinativi fuori Regione. Certo, l’investimento iniziale è stato impegnativo: la sua famiglia e i suoi nonni gli hanno regalato complessivamente 15.000 euro, più altri 25.000 li ha ottenuti in prestito dalla banca. Suo zio, ormai ritiratosi dall’attività, gli ha fornito un po’ di stoccaggio e qualche prezioso suggerimento.

Siamo nel giugno del 2011. Giorgio ha aperto il negozio da circa un anno e mezzo e riesce comunque a vivere dignitosamente. Paga affitto e fornitori con un po’ di ritardo, ma li paga. Contributi e tasse qualche giorno dopo la scadenza. L’attività va, non si può lamentare.

Giorgio è quindi diventato una delle tante partite IVA che, per tirare avanti la baracca e non morire, lavora circa quattordici ore al giorno, ma è felice: ora può trovarsi una ragazza e concretizzare quei progetti che non era riuscito a portare avanti con Caterina. Già, Caterina. “Chissà che fine avrà fatto” pensa tutti i giorni. In fin dei conti, il suo cuore è sempre lì.

Caterina lavora sempre in quel supermercato e con Francesco hanno deciso di sposarsi, forse nell’autunno del 2012, al più tardi nella primavera del 2013. Questo è quello che si dice in giro.

Mentre Giorgio è quindi preso tutto il giorno con la sua attività, in televisione e sui giornali sono frequenti le notizie sullo spread che sale e sull’economia italiana che pare non voglia proprio registrare segnali di ripresa. Ma Giorgio non pare preoccuparsene. La sua attività commerciale va bene e quello che guadagna gli è sufficiente per pagare tutto. E con ciò che gli resta in tasca riesce quantomeno a vivacchiare senza eccessivi problemi.

Arriva così l’autunno del 2011. Giorgio ha tenuto aperto il suo negozio tutta l’estate registrando incassi notevoli. Ora potrà chiudere una settimana e farsi una vacanza a Roma, con due suoi amici. Così, tanto per riposarsi un po’ e riprendere l’attività dopo un meritato, seppur breve, periodo di ferie.

Al rientro dalla Capitale riprende il suo lavoro con più entusiasmo di prima. Ha un bel po’ di ordini da evadere e il Natale si avvicina, quindi farà incassi importanti. Nel frattempo televisione e giornali non parlano d’altro: lo spread ha superato i 500 punti base e il Presidente del Consiglio dei ministri, Silvestro Bernasconi (che aveva vinto le elezioni politiche del 2008), sotto una forte pressione internazionale ben accompagnata da una martellante stampa interna, è costretto a rassegnare le dimissioni. Un quotidiano nazionale pochi giorni prima titolava: “Non perdete tempo!”. Al posto di Bernasconi viene nominato un ex commissario europeo e docente universitario, Mariotto Montini (nominato pochi giorni prima senatore a vita dal Presidente della Repubblica Giulio Napolini), che si insedia a Palazzo Chigi a metà novembre. In Italia è in atto un vero e proprio Colpo di Stato, ma gli italiani – che arrivano addirittura ad applaudire l’instaurarsi di una sorta di dittatura €uro-finanziaria forzosamente vestita con abiti costituzionali – se ne accorgeranno solo dopo qualche anno.

Le bombe e le mitragliatrici del passato sono state sostituite dallo spread e dalla speculazione finanziaria. La sovranità del popolo ha lasciato il passo alla sovranità dei mercati. Il diritto e la politica hanno vigliaccamente abdicato in favore dell’economia e del capitale internazionale. Pur con strumenti differenti a quelli utilizzati in passato e nel rispetto (si fa per dire!) della Costituzione formale (ma calpestando con violenza quella materiale), nel nostro Paese si è concretizzato un vero e proprio Golpe permanente che ha lo scopo di esautorare i principi inderogabili della Costituzione primigenia.

Le prime misure adottate dal Governo tecnico presieduto da Montini vanno dall’aumento dell’età pensionabile ad una forte limitazione dei pagamenti con denaro contante, per poi giungere alla sottoscrizione di un Trattato capestro, denominato Fiscal Compact (marzo 2012), e ad una parziale riforma del mercato del lavoro (giugno 2012) che comprime alcune garanzie per il lavoratore in materia di licenziamenti. In un’intervista rilasciata alla televisione inglese, Montini arriva addirittura ad ammettere esplicitamente che il suo Governo sta volutamente distruggendo la domanda interna!

Giorgio, come la stragrande maggioranza degli italiani, in principio non se ne cura più di tanto, ma inizia a preoccuparsi quando – già a partire dalla primavera del 2012 – nel suo negozio entra sempre meno gente. E anche gli ordinativi via internet sono diminuiti di parecchio. Giorgio ha sempre accettato pagamenti in contanti, e qualche volta, per poter sopravvivere e pagare tasse o contributi, ha anche fatto un po’ di nero. Si tratta di quel nero di sopravvivenza che – se dichiarato – toglie quel poco che resta alle partite IVA per poter sopravvivere.

Montini è un fermo sostenitore delle politiche di rigore e austerità, compiacendo così la “suocera” Germania che di quelle politiche ne gode e ne trova – seppur senza alcuna visione lungimirante – un discreto giovamento.

L’estate del 2012 è una debacle. Giorgio incassa 1/3 di quanto aveva incassato l’anno precedente e si trova pertanto in serie difficoltà economiche. Ha due trimestri di affitto in arretrato e qualche fornitore gli ha già notificato i primi decreti ingiuntivi. Nel frattempo, nel mese di luglio, un Parlamento sordo e schiavo ha inserito in Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio, ma il popolo non sa neppure di cosa si tratti.

Ad ottobre Giorgio si reca in banca per chiedere un ulteriore prestito di 15.000 euro, ma la banca glielo rifiuta, anche perché da giugno non ha più pagato la rata mensile di 392 euro del prestito precedente. Ma il nostro ragazzo non si arrende. Vuole farcela. Quel Natale potrebbe fruttare vendite importanti, quindi con il ricavato riuscirebbe a pagare l’arretrato degli affitti e delle fatture dei fornitori. Decide che rimarrà aperto durante tutto il periodo natalizio, ma, agli inizi di gennaio del 2013, la situazione è gravemente peggiorata: appena 5 materassi venduti dal 1° dicembre al 6 gennaio. Il guadagno gli consente di pagare soltanto le bollette della luce e del telefono.

A quel punto Giorgio vuole vederci chiaro. Inizia a studiare quanto è successo. Compra libri, e-book, consulta siti web e papers. Si informa. Nel frattempo, col passare dei mesi, il negozio continua a fare incassi insufficienti.

A fine febbraio si sono tenute nuove elezioni politiche ma nessuno degli schieramenti ha ottenuto la maggioranza sufficiente per poter formare e votare la fiducia ad un Governo, quindi il Presidente della Repubblica Napolini – eletto per la seconda volta al soglio quirinalizio (circostanza mai verificatasi nella storia dell’Italia repubblicana) – nomina Presidente del Consiglio dei ministri Emanuele Letti, sostenuto in Parlamento dalla stessa maggioranza “bulgara” che appoggiava Montini.

Anche Letti, al pari del suo predecessore, è un convinto sostenitore del rigore e dell’austerità, ma prosegue l’azione distruttiva con minore intensità. E’ pur sempre un governo politico e non tecnico.

Giorgio nel frattempo ha iniziato a comprendere quel che è successo: l’euro, che è un accordo di cambi fissi, impedisce la svalutazione monetaria attraverso interventi sul cambio e di conseguenza scarica il peso della competitività sul lavoro. Non potendo quindi gli Stati dell’Eurozona intervenire sul cambio come avveniva in passato con le cosiddette svalutazioni competitive, diviene indispensabile svalutare il lavoro! Ma non solo. I parametri fissati dal Trattato di Maastricht (1992) e ribaditi da quello di Lisbona (2007) impediscono agli Stati membri dell’UE di spendere a deficit oltre un certo limite, quindi ciascuno Stato non può intervenire massicciamente sulla spesa pubblica al fine di contrastare disoccupazione e periodi di recessione. Inoltre, studiando testi di autori indipendenti, Giorgio comprende il crimine dell’euro nella sua dimensione più ampia: ciascuno Stato dell’Eurozona, non potendo più creare moneta dal nulla, è costretto ad andarsi a cercare la moneta, e può farlo solo in due modi: prendendola in prestito dai mercati dei capitali privati (es. banche private) ai quali va restituita con gli interessi, oppure andandola a prendere da cittadini e imprese attraverso l’aumento delle tasse, i tagli selvaggi allo stato sociale (sanità, istruzione, pensioni etc…), l’inasprimento dei sistemi di accertamento fiscale e le forti limitazioni all’uso del denaro contante. A questo punto si chiede come possa fare lo Stato, che ha perso sovranità monetaria, a restituire ai mercati dei capitali privati la moneta da questi presa in prestito. La risposta gli giunge in un attimo leggendo uno dei tanti libri acquistati nell’ultimo mese: andandola a prendere (anche estorcendola con strumenti e metodi anti-democratici) da imprese e cittadini!

Ora la situazione è chiara. Giorgio ha ben compreso sia i motivi per cui non riusciva a trovare lavoro sia che quella crisi economica – che ha messo in ginocchio la sua attività – è stata coscientemente pianificata e voluta, quindi causata da chi avrebbe invece dovuto, per Costituzione, difendere e tutelare il lavoro, i diritti fondamentali e la democrazia. Il tutto sotto la regia di un apparato eurocratico criminale a libro paga dei mercati finanziari, ai quali i principi del lavoro, della sovranità popolare e della democrazia costituzionale non interessano assolutamente nulla, anzi, sono addirittura di intralcio!

Ma v’è di più. Giorgio ha anche letto alcuni libri sulla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio. Avendo inserito in Costituzione il predetto vincolo, il Parlamento italiano ha tradito e calpestato il principio supremo del lavoro sul quale si fonda la Repubblica.

Il cerchio si è chiuso: la sua situazione lavorativa ed economica, al pari di quella di altri milioni di italiani, è stata causata dall’euro, dal contenuto di Trattati capestro e da tecnocrati – anche italiani – che hanno stuprato le Costituzioni nazionali degli Stati membri dell’Unione! Il tutto allo scopo di tutelare il capitale internazionale a scapito dei diritti fondamentali.

Giorgio è laureato in giurisprudenza, quindi sa benissimo quanti morti è costata la nostra Costituzione! Una sera, mentre è a casa, trova per caso su you tube il discorso che Piero Calamandrei, uno dei più autorevoli Padri Costituenti, fece agli studenti milanesi il 26 gennaio 1955: “[…] L’art. 34 dice: “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Eh! E se non hanno i mezzi? Allora nella nostra Costituzione c’è un articolo che è il più importante di tutta la Costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. Primo – “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” –  corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società […]”.

Ascoltando le parole di Calamandrei, Giorgio approfondisce anche il rapporto tra i Trattati europei e la nostra Costituzione, giungendo alla conclusione che la loro convivenza è praticamente impossibile: l’Unione Europea nata a Maastricht e consolidatasi a Lisbona è del tutto incompatibile con la Carta del 48’!

Giorgio si sente tradito! Ha capito che quanto gli sta accadendo non è quello che i Padri Costituenti avrebbero voluto per il nostro Paese. Ma ora, quantomeno, tutto è chiaro.

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CAPITOLO V

A che serve?

Trascorre così un altro anno, durante il quale Giorgio cerca di reagire in tutti i modi alla situazione drammatica in cui versa la sua attività commerciale.

Siamo nel giugno del 2014. Al Governo del Paese, con un’abile manovra di Palazzo e senza passare dalle urne, è salito da circa quattro mesi un giovane rampante di poco meno di quarant’anni, Mattia Renzini, ma la situazione – al di là degli annunci fantasmagorici – non è affatto cambiata! Tutto fumo, solo fumo! Ai ripetuti annunci di crescita e ripresa economica da parte del giovane Presidente del Consiglio fanno da contrappasso dati reali negativi o, se in alcuni casi positivi, di appena lo “zero virgola”, quindi non percepiti nell’economia reale! Intanto il negozio di Giorgio continua ad andare sempre peggio: i clienti e gli incassi diminuiscono, i fornitori – pur pazienti – hanno quasi tutti notificato le ingiunzioni di pagamento, mentre la banca gli ha già revocato il fido di 5.000 euro. Ma il problema che toglie il sonno a Giorgio è quello che il proprietario delle mura del negozio gli ha notificato lo sfratto per morosità, con udienza di convalida che si terrà a fine settembre.

Nel frattempo, in quella stessa primavera, Giorgio ha saputo da amici comuni che Caterina e il suo nuovo compagno si sposeranno a fine estate, il 9 settembre.

Giorgio sta male, ma cerca di reagire. Non vuole chiudere. Crede nella sua attività e nelle sue capacità. Ma deve prima risolvere quantomeno il problema dell’affitto e dei fornitori. In fin dei conti, come spesso si ripete per trovare coraggio, all’inizio il suo negozio andava bene, quindi non può finire così. Vuole lottare e cercare di salvare il suo lavoro, del quale negli anni si è addirittura innamorato. Il nostro protagonista è diventato un uomo, un uomo che ama il suo lavoro e fa di tutto per difenderlo e salvarlo.

Durante l’estate – sulla quale Giorgio ha scommesso tutto per la ripresa della sua attività – le cose non vanno affatto bene. Luglio è deludente: 3 materassi. Neppure i soldi per pagare un solo fornitore. Agosto non lascia segnali di speranza: 4 materassi.

Giorgio è ormai caduto nello sconforto, non riesce più a vedere prospettive positive.

E’ la mattina del 3 settembre, un mercoledì. Il nostro ragazzo non ha dormito tutta la notte. Ha intenzione di recarsi in banca e chiedere la riapertura del fido e un nuovo finanziamento con rinegoziazione del debito pregresso. Così potrà pagare l’affitto, i fornitori e ridare nuovo slancio all’attività, magari rivolgendosi a fornitori più convenienti. Sa che sarà difficile, ma è convinto che la banca lo aiuterà.

Sono le 8;45. La banca ha appena aperto e Giorgio, con il coraggio che si è costruito negli ultimi anni, entra e si dirige verso l’ufficio del direttore. «Buongiorno, sono Paternò. E’ libero il direttore?» chiede ad un’impiegata. «Un attimo che chiedo» risponde una ragazza esile ed elegante. Dopo pochi minuti la stessa lo introduce nello studio del direttore: «Prego, si accomodi. Il direttore Le può dedicare appena cinque minuti perché è molto impegnato». Giorgio si accomoda di fronte alla scrivania di colui che potrebbe salvarlo e gli chiede di non lasciarlo da solo, quindi avanza le proposte che aveva in mente. Ma la doccia fredda arriva in un attimo, infatti il direttore della banca è perentorio: «Dott. Paternò, purtroppo non siamo in grado di aiutarLa, anzi, dovrebbe cercare il modo di rientrare al più presto dal vecchio finanziamento, altrimenti ci troveremo costretti a passare la pratica all’ufficio legale per il recupero forzoso. Purtroppo non possiamo venirLe incontro. Mi dispiace. Non dipende da me».

Giorgio vorrebbe piangere, ma comprende che non c’è più nulla da fare. Esce dalla banca e va in negozio. Durante tutto il giorno la sua mente è assorta in un viaggio misto di brutti pensieri e ipotetiche soluzioni irrealizzabili. Quel 3 settembre, poi, neppure una telefonata. Solo una giovane coppia che entra, dà un’occhiata veloce in negozio ed esce distratta.

Nel tardo pomeriggio, preso dallo sconforto, chiama Caterina, che non risponde.

Si è fatto tardi ormai. Alle otto e mezza chiude la saracinesca ma non vuole tornare a casa. Non ne ha voglia. Fa un giro in macchina a Reggio. Si ferma vicino ad una rosticceria della periferia e compra un arancino e una birra. Poi gira ancora in macchina. La sua mente non produce più pensieri razionali. La banca, l’affitto, i fornitori, i decreti ingiuntivi, la mancanza di ordinativi, i clienti che non entrano più in negozio. E poi Caterina. La sua Caterina che non ha risposto al telefono e che tra sei giorni si sposerà con un altro. “Forse ci aveva visto giusto a lasciarmi”, pensa mentre una lacrima scende giù sulla guancia sinistra. … ecco che, dopo aver fumato un intero pacchetto di sigarette, passa sul lungo mare tra Gallico e Catona, proprio lì, dove sotto quell’alberello di arance dalle foglie verdi, lui e Caterina facevano l’amore. E giù con un’altra sigaretta. Accende la radio. C’è “Resta cu’ mme” di Domenico Modugno, bellissima canzone. L’ascoltava sempre con Caterina. Poi esce dalla macchina, vuole fumare l’ennesima sigaretta sugli scogli. Sale su uno di quelli abbastanza alti che si trovano più avanti. Il profumo di foglie verdi, misto a quello delle arance, gli ricorda le serate d’amore e di speranza di dieci anni prima. Poi gli ritorna in mente lo sfratto, la banca e il suo negozio. E scoppia in un pianto terribile. L’acqua del mare è burrascosa. Zampilli d’acqua salata gli bagnano la felpa. Sotto quel cielo maculato un vento distratto scuote fiori verdastri. La voce straziante di quel vento, muta, gli parla di Caterina. S’è fatto tardi ormai, ma gli ritorna in mente una poesia che ha scritto un anno prima. Non ricorda bene, ma forse s’intitolava “La notte”:

 Son tutte sere come queste.

_

Mentre giunge

la notte

mi spaventa un po’

_

viverla.

Il cielo scuro

m’ incupisce il Cuore

_

e la mia mente viaggia

sulle onde

d’un mare petrolio.

_

Le stelle non fanno più

da coperta

e Nulla mi conforta.

_

Mi si ghiaccia il Cuore.

***

Che bella la luna stasera, sembra che parli. Ha occhi, bocca, pare che segua con lo sguardo il volto di Giorgio. Tra quei fiumi di stelle che stasera dipingono il cielo Giorgio vede riflessi i capelli di Caterina. E il verde dei suoi occhi si confondono con le onde del mare bluastro. Feroce l’acqua del mare dondola nelle gole marine. Giorgio non ne può più… l’affitto, la banca, i debiti, il lavoro, Caterina, l’affitto, il negozio, la banca, le ingiunzioni, Caterina, i debiti… e giù. Giù in un volo senza ritorno.

Il mare risucchia indifferente il corpo di un invisibile.

Sono da poco trascorse le dieci di sera del 3 settembre 2014.

All’indomani, quando la notizia fa il giro della città, un poeta di passaggio scrive di getto alcuni Versi:

La Solitudine di una generazione senza lavoro

La giovane pianta d’ulivo

s’accascia sotto il peso d’un cielo

di polvere e pece.

Il vento avvicina le nuvole;

il sole che la pianta e le foglie

da decenni attendono, fugge

senza promesse. Dai rami d’ulivo

non cadono più foglie ingiallite,

si perdono nell’aria soltanto

foglie robuste che volano,

volano nello spazio Infinito

d’un cielo senza profumi

e verso Illimitati orizzonti

d’un futuro senza colore.

_

Si muore a trent’anni senza morire.

Si muore a trent’anni senza più sogni.

Si muore a trent’anni vedendo il sole al Mattino.

§§§

CAPITOLO VI

(ULTIMO CAPITOLO) 

Il profumo delle foglie verdi d’arancio

Mentre Giorgio si inabissava tra le fauci del mare consegnando la propria anima a Dio, il suo cellulare, dimenticato sul sedile destro della macchina, aveva squillato per ben tre volte. Era Caterina. Voleva dirgli di non essere riuscita a rispondergli nel pomeriggio perché impegnata sul lavoro.

Caterina si sposerà tra pochi giorni, ma la sua è una vita infelice. Francesco è un uomo distratto e non le dedica nulla che sia paragonabile a quell’amore intenso che invece le donava Giorgio. Per carità, l’ingegnere è un brav’uomo, ma Caterina, dopo essersi resa conto che l’amore vero era quello che il suo Giorgio le regalava quotidianamente, non è contenta della vita che l’aspetta! Le piacerebbe tantissimo, anche solo per qualche minuto, rivedere quel ragazzo che la faceva sentire speciale. Magari per un caffè. Magari, chissà, per un ultimo bacio.

All’indomani mattina, 4 settembre, la notizia della morte di Giorgio passa di bocca in bocca per tutta Reggio Calabria, fino a Scilla. I genitori, Antonio e Angelica, vengono avvisati all’alba dai Carabinieri. Lo strazio, l’incredulità e lo sconforto avvolgono l’intera cittadina. Caterina lo viene a sapere casualmente al supermercato ascoltando due signore alla cassa che parlano di “quello dei materassi” che si è suicidato buttandosi in mare! Il dubbio che si tratti di Giorgio le provoca una colata di vomito. Chiede al direttore del supermercato di potersi allontanare per capire se si tratta del suo perduto amore. Sale in macchina e si dirige verso il centro di Reggio, dove Giorgio ha il negozio. Nel frattempo lo chiama al cellulare. Spento. Poi fa il numero di telefono dei suoi genitori. Libero, ma non risponde nessuno. Poi ancora a Giorgio. Spento. Cerca la notizia su internet, ma il nome del ragazzo suicida ancora non c’è. Giunta sul lungo mare di Reggio trova parcheggio vicino ad una gelateria e sale verso il viale principale che va dal museo al Duomo. La saracinesca del negozio di Giorgio è chiusa. Entra in un bar e chiede perché il negozio di materassi non abbia ancora aperto. «Pare si sia buttato in mare ieri sera signora. Così ci hanno detto stamattina i Carabinieri» risponde la cassiera del bar. Caterina si sente svenire. Fugge verso la macchina e corre a Scilla, dove apprende l’ufficialità della notizia da un’anziana zia di Giorgio che vive non distante dall’abitazione dove il ragazzo viveva coi suoi genitori. Il corpo di Giorgio, che il mare ha restituito alla terra, si trova adesso nella camera mortuaria dell’Ospedale di Reggio, ma Caterina non vuole andarci. Il dolore la ucciderebbe. Per tutta la giornata se ne va girovagando in macchina con la radio accesa. Non ha mai fumato in vita sua, ma compra un pacco di sigarette che finisce fino a sera.

L’intera giornata di Caterina trascorre così, girando in macchina da sola col telefono spento e via una sigaretta dietro l’altra! Sono da poco trascorse le sette e mezza di sera. La ragazza si fa forza e si dirige lì dove Giorgio si è ucciso. Lo stesso profumo di arance. Lo stesso odore di foglie verdi. Gli stessi zampilli d’acqua salata. Sul vialetto sottostante di sabbia bagnata, l’erba spicciola recisa; il cielo all’improvviso non ha più macchie: le nuvole sono fuggite dal teatro della Vita. Caterina avverte un beato torpore procuratole dal sole tiepido che all’orizzonte tramonta a tre quarti. In un attimo passa di lì il profumo dell’Amore del tempo che fu, quando Giorgio l’amava sotto quello stesso tappeto di stelle…

Uno strillo di donna squarcia l’aria dolciastra di settembre! Caterina ha raggiunto il suo Giorgio. In silenzio s’è lasciata abbracciare da quelle stesse onde che hanno ucciso il suo antico ed unico amore.

Una luna color oro si tinge di un misto di sangue e bronzo…

I due ragazzi, su decisione delle famiglie di entrambi, vengono sepolti nella stessa tomba al cimitero di Reggio Calabria.

La morte li ha fatti tornare insieme. Per l’eternità.

Ma rimarranno due invisibili. Come tanti altri. L’indifferenza popolare e delle Istituzioni li ucciderà per la seconda volta, seppellendoli tra la spazzatura del tempo.

Sulla parte appena antistante quello stesso scoglio dal quale Giorgio e Caterina si sono ammazzati, un anziano signore che abita lì di fronte, quando il sole si fonde con l’orizzonte, tutte le sere strimpella con la sua vecchia chitarra un’antica canzone di Franco Li Causi, che fa pressappoco così:

C’è nu giardinu ammenzu di lu mari
tuttu ‘ntissutu d’aranci e ciuri,
tutti l’aceddi ci vannu a cantari,
puru li pisci ci fannu l’amuri. 

Senti li trona di lu Mungibeddu
chi ghietta focu e fiammi di tutti i lati;
oh Bedda Matri, Matri addulurata,
sarva la vita mia e d’ ‘a mia amata. 

Vitti na crozza supra nu cannuni,
fui curiusu e ci vosi spiari.
Idda m’arrispunniu cu gran duluri:
“Murivi senza toccu di campani”. 

Sinni eru, sinni eru li me anni
chiangennu sinni eru, cun gran duluri…
ca’ si putissi ancora chiuù nun vurria,
cchiù nun vurria muriri chi pi amuri. 

…Ah si putissi ancora, chiuù nun vurria,
cchiù nun vurria muriri chi pi amuri”.

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FINE

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Giuseppe PALMA

autore del racconto