Comuni italiani, sforate il patto di stabilità interno! L’intervista che Giuseppe PALMA ha rilasciato ad AbruzzoWeb

Riportiamo qui di seguito l’intervista che l’avv. Giuseppe PALMA, candidato a Genova come Consigliere comunale con la lista “Riscossa Italia” – Marco MORI sindaco, ha rilasciato al quotidiano on-line AbruzzoWeb (05 giugno 2017):

Comuni italiani, sforate il patto di stabilità interno!

 (direttamente da AbruzzoWebhttp://www.abruzzoweb.it/contenuti/comuni-italiani-sforate-patto-stabilita-e-strozzinaggio-ora-piu-spesa-pubblica-/629253-2/)

Articolo a firma di Roberto Santilli
L’AQUILA – “Tecnicamente, i Comuni italiani non hanno più soldi. C’è il patto di stabilità interno, la cui genesi è nei vincoli esterni dell’Unione Europea, costituzionalizzati con la legge n. 1 del 2012 che è, per riassumere, quella del pareggio di bilancio in Costituzione sia a livello locale che nazionale. E allora, per cominciare, i Comuni sforino il patto di stabilità e lascino perdere i fondi europei, uno degli strumenti di ricatto e di maggiore impoverimento del Paese”.

Così ad AbruzzoWeb Giuseppe Palma, avvocato e scrittore che di recente è stato tra i relatori a L”Aquila del convegno sull’uscita dell’Italia dall’Euro, “Italexit”, organizzato da questo giornale.

Nel clima della campagna elettorale in Italia per le elezioni comunali, Palma punta a spiegare, come sta facendo a Genova (candidandosi al Consiglio comunale) con il candidato sindaco di “Riscossa Italia” Marco Mori – avvocato che in passato ha denunciato, chiedendone l’arresto, tra gli altri, l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e l’ex premier Mario Monti, – quelle questioni che difficilmente trovano spazio nei dibattiti e nelle proposte elettorali.

“Siamo ormai al punto in cui i Comuni chiedono in prestito i soldi alle banche – spiega, polemizzando, l’avvocato Palma – le quali, ovviamente, applicano tassi di interesse come se si trattasse di un normale prestito a chiunque. I Comuni, quindi, usano le tasse per ripagare il prestito, come un poveretto che chiede i soldi allo strozzino”.

“E si faccia attenzione quando i politici e i tecnici si riempiono la bocca con aggettivi come ‘virtuoso’, o con i fondi europei, altro strumento folle nell’Italia dell’Euro – prosegue l’esperto –. Essere virtuosi è una ottusità alla Monti, è un concetto sdoganato da lui e da quelli come lui. Lo Stato, gli Enti locali, non sono come una famiglia. La famiglia deve poter risparmiare, Stato ed Enti locali assolutamente no! Per fare gli interessi della collettività occorre più spesa pubblica, non tagli! Nel sistema dell’euro e dei vincoli esterni, invece, se qualcuno non lo ha ancora inteso, si tagliano le voci di spesa pubblica più sensibili e si privatizzano i servizi pubblici essenziali, in pratica si massacrano i più deboli, si crea povertà diffusa.

E attenzione anche quando ci parlano degli sprechi, i quali, benché deprecabili, non c’entrano assolutamente nulla con la crisi economica.

Perché, parlando solo e soltanto di sprechi, non si dà mai spazio al fatto, ad esempio, che da oltre vent’anni l’Italia fa avanzo primario, cioè tassa più di quanto spende, al netto degli interessi passivi sul debito pubblico, in un sistema, quello dell’Euro, che costringe gli Stati privi ormai di sovranità monetaria a prendere in prestito i soldi dai mercati dei capitali privati, cioè dagli strozzini, e che quindi diventano proprietari delle nostre vite e delle Istituzioni”.

“È lo Stato che deve garantire i trasferimenti agli Enti Locali in misura di ciò che occorre a soddisfarne tutte le esigenze – dice ancora Palma – altrimenti, sarà sempre più facile tagliare tutto per tenersi in piedi. L’originaria formulazione dell’articolo 119 della Costituzione era perfetta: lo Stato trasferiva agli Enti Locali ciò che serviva per soddisfarne tutti i bisogni. Punto. Ora, con l’euro e l’Unione Europea, non è più così”.

Sui Comuni che non possono creare lavoro, Palma afferma che “Possono invece farlo nei limiti di spesa. È tuttavia impossibile nel sistema euro creare la piena occupazione, mentre  in passato era diverso. Perché si chiedevano i trasferimenti allo Stato, perché soprattutto al sud deindustrializzato si toglievano le persone dalle rovine della disoccupazione assumendole nelle amministrazioni locali, mentre al nord il fenomeno era meno ‘forte’, ma anche il nord ormai è pressoché deindustrializzato. Gli ‘orrori’ del modello economico neoliberista si trovano anche al nord”.

Dunque, per il giurista e scrittore di origini pugliesi, “Bisogna aumentare la spesa pubblica, non diminuirla. Quindi, per quel che riguarda i Comuni, è necessario violare il patto di stabilità interno. Non va mai dimenticato che c’è una sentenza della Corte Costituzionale, la numero 275 del 2016, che dice che il principio dell’equilibrio di bilancio, cioè il pareggio di bilancio, non può mai prevalere sui diritti incomprimibili. Quindi, va da sé che per garantire questi diritti, si possa violare il patto di stabilità interno. E chi parla di fondi europei è come quel tale che ti consiglia di andare dallo strozzino. Idem i project financing, alla fine si va sempre a bussare al privato, facendo più danni di quanti se ne possano immaginare”.

Sulla campagna elettorale al fianco di Mori a Genova – conclude Palma – “La stiamo portando avanti sul territorio, utlilizzando al meglio anche i social network e le tv locali. Non so come risponderà elettoralmente la cittadinanza, ma per noi è arrivata l’ora di spezzare le catene euriste. Le stesse che producono il terribile e criminale patto di stabilità interno”.

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Intervista che l’avvocato Giuseppe PALMA ha rilasciato al quotidiano on-line AbruzzoWeb il 05 giugno 2017: http://www.abruzzoweb.it/contenuti/comuni-italiani-sforate-patto-stabilita-e-strozzinaggio-ora-piu-spesa-pubblica-/629253-2/

 

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I nuovi intellettuali e le rovine (articolo di Matteo Fais su “L’intellettuale Dissidente”)

Proponiamo qui di seguito il link di un interessante articolo di Matteo Fais pubblicato oggi su “L’Intellettuale Dissidente”…

I nuovi intellettuali e le rovine:

http://www.lintellettualedissidente.it/letteratura-2/nuovi-intellettuali-rovine/

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Tedeschellum (o Tedescum): a breve uscirà un libro di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA sui sistemi elettorali! Un utile vademecum sulla nuova legge elettorale

Potrebbe uscire già a giugno, comunque non più tardi di luglio.

Si tratta di un nuovo libro, scritto a quattro mani dal prof. Paolo BECCHI e dall’avv. Giuseppe PALMA, con il quale gli autori – oltre a spiegare i meccanismi di quella che sarà la nuova legge elettorale italiana – svolgeranno ampie analisi anche sui sistemi elettorali vigenti in Italia dal 1946 ai giorni nostri, presentandone criticità e aspetti poco conosciuti.

Becchi e Palma ci spiegheranno dunque come i sistemi elettorali siano capaci di incidere – soprattutto in chiave negativa – sulla democrazia e sugli equilibri istituzionali: compresi gli ampi aspetti critici di quello che sarà il cosiddetto Tedeschellum o Tedescum

E’ bene che gli italiani, prima di recarsi a votare, conoscano sufficientemente la nuova legge elettorale. Il professore e l’avvocato si assumono pertanto questo onore ed onere: l’assoluta mancanza di una corretta informazione sul porcellum determinò i disastri che tutti ben conosciamo. E ciò non deve più accadere…

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COME FUNZIONA IL SISTEMA ELETTORALE TEDESCO CHE SEMBRA PIACERE A RENZI-GRILLO-BERLUSCONI (di Giuseppe PALMA)

Sembra che le forze politiche, seppur con qualche distinguo, vogliano portarci verso un sistema elettorale “alla tedesca”.
Ma come si sposerebbe il nostro quadro politico con una legge elettorale come quella vigente in Germania?
Anzitutto vediamo come funziona il sistema elettorale tedesco.
L’elettore esprime due voti: il PRIMO VOTO serve ad eleggere i candidati nei collegi uninominali col sistema first-past-the-post (ottiene il seggio il candidato che ottiene più voti in ciascun collegio uninominale), mentre il SECONDO VOTO (che è il più importante) serve a determinare attraverso il sistema proporzionale la composizione numerica dei seggi spettanti a ciascuna lista in base ai voti ottenuti.
Soglia di sbarramento al 5%.
Una volta determinato con il secondo voto il numero di seggi spettanti a ciascuna lista all’interno del Bundestag, gli eletti vengono scelti in base ai risultati elettorali del primo voto (collegi uninominali).
Qualora la lista elegga nei collegi uninominali meno candidati di quelli che le spetterebbero in base ai risultati del secondo voto, i restanti degli eletti vengono cooptati dai listini bloccati redatti da ciascuna lista prima delle elezioni (l’elettore in tal caso non esprime nessuna preferenza per i candidati).
Se viceversa nei collegi uninominali (primo voto) risultassero vincenti più candidati rispetto ai seggi spettanti alla lista così cone stabiliti con il secondo voto, viene innalzato il numero dei componenti del Bundestag fino a contenere tutti gli eletti nei collegi uninominali.
Tale sistema, perché trovi applicazione in Italia, dovrebbe presuppore una revisione costituzionale in ordine all’eventuale superamento della rigidità normativa circa la componente numerica di entrambi i rami del Parlamento (tesi giustamente sostenuta dall’amico Paolo Becchi qualche giorno fa su Libero). Una soluzione ritenuta del tutto bizzarra e certamente irrealizzabile.
Tuttavia, il sistema tedesco potrebbe adeguarsi al nostro quadro politico-istituzionale prevedendo l’assegnazione dei seggi entro e non oltre la composizione numerica del Parlamento così come prevista dalla Costituzione.

Io, sinceramente, sul “tedesco” nutro serie perplessità.

A breve uscirà un libro, scritto a quattro mani da me e dal prof. Paolo Becchi, proprio su come le leggi elettorali incidano sugli equilibri democratici. In esso, oltre a presentare quella che sarà la nuova legge elettorale, io e Becchi spiegheremo altresì tutti i meccanismi elettorali dal 1946 ad oggi, con ampie analisi.

Giuseppe Palma

 

Su “Libero” l’ultimo libro di Giuseppe PALMA (recensione di Paolo BECCHI)

Prefazione al libro dell’Avv. Giuseppe Palma “La Costituzione come nessuno l’ha mai spiegata“. Un estratto di questa prefazione è stato pubblicato su Libero in data 27/05/2017. Del titolo fuorviante con cui il pezzo è apparso su Libero l’autore non è responsabile.

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Giuseppe Palma, da avvocato e non da docente universitario, è uno dei principali studiosi del diritto costituzionale e di quello europeo. In questo libro Giuseppe compie un viaggio nell’anima della Carta fondamentale dello Stato, analizzando da vicino sia i Principi Fondamentali della Costituzione che il rapporto tra questa e i Trattati europei. E lo fa perché quest’anno, e più precisamente il 27 dicembre, ricorre il settantesimo anniversario della promulgazione della più bella del mondo!

Con questa mia prefazione vorrei, nello specifico, sottolineare ciò che Palma affronta in ordine al rapporto Costituzione-Trattati europei. Come siamo entrati in Europa? E soprattutto, era corretto entrarvi nel modo in cui lo abbiamo fatto? Questi interrogativi di solito non vengono neppure posti, dando per scontato la convivenza felice tra Cosstituzione e Trattati. E in effetti l’adattamento dell’ordinamento italiano al diritto delle Comunità europee (Ceca, Cee, Ce, Euratom), e in seguito dell’Unione europea, è avvenuto senza mai modificare formalmente la Costituzione, e questo sembrerebbe confermare la tradizionale vulgata. Le sempre più ampie cessioni di sovranità a favore delle istituzioni europee sono però avvenute attraverso una lettura piuttosto “forzata” dell’art. 11 della Costituzione. Questo articolo, infatti, dopo aver ripudiato la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, si limita a dichiarare che l’Italia «consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni», senza alcun riferimento all’Europa, quindi il Costituente pensava evidentemente solo all’Onu. L’art. 11 Cost. non consente, dunque, di dare una “copertura” di rango costituzionale alle sempre più profonde cessioni di aspetti tipici della sovranità interna in favore dell’Unione europea, avvenute nel corso del tempo: anche se, come tra poco vedremo, proprio la Corte costituzioanle ha favorito questa interpretazione.

L’adattamento del nostro ordinamento ai Trattati avviene in concreto attraverso l’”ordine di esecuzione”, il quale solitamente è contenuto nella legge di autorizzazione alla ratifica: i Trattati, pertanto, entrano nell’ordinamento assumendo il rango della fonte che ha dato loro esecuzione, ossia la legge ordinaria. Così è avvenuto con il Trattato di Lisbona, ultimo passo nel processo di integrazione europea, al quale è stata data esecuzione con legge ordinaria (L. 2 agosto 2008, n. 130). Nel nostro paese i Trattati internazionali – ivi compresi quelli relativi all’Unione europea – dovrebbero avere semplice rango di legge, e come tali non dovrebbero mai essere in contrasto con la Costituzione.

In altri Stati europei le cose sono diverse. In Francia, ad esempio, è previsto espressamente che «les traités ou accords régulièrement ratifiés ou approuvés ont, dès leur publication, une autorité supérieure à celle des lois» (art. 55). In Germania, invece, la ratifica del Trattato di Lisbona è avvenuta attraverso l’adozione di due leggi costituzionali, le quali sono state peraltro sottoposte al controllo della Corte costituzionale. L’art. 23 della Costituzione tedesca, nella sua forma modificata proprio nel 1992, prevede infatti esplicitamente la partecipazione della Repubblica federale tedesca «allo sviluppo dell’Unione Europea» (bei der Entwicklung der Europäischen Union), ferma la presenza di una serie di limitazioni all’applicazione del diritto comunitario, il cui fondamento è in particolare il principio democratico, che deve sempre essere rispettato.

Rispetto ai meccanismi previsti dai Paesi quali Francia e Germania, l’Italia ha evidentemente due problemi: da un lato l’assenza sinora di un’espressa previsione costituzionale avente ad oggetto i rapporti con l’Europa; dall’altro la natura di legge ordinaria con cui si è sempre proceduto a dare applicazione ed esecuzione ai Trattati internazionali. Del fatto che l’art. 11 Cost. non fosse sufficiente a garantire una “copertura” al diritto comunitario era peraltro consapevole lo stesso Legislatore, tanto da modificare, con una legge costituzionale (L. n. 3/2001), l’art. 117 Cost., dedicato ai rapporti tra Stato e Regioni, disponendo che «la potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali».

Si tratta però di una disposizione che non risolve e non garantissce un fondamento costituzionale ai Trattati: tanto che ancora oggi la Corte costituzionale continua ad argomentare il principio del “primato” del diritto comunitario sul diritto interno sulla base dell’art. 11: «con l’adesione ai Trattati comunitari, l’Italia è entrata a far parte di un “ordinamento” più ampio, di natura sopranazionale, cedendo parte della sua sovranità, anche in riferimento al potere legislativo, nelle materie oggetto dei Trattati medesimi» (Corte cost., sentenza n. 348 del 2007). Ma quale parte della sua sovranità? La Costituzione italiana fa riferimento alla “sovranità” sia all’art. 1 – stabilendo che essa appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione – sia all’art. 11: il quale consente le limitazioni di sovranità necessarie a garantire il funzionamento di un ordinamento internazionale che assicuri pace e giustizia nel mondo. Appare evidente come l’art. 1 e l’art. 11 si riferiscano ai due differenti aspetti propri della “sovranità” nel suo concetto classico: l’art. 1 alla sovranità interna, ossia al rapporto tra lo Stato e quanti risiedono sul proprio territorio; l’art. 11 alla sovranità esterna, ossia ai rapporti dello Stato con gli altri Stati o organizzazioni internazionali. L’art. 11 non limita dunque la sovranità del popolo, ma solo quella dello Stato in rapporto agli altri Stati. Questo articolo, in altre parole, non consentiva l’interpretazione data dalla Consulta, perché l’Unione europea e i suoi Trattati istitutivi erano già in origine in contrasto con i principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale, in particolare con quei principi che si riferiscono al diritto al lavoro e alla “pari dignità sciale” dei cittadini, esattamente come Giuseppe Palma sostiene e dimostra in questo suo libro. E inoltre, non dimentichiamolo, siamo entrati nell’Unione non “in condizione di parità”, dal momento che gli oneri degli interessi passivi sul nostro debito pubblico erano sin dall’inizio superiori a quelli tedeschi. Insomma, per entrare in Europa abbiamo di fatto rinunciato a porzioni sempre più ampie di sovranità attraverso semplici leggi ordinarie, peraltro al contempo sottratte ad ogni possibilità di controllo di costituzionalità, e lo abbiamo fatto forzando quanto previsto dalla Costituzione. Ecco la storia di come siamo entrati in Europa, la storia che nessuno sinora ha avuto il coraggio di raccontarvi.

Coloro che leggeranno per intero questo nuovo libro di Giuseppe Palma conosceranno, a mio avviso, gran parte della verità sulla nostra Costituzione, quindi su come è nata e sul senso profondo dei suoi Principi Fondamentali, secondo quell’autentico programma politico-istituzionale che avevano in mente i Padri Costituenti. Ma non solo. Palma offre anche – e soprattutto – una chiave di lettura assolutamente condivisibile sulle gravi criticità esistenti nel rapporto tra Costituzione da un lato e Trattati europei/moneta unica dall’altro. Insomma, questo è un libro da leggere. Una Madre di settant’anni, ancor oggi la più bella del mondo, ha bisogno – soprattutto in questo preciso momento storico – di essere difesa da quei suoi figli (pochi per la verità) che ancora l’amano per davvero.

Prof. Paolo BECCHI

(Recensione all’ultimo libro di Giuseppe PALMA, pubblicata su Libero il 27 maggio 2017)

 

Per sconfiggere il neoliberismo imperante, occorre tornare a KEYNES (di Giuseppe PALMA)

Grazie allo studio e al notevole impegno di un ragazzo ventunenne di Latina, Dario Zamperin, pubblico qui di seguito il pensiero economico di John Maynard KEYNES rinvenibile in alcune tra le sue più importanti citazioni:

Non è esagerato dire che la fine della disoccupazione anormale è in vista. Il grande esperimento è iniziato. Se funziona, se le spese in armamenti davvero curano la disoccupazione, prevedo che non potremo mai tornare indietro al vecchio stato di cose. Il bene può venire dal male. Se siamo in grado di curare la disoccupazione al fine dello spreco rappresentato dagli armamenti, siamo in grado di curarla ai fini produttivi di pace.

J.M. Keynes – 1939

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Nella migliore delle ipotesi, ogni volta che si risparmiano 5 scellini, si lascia un uomo senza lavoro per un giorno.

J.M. Keynes

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Ogni volta che qualcuno taglia la sua spesa, sia come individuo, sia come Consiglio Comunale o come Ministero, il mattino successivo sicuramente qualcuno troverà il suo reddito decurtato; e questa non è la fine della storia. Chi si sveglia scoprendo che il suo reddito è stato decurtato o di essere stato licenziato in conseguenza di quel particolare risparmio, è costretto a sua volta a tagliare la sua spesa, che lo voglia o meno. Una volta che la caduta è iniziata, è difficilissimo fermarla.

J.M. Keynes

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 Il capitalismo decadente, internazionale ma individualistico, nelle mani del quale ci siamo trovati dopo la guerra, non è un successo. Non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non procura i beni necessari. In breve non ci piace e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi.

J.M. Keynes

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Il problema di mantenere l’equilibrio nella bilancia dei pagamenti tra paesi non è mai stato risolto. L’incapacità di risolvere questo problema è stata una delle principali cause di impoverimento e di malcontento sociale e anche di guerre e rivoluzioni. Supporre che esista qualche buon meccanismo automatico di regolazione che preserva l’equilibrio solo fidandoci dei metodi del laissez-faire è un’illusione dottrinaria che ignora le lezioni dell’esperienza storica, senza avere alle spalle il sostegno di una teoria solida.

J.M. Keynes “Proposal for an International Currency Union” – 1941

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Un paese che si trovi in posizione di creditore netto rispetto al resto del mondo dovrebbe assumersi l’obbligo di disfarsi di questo credito e non dovrebbe permettere che esso eserciti nel frattempo una pressione contrattiva sull’economia mondiale e di rimando, sull’economia dello stesso paese creditore. Questi sono i grandi benefici che esso riceverebbe, insieme a tutti gli altri, da un sistema di clearing multilaterale. Non si tratta di uno schema umanitario filantropico e crocerossino, attraverso il quale i paesi ricchi vengono in soccorso ai poveri. Si tratta, piuttosto, di un meccanismo economico altamente necessario, che è utile al creditore tanto quanto al debitore.

J.M. Keynes  – “Proposal for an International Currency Union” – 1941

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Il libro “Prices and production” di F.Von Hayek, così com’è, mi sembra essere uno dei pasticci più spaventosi che abbia mai letto, con appena una proposizione sensata che inizia a pagina 45; eppure rimane un libro di un certo interesse, che rischia di lasciare il segno nella mente del lettore. Si tratta di uno straordinario esempio di come, a partire da un errore, un logico spietato può finire in manicomio.

J.M. Keynes “The Pure Theory Of Money”.  A reply  to Dr. Hayek, in Economica, 11(1931)

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Ritengo perciò che una socializzazione di una certa ampiezza dell’investimento si dimostrerà l’unico mezzo per farci avvicinare alla piena occupazione; sebbene ciò non escluda necessariamente ogni sorta di espedienti e di compromessi coi quali la pubblica autorità collabori con l’iniziativa privata.

J.M. Keynes “Teoria Generale” Cap. 24, Libro VI – 1936

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È la politica di un tasso autonomo di interesse, non vincolato da preoccupazioni internazionali, e di un programma nazionale di investimento diretto ad un livello ottimo di occupazione interna che è doppiamente benedetta, nel senso che aiuta noi medesimi e i nostri vicini al tempo stesso. Ed è il perseguimento simultaneo di questa politica da parte di tutti i paesi assieme che è atto a restaurare nel campo internazionale la salute e la forza economica, siano queste misurate dal livello di occupazione interna, o dal volume del commercio internazionale.

J.M. Keynes “Teoria Generale” Cap. 23, Libro VI – 1936

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Una volta raggiunta l’occupazione piena, qualsiasi tentativo inteso ad accrescere ancora l’investimento porrà in essere una tendenza all’aumento illimitato dei prezzi in moneta, indipendentemente dalla propensione marginale al consumo; sarà così raggiunto uno stato di inflazione vera e propria. Tuttavia, fino a questo limite, all’ascesa dei prezzi andrà unito un aumento del reddito reale complessivo.

J.M. Keynes “Teoria Generale” Cap. 10, Libro III – 1936

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Uno studio della storia del pensiero è premessa necessaria all’emancipazione della mente. Non so cosa renderebbe più conservatore un uomo, se il non conoscere null’altro che il presente, oppure null’altro che il passato.

J.M. Keynes “Fine del Laissez-faire “- 1926

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Si vede ora che il parallelismo già accennato, fra il laissez-faire economico e il Darwinismo, come Herbert Spencer riconobbe per primo, è molto stretto.

J.M. Keynes “Fine del Laissez-faire”- 1926

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Liberiamoci dai principi metafisici o generali sui quali, di tempo in tempo, si è basato il laissez-faire. Non è vero che sia prescritta una “ libertà naturale” per le attività economiche degli individui.  Non esiste alcun patto o contratto che conferisca diritti perpetui a coloro che posseggono o a coloro che acquistano. Il mondo non è governato dall’alto in modo che gli interessi privati e quelli sociali coincidano sempre; né è condotto quaggiù in modo che in pratica essi coincidano.

J.M. Keynes “Fine del Laissez-faire”- 1926

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Non è una deduzione corretta dai principi di economia che l’interesse egoistico illuminato operi sempre nell’interesse pubblico. Né è vero che l’interesse egoistico sia generalmente illuminato; più spesso gli individui che agiscono separatamente per promuovere i propri fini sono troppo ignoranti o troppo deboli anche per raggiungere questi fini.

J.M. Keynes “Fine del Laissez-faire”- 1926

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L’idea che si possa tranquillamente trascurare la funzione di domanda aggregata è fondamentale nell’economia ricardiana, che rimane la base di ciò che ci è stato insegnato per più di un secolo.

J.M. Keynes “Teoria Generale” Cap. 3, Libro I – 1936

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Può ben darsi che la teoria classica rappresenti il modo nel quale vorremmo che la nostra economia si comportasse; ma supporre che essa di fatto si comporti così, significa supporre inesistenti le difficoltà con le quali abbiamo a che fare.

J.M. Keynes “Teoria Generale” Cap. 3, Libro I – 1936

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La moneta è peculiarmente una creazione dello Stato.

J.M. Keynes

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In un sistema interno di laissez-faire e con un sistema aureo internazionale, come era conforme alla ortodossia nella seconda metà del diciannovesimo secolo, un governo non aveva alcun mezzo disponibile per mitigare la depressione economica all’interno, salvo la lotta di concorrenza per la conquista dei mercati.

J.M. Keynes “Teoria Generale” Cap. 24, Libro VI – 1936

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I difetti più evidenti della Società economica nella quale viviamo sono l’incapacità a provvedere la piena occupazione e la distribuzione arbitraria e iniqua delle ricchezze e dei redditi.

J.M. Keynes “Teoria Generale” Cap. 24, Libro VI – 1936

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Il famoso ottimismo della teoria economica tradizionale che ha fatto sì che l’economista sia considerato come un Candide che dopo aver lasciato questo mondo per la coltivazione dei suoi giardini, insegni che tutto va per il meglio nel migliore dei mondi possibili purché si lascino le cose andare da sole – credo vada anch’esso ascritto all’aver trascurato l’ostacolo alla prosperità che può provenire da un’insufficienza della domanda effettiva.

J.M. Keynes “Teoria Generale” Cap. 3, Libro I – 1936

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La teoria classica ha infatti generalmente fondato il supposto carattere autoriequilibratore del sistema economico sull’ipotesi di flessibilità dei salari monetari; e, nel caso di salari rigidi, ha attribuito a questa rigidità la responsabilità dello squilibrio.

J.M. Keynes “Teoria Generale” Cap. 19, Libro V – 1936

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Non vi è dunque ragione di ritenere che una politica di salari flessibili sia atta a mantenere uno stato di continua occupazione piena; come non vi è ragione di ritenere che una politica monetaria di intervento sul mercato aperto sia capace da sola di raggiungere tale risultato. Il seguire l’una o l’altra di queste linee di condotta non può conferire al sistema economico la capacità di riequilibrarsi automaticamente.

J.M. Keynes “Teoria Generale” Cap. 19, Libro V – 1936

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Secondo me l’intera gestione di un’economia nazionale si basa sulla libertà di scegliere il tasso d’interesse appropriato, senza doversi confrontare con i tassi vigenti nel resto del mondo. Corollario di ciò è il controllo dei capitali.

J.M. Keynes

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 […] il nostro sistema economico non ci permette davvero di sfruttare al massimo le possibilità di ricchezza economica offerteci dai progressi della tecnica, resta anzi ben lontano da questo ideale, e ci fa sentire come se avessimo potuto benissimo usare tutto il margine disponibile in tanti altri modi più soddisfacenti. Ma, una volta che ci siamo permessi di disubbidire al criterio dell’utile contabile, noi abbiamo cominciato a cambiare la nostra civiltà. E noi dobbiamo farlo molto prudentemente, cautamente e coscientemente. Perché c’è un ampio campo dell’attività umana in cui sarà bene che conserviamo i consueti criteri pecuniari. È lo Stato, piuttosto che l’individuo, che bisogna cambi i suoi criteri. È la concezione del Ministro delle Finanze, come del presidente di una specie di società anonima, che deve essere respinta. Ora se le funzioni e gli scopi dello Stato devono essere tanto allargati, le decisioni riguardo a ciò che, parlando grossolanamente, dovrà essere prodotto dal paese e ciò che dovrà essere ottenuto in cambio dall’estero, dovranno essere tra le più importanti della politica.

J.M. Keynes “Autarchia  economica” – 1933

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Se io oggi avessi il potere, mi metterei decisamente a dotare le nostre capitali di tutte le raffinatezze dell’arte e della civiltà, ognuna della più alta e perfetta qualità, di cui fossero individualmente capaci i cittadini, nella persuasione che potrei permettermi tutto quello che potessi creare, e nella fiducia che il denaro così speso non solo sarebbe preferibile ad ogni sussidio di disoccupazione, ma renderebbe i sussidi di disoccupazione superflui. Con quello che abbiamo speso in sussidi di disoccupazione […] avremmo potuto fare delle nostre città i maggiori monumenti dell’opera dell’uomo.

J.M. Keynes “Autarchia  economica” – 1933

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Lo sfruttamento e l’eventuale distruzione del dono divino dell’uomo di spettacolo che viene fatto prostituire all’obiettivo del guadagno finanziario è uno dei peggiori crimini dell’odierno capitalismo.

J.M. Keynes  – “The Art and the State” – 26 Agosto 1936

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Ciò che abbisogna in questo momento, infatti non è stringere la cinghia, ma creare un’atmosfera di espansione, di attività: intraprendere, comperare, produrre. Prendiamo il caso estremo: supponiamo di sospendere completamente la spesa del nostro reddito e di risparmiare molto. Allora? Saremmo tutti senza un lavoro e fra non molto non avremmo più reddito spendibile, nessuno si arricchirebbe di un penny e per concludere moriremmo tutti di fame: il che sarebbe senza dubbio la giusta ricompensa per il nostro rifiuto di comperare l’uno dall’altro, di lavarci reciprocamente il bucato, tutte cose che sono il nostro modo di vivere. Lo stesso vale, a maggior ragione, per l’attività degli enti locali. Questo è il momento in cui le amministrazioni locali devono darsi da fare con tutti i lavori e le migliorie che abbiano senso. L’ammalato non ha bisogno di riposo: ha bisogno di esercizio. Non potete dare lavoro alla gente contenendo la spesa, rifiutando di ordinare nuova merce, riducendovi all’inattività. Al contrario, l’attività di qualsiasi tipo, è il solo mezzo per rimettere in moto gli ingranaggi del processo economico e della produzione di ricchezza.

J.M. Keynes  –1930

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Può sembrare saggio starsene seduti a scrollare il capo. Ma mentre noi aspettiamo, l’inutilizzata capacità produttiva dei disoccupati non si accumula a nostro credito in una banca, disponibile per l’impiego in un momento successivo. Essa si tramuta irrevocabilmente in spreco; è irrimediabilmente perduta.

J.M. Keynes

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Il credo conservatore per cui vi sono delle leggi della natura che impediscono agli uomini di essere occupati, che è sbagliato dar lavoro alla gente e che è finanziariamente “oculato” mantenere un decimo della popolazione nell’ozio, è follemente improbabile – il genere di cose a cui nessun uomo potrebbe credere, a meno che non gli sia stata riempita la testa con idee insensate per anni e anni. Il nostro compito principale, dunque, sarà quello di confermare l’istinto del lettore, vale a dire che ciò che sembra sensato è sensato e che ciò che sembra una sciocchezza è una sciocchezza. Cercheremo di dimostrargli che la conclusione secondo la quale se vengono offerte nuove forme di occupazione, più uomini saranno occupati, è ovvia tanto quanto sembra e non ingannevole; che occupare i disoccupati in attività utili fa proprio ciò quello che dovrebbe fare, cioè aumentare la ricchezza nazionale; e che l’idea secondo la quale rovineremmo finanziariamente noi stessi, per ragioni complesse, se usassimo tali mezzi al fine di aumentare il nostro benessere, è esattamente quello che sembra: uno spauracchio.

J.M. Keynes “Can Lloyd George do it? ” – 1929

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Che l’ammontare complessivo di moneta incassato dai negozi sia uguale all’ammontare speso dai clienti; che la spesa complessiva del pubblico sia uguale in complesso all’ammontare dei loro redditi meno quanto essi hanno messo da parte; queste verità ovvie ed altre analoghe sono quelle la cui portata e il cui significato sembrano più difficili da comprendere.

J.M. Keynes “Trattato sulla moneta”  Cap. 38 – 1930

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Suggerire un’azione sociale per il bene pubblico alla City di Londra è come discutere l’Origine delle specie con un vescovo sessant’anni fa.

J.M. Keynes “Fine del Laissez-faire” – 1926

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Vi sono oggi molti benpensanti, animati da amor di patria, i quali ritengono che la cosa più utile […] sia risparmiare più del solito. Costoro […] ritengono che la giusta politica in un momento come questo consista nell’opporsi all’allargamento della spesa per lavori pubblici […]. Ma quando vi è già una forte eccedenza di manodopera […] il risultato del risparmio è soltanto quello di aumentare questa eccedenza […]. Inoltre, quando un individuo è escluso dal lavoro […] la sua ridotta capacità d’acquisto determina ulteriore disoccupazione […]. La valutazione migliore che posso formulare è che quando si risparmiano cinque scellini, si lascia senza lavoro un uomo per una giornata.

J.M. Keynes – Discorso radiotrasmesso  – “The Listener” – 14 Gennaio 1931

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Ciò che abbisogna in questo momento, infatti non è stringere la cinghia, ma creare un’atmosfera di espansione, di attività: intraprendere, comperare, produrre. Prendiamo il caso estremo: supponiamo di sospendere completamente la spesa del nostro reddito e di risparmiare molto. Allora? Saremmo tutti senza lavoro e fra non molto non avremmo più reddito spendibile, nessuno si arricchirebbe di un penny e, per concludere, moriremmo tutti di fame […]. Lo stesso vale, ed a maggior ragione, per l’attività degli enti locali. Questo è il momento in cui le amministrazioni locali devono darsi da fare con tutti i lavori e le migliorie che abbiano un senso. L’ammalato non ha bisogno di riposo: ha bisogno di esercizio. Non potete dare lavoro alla gente contenendo la spesa; rifiutando di ordinare nuova merce, riducendovi all’inattività.

J.M. Keynes – Discorso radiotrasmesso  – “The Listener” – 14 Gennaio 1931

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In tutti i paesi del mondo i bilanci statali presentano oggi pesanti deficit: infatti, l’indebitamento pubblico, di qualsiasi tipo è, per così dire, il rimedio naturale per impedire che le perdite imprenditoriali diventino, in una recessione grave come quella attuale, così forti da portare la produzione stessa ad una stasi. Ma è molto meglio, sotto ogni punto di vista, che l’indebitamento si affronti allo scopo di finanziare investimenti in opere, ove queste opere presentino una pur minima utilità, anziché per pagare sussidi ai disoccupati, o assegni ai veterani.

J.M. Keynes – Discorso radiotrasmesso  – “The Listener”, 14 Gennaio 1931

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Se noi mirassimo deliberatamente all’umiliazione dell’Europa occidentale, oso farmi profeta, la vendetta non tarderebbe. Nulla potrebbe procrastinare quella guerra civile finale tra le forze della reazione e i sussulti esasperati della rivoluzione, di fronte a cui impallidirebbero gli orrori dell’ultima guerra tedesca, e che distruggerebbero tanto il vincitore quanto la civiltà e le conquiste della nostra generazione.

J.M. Keynes – “Le conseguenze economiche della pace” – Novembre 1919

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Eppure la moneta è soltanto ciò che lo Stato dichiara, periodicamente, costituire un’onesta, legale liquidazione dei contratti monetari. […] La creazione di monete legali è stata ed è la riserva ultima dei governi; e nessuno Stato o governo decreterà mai la propria bancarotta o sconfitta fino a che disporrà di questo strumento.

J.M. Keynes – “A Tract on Monetary Reform” – Ottobre 1923

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Da tempo sia il mondo imprenditoriale che gli economisti riconoscono che un periodo di prezzi crescenti agisce da stimolo sull’impresa ed è vantaggioso per gli imprenditori.

J.M. Keynes – “A Tract on Monetary Reform” – Ottobre 1923

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L’inflazione, che dà luogo alla lievitazione, significa ingiustizia per i singoli e per le classi, in particolare per i rentiers: quindi è sfavorevole al risparmio. La deflazione, che determina la contrazione dei prezzi, significa impoverimento della manodopera e dell’impresa perché induce gli imprenditori a restringere la produzione nel tentativo di evitare perdite: quindi, è disastrosa per l’occupazione. […]  Dunque, l’inflazione è ingiusta e la deflazione è inopportuna. Delle due, se escludiamo i casi di inflazione estrema come quella della Germania, la deflazione è forse peggiore, poiché in un mondo povero è più grave creare disoccupazione che deludere il rentier.

J.M. Keynes – “A Tract on Monetary Reform” – Ottobre 1923

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Il modo migliore per ridurre i diritti dei rentiers:

Tre metodi si presentano allo scopo: primo, un’imposta generale una tantum sul capitale; secondo, una riduzione forzata del tasso di interesse del debito pubblico; terzo, un aumento dei prezzi che riduca il valore reale dei diritti fissi monetari.

J.M. Keynes – “The Nation and Athenaeum” – 9 Gennaio 1926

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Come tutelare i salari dall’inflazione?

Inoltre il governo deve assicurare che salariati e statali non ne risentano; ed eventualmente adottare una legge che preveda, per i prossimi due anni, l’aumento trimestrale automatico di tutti i salari e gli stipendi in corrispondenza dell’aumento del costo della vita.

J.M. Keynes – “The Nation and Athenaeum” – 9 Gennaio 1926

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I costi derivanti dalla disoccupazione

Vi è la perdita di gran lunga maggiore che subiscono i disoccupati stessi, costituita dalla differenza fra un sussidio ed un salario pieno, e dallo sfibramento fisico e morale. Vi è la perdita di profitti per gli imprenditori e di introiti fiscali per il Cancelliere dello scacchiere. Vi è la perdita incalcolabile implicita nel aver rallentato per un decennio il progresso economico di tutto il paese.

J.M. Keynes – “Can Lloyd George do It? “ – Maggio 1929

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Quando gli investimenti superano il risparmio abbiamo un boom, forte occupazione e tendenza all’inflazione. Quando gli investimenti sono inferiori, abbiamo rallentamento e disoccupazione anormale, come in questo momento. A ciò si obietta, comunemente, che un’espansione del credito significa inflazione. Ma non sempre la creazione di credito significa inflazione. Questa si ha soltanto quando tentiamo, come abbiamo fatto durante la guerra e dopo, di espandere l’attività economica dopo aver raggiunto la piena occupazione ed aver già utilizzato tutto il risparmio fino all’ultimo centesimo.

J.M. Keynes – “Can Lloyd George do It?” – Maggio 1929

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L’idea che una politica di spesa per investimenti, se non sottrae capitale all’attività economica esistente, deve tradursi in inflazione, avrebbe del vero se operassimo in condizioni di boom. E diventerebbe vera se la politica di spesa per investimenti fosse spinta fino al punto in cui la domanda di risparmio incominciasse ad eccedere l’offerta. Ma, in questo momento, siamo veramente lontani da una situazione del genere. Prima che una politica di sviluppo presenti il minimo pericolo inflazionistico occorre recuperare un bel po’ di ristagno deflazionistico. Agitare lo spauracchio dell’inflazione in questo momento, per contrastare una spesa per investimenti, è come mettere in guardia contro i pericoli della pinguedine un malato che sta morendo d’inedia.

J.M. Keynes – “Can Lloyd George do It?” – Maggio 1929

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Noi stiamo investendo troppo, pericolosamente troppo, all’estero in rapporto all’andamento meno favorevole della nostra bilancia commerciale; e stiamo investendo all’estero in misura così pericolosa in parte perché gli sbocchi al risparmio sul mercato interno sono insufficienti. Ne consegue che una politica di spese per investimenti, nella misura in cui andasse oltre il puro e semplice assorbimento della deflazione, servirebbe soprattutto a convogliare verso lo sviluppo interno il risparmio che oggi si versa all’estero; e questo sarebbe un risultato positivo dal punto di vista della Banca d’Inghilterra.

J.M. Keynes – “Can Lloyd George do It?” – Maggio 1929

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Per accrescere la ricchezza del paese abbiamo a disposizione la capacità produttiva di tutti i disoccupati. È follia credere che ci rovineremmo finanziariamente cercando il modo di utilizzarla, e che il motto “niente rischi” consista nel continuare a mantenere la gente con le mani in mano.

J.M. Keynes – “Can Lloyd George do It?” – Maggio 1929

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Tutta la nostra politica economica degli ultimi anni è stata dominata dalle preoccupazioni del Tesoro per i suoi problemi settoriali di conversione del debito. Quanto meno si indebiterà il governo, sostengono al Tesoro, tanto maggiori sono le possibilità di convertire il debito nazionale in prestiti che comportino un tasso di interesse inferiore. Con l’obiettivo della conversione, quindi gli esponenti del Tesoro si sono adoperati per ridurre il più possibile qualsiasi forma di indebitamento pubblico, qualsiasi spesa dello Stato per quanto produttiva ed auspicabile. Dubitiamo che il pubblico abbia un’idea di quanto sia stata forte, persistente e greve di conseguenze questa impostazione. […] La riduzione della spesa per investimenti contribuisce ad accrescere la disoccupazione e lascia il paese con le attrezzature dell’anteguerra.

J.M. Keynes – “Can Lloyd George do It?” – Maggio 1929

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Se un determinato produttore, o un determinato paese, taglia i salari, si assicurerà così una quota maggiore del commercio internazionale fino al momento in cui gli altri produttori o gli altri paesi non facciano altrettanto; ma se tutti tagliano i salari, il potere d’acquisto complessivo della comunità si riduce di tanto quanto si sono ridotti i costi: e, anche qui, nessuno ne trae vantaggio.

J.M. Keynes – “The Nation and Athenaeum” – Dicembre 1930

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[…] è caratteristica tipica di un boom che i ricavi eccedano i costi, ed è caratteristica tipica di una recessione che i costi eccedano i ricavi. Inoltre, è un’illusione che gli imprenditori possano automaticamente ristabilire l’equilibrio riducendo i costi complessivi, vuoi con il contenimento della produzione vuoi con la compressione dei tassi di remunerazione: infatti, la riduzione delle somme erogate a titolo di costo, contraendo il potere d’acquisto dei percettori di redditi, che sono anche gli acquirenti, riduce di quasi altrettanto i ricavi di vendita.

J.M. Keynes – “The Nation and Athenaeum” – Dicembre 1930

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Ma oggi i responsabili di banca incominciano ad aprire gli occhi, ed in molti paesi prendono dolorosamente atto del fatto che quando i “margini” del cliente spariscono, è la banca stessa a trovarsi “in margine”. Io ritengo che, se oggi si facesse una valutazione, assai prudente, di tutti i beni e le garanzie incerte, una buona parte delle banche si troverebbe insolvente; e con l’ulteriore processo di deflazione il rapporto aumenterà rapidamente. In questo momento, per fortuna, le banche nazionali inglesi sono probabilmente fra le più forti. Ma vi è un grado di deflazione che nessuna banca può sostenere […].”

J.M. Keynes – “The New Statesman and Nation” – 15 Agosto 1931

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La deflazione comporta un trasferimento di ricchezza ai rentiers, e a tutti i detentori di effetti monetari, da parte del resto della comunità; così come l’inflazione comporta un trasferimento di segno opposto. In particolare, la deflazione comporta un trasferimento di ricchezza da tutti i debitori ai creditori; dagli elementi attivi a quelli passivi.

J.M. Keynes – “A Tract on Monetary Reform” – Ottobre 1923

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La deflazione è peggiore perfino dell’inflazione. Entrambe sono “ingiuste” e deludono ragionevoli attese; ma, mentre l’inflazione, alleviando l’onere del debito nazionale e stimolando le imprese, mette un contrappeso sull’altro piatto della bilancia, la deflazione non offre alcuna contropartita.

J.M. Keynes – “A Tract on Monetary Reform” – Ottobre 1923

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 A quanto sembra, riesce difficile alla gente afferrare il concetto che la moneta è un puro intermediario, senza valore intrinseco: passa da una mano all’altra, ricevuta e corrisposta in pagamento, e quando ha assolto la sua funzione sparisce dal computo della ricchezza di un paese.

J.M. Keynes – “A Tract on Monetary Reform” – Ottobre 1923

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Un cambio fluttuante significa che sui prezzi relativi si ripercuotono influenze politiche e psicologiche anche passeggere, nonché le pressioni periodiche dei commerci stagionali. Ma significa anche che si tratta del correttivo più rapido ed energico degli squilibri reali che insorgano, per qualsiasi causa, nei pagamenti internazionali, nonché di una meravigliosa misura preventiva nei confronti dei paesi che tendono a spendere all’estero più di quanto consentano le loro risorse.

J.M. Keynes – “A Tract on Monetary Reform” – Ottobre 1923

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In verità, il gold standard è già oggi un residuo barbarico. A tutti noi, dal governatore della Banca d’Inghilterra in giù, interessa oggi, in primo luogo, mantenere la stabilità dell’economia, dei prezzi, dell’occupazione; ed è improbabile che, quando si imponesse la scelta, sacrificheremmo deliberatamente questi obiettivi al vetusto dogma, un tempo in auge, delle 3 sterline, 17 scellini, 10,5 pence per oncia d’oro. I sostenitori del vecchio gold standard non si rendono conto di quanto sia lontano dallo spirito e dalle esigenze del nostro tempo.

J.M. Keynes – “A Tract on Monetary Reform” – Ottobre 1923

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Il più importante discende dalla mia convinzione che le fluttuazioni degli scambi e dell’occupazione sono i più grandi mali economici della società moderna, ma al tempo stesso i più facilmente ovviabili; che sono soprattutto mali del nostro sistema creditizio e bancario; e che sarebbe più facile applicare i rimedi se conservassimo il controllo diretto della nostra moneta. […] In pratica il gold standard non significa altro che avere lo stesso livello di prezzi e gli stessi tassi monetari (in termini generali) degli Stati Uniti. Lo scopo sta, tutto, nel collegare rigidamente la City e Wall Street. Prego il Cancelliere dello scacchiere ed il governatore della Banca d’Inghilterra e gli altri anonimi signori che decidono in segreto del nostro destino, di riflettere sui pericoli che può comportare questo processo.

J.M. Keynes – “The Nation and Athenaeum” – 21 Febbraio 1925

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La restrizione del credito ha l’obiettivo di sottrarre agli imprenditori i mezzi finanziari per sostenere l’occupazione all’attuale livello di prezzi e di salari; politica che può conseguire i suoi fini solo accrescendo indiscriminatamente la disoccupazione fino al momento in cui i lavoratori, sottoposti alla dura pressione, siano disposti ad accettare la necessaria riduzione dei salari monetari. Questa è la “sana” politica che si impone come risultato della sconsiderata decisione di inchiodare la sterlina ad un valore aureo.

J.M. Keynes – “The Economic Consequences of Mr. Churcill” – 1925

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La deflazione non comprime i salari “automaticamente”, ma attraverso un aumento della disoccupazione.

J.M. Keynes – “The Economic Consequences of Mr. Churcill” – 1925

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Sul piano della giustizia sociale la riduzione dei salari dei minatori è insostenibile. Sono le vittime sacrificate al Moloch dell’economia, rappresentano in carne e sangue i “riassestamenti fondamentali” elaborati dal Tesoro e dalla Banca d’Inghilterra per soddisfare l’impazienza con cui i patres conscripti della City vogliono livellare la “modesta sfasatura” fra 4,40 e 4,86 dollari per sterlina. I minatori (e quelli che seguiranno poi) sono il “modesto sacrificio” ancora necessario per garantire la stabilità del gold standard.

J.M. Keynes – “The Economic Consequences of Mr. Churcill” – 1925

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La disoccupazione, devo ripeterlo, esiste perché ai datori di lavoro è mancato il profitto: il che può dipendere da qualsivoglia causa. Ma è certo che, salvo passare al comunismo, non esiste altro mezzo per rimediare alla disoccupazione se non restituire ai datori di lavoro, un margine di profitto adeguato. Vi si può arrivare in due modi: aumentando la domanda di beni prodotti (e sarebbe il rimedio espansionista), o diminuendo il costo dei beni prodotti (e sarebbe la politica di contrazione). Entrambi mirano al nocciolo del problema. Qual è da preferire? La contrazione dei costi di produzione, riducendo i salari e tagliando i servizi forniti dalla spesa pubblica, avrebbe veramente la possibilità di far aumentare la domanda di nostri beni all’estero (a meno che, cosa assai probabile, non solleciti analoga politica di contrazione all’estero), ma farebbe probabilmente diminuire la domanda interna. Per i datori di lavoro i vantaggi di una riduzione generale dei salari, non sono quindi tali quali appaiono di primo acchito. Ciascun datore di lavoro guarda al beneficio immediato che gli viene da una compressione dei salari che deve corrispondere, ma trascura le conseguenze sia di una riduzione dei redditi dei suoi acquirenti, sia della compressione dei salari di cui godrebbero anche i suoi concorrenti. E comunque, una tale politica porterebbe sicuramente a ingiustizie sociali e andrebbe incontro a violente resistenze comportando benefici enormi per talune classi di reddito a spese di altre.

J.M. Keynes – “The New Statesman and Nations” – 7 Marzo 1931

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Il concentrarsi esclusivamente sul concetto di “economia” a livello nazionale, comunale e individuale (intendendo per “economia” l’atteggiamento negativo di contenere la spesa che oggi sollecita all’azione le forze produttive), può avere conseguenze sociali così distruttive, quando vi si insista troppo sotto la pressione di un presunto dovere, da scuotere tutto intero il sistema della nostra vita nazionale. […]           Se volessimo spingere questa “economia”, in tutte le sue forme, fino alle sue logiche conclusioni, ci accorgeremmo di aver pareggiato il bilancio con uno zero alle entrate ed uno alle uscite, e di essere tutti per terra, a morire di fame, per il rifiuto categorico di acquistare l’uno dall’altro i vari servizi, in omaggio all’”economia”.

J.M. Keynes – “The Evening Standard” – 10 Settembre 1931

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In un momento in cui la disoccupazione è elevata e disponiamo di risorse inutilizzate di ogni tipo, l’economia riveste un’utilità soltanto da un punto di vista nazionale nella misura in cui riduce il consumo di beni importati. Per il resto i frutti della parsimonia vanno interamente sprecati in disoccupazione, perdite d’impresa, e minore risparmio. Sicché diventa un modo estremamente indiretto e dispendioso di contenere le importazioni.

J.M. Keynes – “The Evening Standard” – 10 Settembre 1931

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All’Europa mancano i mezzi, agli Stati Uniti manca la volontà per muoversi. Abbiamo bisogno di un nuovo ordine di idee e di convinzioni che sia il portato naturale di un onesto riesame dei nostri sentimenti più profondi in rapporto alla realtà esterna.

J.M. Keynes – “Fine del Laissez-faire” – 1926

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Per il resto, questo problema dei cambi riguarda prevalentemente il miglioramento della bilancia commerciale nelle entrate di parte corrente. Questo è il problema su cui dovrebbe concentrarsi il gabinetto. Al riguardo esistono soltanto due linee d’attacco. La prima( che è la meno drastica di cui disponiamo) consiste in misure dirette a contenere le importazioni e, se possibile, a sussidiare le esportazioni; la seconda nella riduzione di tutti i redditi monetari da lavoro dipendente nel paese. Se rifiutiamo la svalutazione dovremmo probabilmente tentare entrambe queste vie. […]. Ora, la seconda, per essere efficiente, dovrebbe comportare una riduzione così drastica dei salari, nonché problemi così complessi, e probabilmente insolubili, sia sul piano della giustizia sociale, sia sul piano della prassi, che sarebbe follia non sperimentare prima i risultati della politica alternativa, e assai meno drastica, di contenimento delle importazioni. […] Se scartiamo la svalutazione, che personalmente credo sia il giusto rimedio […] rimangono aperte tre vie. La prima consiste nell’assumersi il rischio di sollecitare lo sviluppo dell’economia interna, considerandolo preferibile all’ozio forzato. La seconda richiede la riduzione generale dei salari nonché, a fini di giustizia sociale, di tutti gli altri redditi monetari nei limiti del possibile. La terza linea sta nel contenimento drastico delle importazioni.

J.M. Keynes – “The Evening Standard” – 10 Settembre 1931

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Infatti, se al cambio la sterlina viene svalutata, diciamo, del 25%, se ne avrà un effetto restrittivo sulle importazioni pari a quello di un dazio di uguale entità; ma mentre un dazio non avrebbe la capacità di sostenere le esportazioni, anzi rischierebbe di danneggiarle, la svalutazione della sterlina costituisce un abbuono di, appunto, il 25% che mette i produttori nazionali in posizione di vantaggio rispetto ai beni importati.

J.M. Keynes – “The Sunday Express” – 27 Settembre 1931

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Giuseppe PALMA

(un ringraziamento particolare a Dario Zamperin per aver raccolto tutte le citazioni di cui sopra).

 

 

 

Ora anche Padoan “vede” la possibile fine dell’euro (da QuiFinanza)

Proponiamo qui di seguito un articolo di oggi, 26 maggio 2017, pubblicato su QuiFinanza, dal titolo “Ora anche Padoan “vede” la possibile fine dell’euro”: http://quifinanza.it/soldi/ora-anche-padoan-vede-la-possibile-fine-delleuro/122848/?ref=libero

 

26 Maggio 2017 – Cogliendo al volo l’occasione dell’elezione di Emmanuel Macron in Francia, il ministro delle Finanze italiano Pier Carlo Padoan ha cercato una sponda Oltralpe per condividere le politiche europee del prossimo futuro. E per la prima volta anche Padoan – in una lunga intervista col Financial Times – ha parlato dei problemi legati al paradigma dell’austerità, della necessità di crescita e persino della possibilità della fine dell’euro senza un cambio di rotta.

Padoan – come nota Paolo Annoni su ilsussidiario.net – ha avvertito l’Europa dei rischi che si potrebbero correre se ci si limitasse a politiche fiscali restrittive perché “correremmo gli stessi rischi del 2010 e del 2011”. A cinque anni di distanza è ormai pacifico, anche per Padoan, che l’austerity è stata controproducente e tutti, o quasi, concordano che senza gli effetti devastanti sull’economia oggi gli indici di finanza pubblica sarebbero migliori. Sicuramente quelli dell’Italia, che ha subito prima una recessione senza precedenti e poi le sue conseguenze sul sistema bancario: cinque anni di depressione e crisi di fiducia grazie all’austerity.

Macron ha richiesto la possibilità di un budget comune europeo che riduca le differenze tra le economie, perché “queste divergenze hanno creato le tensioni di cui ha sofferto l’Italia recentemente”. Padoan aggiunge: “L’incubo dell’elettore medio tedesco è perdere i soldi dandoli ai terribili europei del sud. Siamo seri: la storia ci dice che l’integrazione monetaria richiede qualche forma di redistribuzione. Altrimenti l’aggiustamento che verrà presto o tardi sarà molto più dannoso per tutti i Paesi”.

Dunque, dice Padoan, non può esserci un’unione monetaria, con la stessa valuta, la stessa banca centrale e le stesse leggi in cui ci sono Paesi con la disoccupazione al 25% e altri al 5%, in cui alcuni hanno un surplus finanziario e altri un deficit.

La crescita delle divergenze in Europa non è un incidente dell’euro, ma la sua inevitabile conseguenza nella misura in cui si impone una rigidità a Paesi diversi senza nessun meccanismo di redistribuzione interna. “L’aggiustamento dannoso” di cui parla Padoan senza la redistribuzione si chiama rottura dell’euro.

Se si vuole continuare l’esperimento dell’Unione europea e dell’euro devono accadere due cose simultaneamente: che i Paesi del sud si adeguino alle richieste dell’Europa e che l’Europa, in quanto tale, si faccia carico della crescita e della redistribuzione. Questo implica che il cittadino tedesco accetti che l’Europa raccolga tasse per dare un sussidio di disoccupazione a un greco o per costruire una fabbrica o un ponte ad Atene, come faceva un veneto per la Calabria. Al di fuori di questo è pura follia ipotizzare che la distanza tra Grecia e Germania si possa accorciare quando, via austerity, è ormai chiaro a tutto il mondo che può solo allargarsi.

Senza questo cambiamento – si legge ancora – non solo l’euro finisce, ma finisce malissimo con la Germania circondata dalle macerie in Italia, Spagna, Portogallo, Grecia (140 milioni di europei – mezza Europa) e forse anche in Francia. Se l’Italia accetta di inserire in Costituzione il pareggio di bilancio trasferendo sovranità alla Germania via Europa, la Germania deve accettare che l’Europa tassi i tedeschi per pagare i sussidi di disoccupazione, deve accettare che i greci abbiano qualcosa da dire sulle tasse dei tedeschi esattamente come i tedeschi decidono le riforme in Grecia. Altrimenti la Germania si tiene, lecitamente, i suoi soldi e l’Italia ritorna alla lira con cui ha dimostrato di saper vivere benissimo con i suoi pregi e i suoi difetti.

Articolo pubblicato oggi, 26 maggio 2017, su QuiFinanza

Fonte: http://quifinanza.it/soldi/ora-anche-padoan-vede-la-possibile-fine-delleuro/122848/?ref=libero

 

 

ESPLODE ORDIGNO SOTTO L’AUTO DELL’EX PREMIER TECNICO AD ATENE. PRIMA O POI I TARGET VENGONO INDIVIDUATI (di Caterina BETTI)

Intorno alle 18:45 arriva la notizia, diffusa dai media locali, che ad Atene un ordigno è esploso sotto l’auto di Loukas Papademos. La Polizia greca, che sta indagando, afferma che gli esecutori si sono organizzati mandando un libro contenente il dispositivo con tanto di “Accademia di Atene” (di cui è membro) come mittente. Il tutto calcolato nel dettaglio dunque.

Governatore della Banca di Grecia dal 1994 al 2002, ha traghettato la Grecia nell’entrata nell’Eurozona ed è in seguito diventato Vicepresidente della BCE fino al 2010. Dal novembre 2011 a maggio 2012 ha ricoperto il ruolo di premier del governo tecnico greco. Il governo di Papademos è una chiave di volta strategica all’interno di quella che (speriamo) verrà ricordata dalla storia come l’opera di distruzione e di sottomissione del popolo greco. Dopo il predecessore Papandreou, che aveva già avviato le procedure pesanti di austerity con la messa in mobilità di 30mila dipendenti statali, ulteriori tagli alle pensioni e prolungamento della tassa sugli immobili, solo un governo tecnico può portare avanti le stesse politiche imposte da quella entità chiamata “troika” (un mostro a tre teste formato da FMI, BCE e Commissione UE) senza doverne rispondere al popolo. 
Mentre le agenzie di rating danno per certo il default della Grecia (e vi ricordiamo che ovviamente solo un paese senza sovranità monetaria può fallire in barba a quanti negano il ricatto dell’averla ceduta in toto), il governo si appresta ad approvare un nuovo pacchetto di austerità che ha scatenato l’ira del popolo greco in piazza Syntagma, che si fece teatro di scontri violenti e numerosi manifestanti, proprio quelli che vediamo sempre più spesso. Le agenzie continuarono a ribassare il rating greco dichiarando il paese sull’orlo del default e minacciando enormi fughe di capitali, per costringere il popolo “democraticamente” a scegliere ulteriori politiche di austerity.

Non sono pochi i quotidiani che ci ricordano altri tentativi, come quello avvenuto alla sede del Fondo Monetario Internazionale o un altro diretto a Wolfgang Schaeuble. Insomma, la disperazione causata da questi uomini che hanno portato avanti politiche ingiustificatamente disumane ha portato alla ricerca di una vendetta. I criminali economici sembrano sempre meno perfidi di quelli che agiscono con armi fisiche, ma i primi hanno sicuramente fatto molti più morti nella storia di questa Unione Europea (e non solo se pensiamo ai morti per l’applicazione di veri e propri regimi neoliberisti, l’America del Sud è un esempio lampante). La Grecia è la dimostrazione che i “60 anni di pace” tanto sbandierati sono una gigantesca frottola, un titanico falso storico. 
E l’episodio di oggi mostra che chi ha sofferto per questi crimini ha individuato il target da colpire; come vedete l’epilogo del conflitto non è così lontano, a giudicare dai fatti. L’unica via è risolverla con la Costituzione e non nel sangue. Il mezzo c’è.

Caterina BETTI

(Articolo pubblicato sulla pagina facebook “Economia Democratica” il 25 maggio 2017:

https://m.facebook.com/EcoDemOrg/photos/a.1452104485085636.1073741828.1449454232017328/1680493252246757/?type=3)

La Grecia è ridotta ad una colonia in stato di assedio. Grazie all’€uro e all’UE (di Giuseppe PALMA)

Dopo aver vergognosamente tradito il suo popolo, disattendendo l’esito elettorale del referendum del 5 luglio 2015 (con il quale oltre il 60% degli elettori greci respingevano ulteriori misure di austerità), il premier greco Alexis Tsipras firmava con le Istituzioni creditrici (UE, BCE e FMI) un accordo capestro che nemmeno un Paese sconfitto in guerra avrebbe mai sottoscritto.

Oggi, trascorsi circa due anni da quel referendum, la Grecia è ormai terra di conquista. L’economia greca è nuovamente in recessione e le misure imposte dai creditori (che ripeto sono UE, BCE e FMI) hanno determinato un consistente taglio dei salari e delle pensioni, oltre che l’abbassamento – di oltre il 50% – della soglia di no tax area.

Del resto, i prestiti dei creditori alla Grecia non sono mirati a migliorare l’economia reale, bensì a dare al Governo greco la possibilità di ripagare i debiti con le stesse Istituzioni creditrici, le quali, perché prestassero il denaro, hanno chiesto – e imposto – misure capestro capaci di uccidere chiunque!

Questo, del resto, è il sistema euro!

  • la disoccupazione ha ormai raggiunto livelli bellici (oltre il 23%, con una disoccupazione giovanile che supera il 45%);
  • il PIL ha registrato – dall’inizio della crisi – una contrazione di circa il 25%;
  • le attività commerciali chiuse ormai non si contano più;
  • le pensioni, in alcuni casi, sono state ridotte di oltre il 50%;
  • la situazione nella sanità pubblica è letteralmente allo stremo, con fuga quotidiana dei medici (ai quali il radical-chic Tsipras ha rivolto un appello a non lasciare il Paese).

A tal proposito è proprio di oggi l’articolo apparso su La Stampa, a firma di Niccolò Zancan, che racconta la storia di un pensionato greco: “Dopo «appena» cinquantacinque anni di lavoro e contributi versati, il guidatore di pullman, tassista e poi benzinaio Vladimiro Vogiannidis si era ritirato con 1450 euro di pensione e l’idea di godersi finalmente la vita. Oggi, nel settimo anno della crisi greca, la sua pensione è scesa a 660 euro al mese. La notizia è che il nuovo accordo con Bruxelles, votato dal Parlamento la scorsa settimana, prevede per lui un nuovo sacrificio. Perché se il limite per non pagare le tasse era fissato a 12 mila euro all’anno, poi è stato portato a 8.636, ma presto precipiterà a 5.685. Quindi lo riguarda. Ecco perché il pensionato Vogiannidis non manca mai di gridare la sua rabbia alle manifestazioni in piazza Syntagma. «Quando ti viene portato via quello che è tuo per diritto siamo di fronte a una dittatura. Trovatemi voi un altro nome per definire quello che sta succedendo»” (Fonte: http://www.lastampa.it/2017/05/24/esteri/grecia-la-rabbia-dopo-la-protesta-dov-la-rinascita-NaqxOxeKgFUQqxZmK9fCCM/pagina.html).

Ricordo ancora quando Tsipras diceva che un’altra Europa è possibile!

La patria della democrazia è ormai sventrata! Grazie euro! Grazie Unione Europea! In Grecia è morta non solo la democrazia (nella sua accezione sostanziale), ma sono morte anche dignità, libertà e umanità! In Grecia è morta l’Europa!

Giuseppe PALMA

 

 

Costituzione, Unione Europea ed €uro: quattro libri di Giuseppe PALMA contro il “pensiero unico dominante”

Proponiamo qui di seguito quattro libri (saggistica) scritti dall’avvocato Giuseppe PALMA – fondatore di questo blog – su Costituzione, Unione Europea ed Euro, contro il “pensiero unico dominante”:

LA COSTITUZIONE COME NESSUNO L’HA MAI SPIEGATA. Un viaggio con la più bella del mondo in occasione dei suoi 70 anni“, Key editore, 2017 (disponibile sia in formato cartaceo che in e-book):

La costituzione come nessuno l’ha mai spiegata. Un viaggio con la più bella del mondo in occasione dei suoi 70 anni

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IL TRADIMENTO DELLA COSTITUZIONE. Dall’Unione Europea agli Stati Uniti d’Europa. La rinuncia alla sovranità nazionale“, Edizioni Sì, 2016 (disponibile sia in formato cartaceo che in e-book):

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€UROCRIMINE. Cos’è la moneta unica e come funziona. Soluzioni giuridiche per uscire dall’€uro“, GDS, 2016 (disponibile solo in e-book):

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IL MALE ASSOLUTO. Dallo Stato di Diritto alla modernità Restauratrice. L’incompatibilità tra Costituzione e Trattati dell’UE. Aspetti di criticità dell’Euro“, GDS, 2014 (disponibile sia in formato cartaceo che in e-book):

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Altri libri dell’avv. Giuseppe PALMA (che, in totale, ne ha scritti finora ventiquattro): http://lacostituzioneblog.com/shop/

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lacostituzionablog.com