La vulgata che Salvini e Borghi abbiano cambiato idea sull’euro è falsa (di Giuseppe PALMA)

Per cambiare le cose occorre andare al Governo del Paese. Ottenere il 10, 20, 30 o 40 per cento dei voti stando all’opposizione non serve. Serve semmai in determinati periodi storici, ma non in questo. Ora serve più che mai andare a Palazzo Chigi e incidere – col proprio peso elettorale – sulle scelte importanti, quelle che contano veramente.

In parecchi hanno scritto che Claudio Borghi, proponendo i minibot, stesse levigando la sua posizione sull’euro. Non è affatto vero. I minibot servono quale strumento utile a creare le basi per un’uscita in sicurezza dalla gabbia della moneta unica, sia che ciò avvenga per nostra scelta sia che avvenga per implosione dell’Eurozona. E soprattutto senza la pistola della Bce puntata alla tempia, anche perché in Francia abbiamo Macron e in Germania la Merkel, seppur quest’ultima fortemente ridimensionata dalla incredibile affermazione elettorale di AfD.

Stessi discorsi fatti contro Borghi li sento fare contro Matteo Salvini, il quale – a dire di qualcuno – avrebbe abbandonato la sua posizione contro Ue ed euro pur di andare al Governo, e quindi al fine di creare le condizioni per un’alleanza politico-elettorale con Silvio Berlusconi. E anche queste dicerie non sono fondate. La Lega per andare al Governo necessita, se sarà il caso, anche di allearsi con Berlusconi. E per determinare la politica di Governo sarà necessario che Salvini ottenga almeno un voto in più del Cavaliere, il quale, diciamolo subito, in pubblico abbraccia la Merkel, ma in privato “bestemmia” contro l’euro e contro chi gli fece le scarpe nel 2011.

Io non sono iscritto a nessun partito. Quel che dico, lo dico in quanto lo penso.

Il Paese va liberato. E al momento, viste le posizioni filo-europeiste ed ultra-liberiste di Di Maio e associati, l’unica forza politica nazionale in grado di lavorare per il ripristino della sovranità nazionale è proprio la Lega Nord di Salvini e Borghi.

Occorre unire i patrioti. Non dividerli. Ed io, da patriota sincero, non voglio dividere bensì unire.

In ogni caso, pensatela pure come volete… io di Claudio mi fido.

Avv. Giuseppe PALMA

P.S. Chi volesse approfondire il tema minibot, legga questo articolo a firma mia e di Paolo Becchi su Libero di circa un mese fa: http://lacostituzioneblog.com/2017/08/31/maledire-leuro-e-un-dovere-di-tutti-i-veri-italiani-con-i-mini-bot-si-puo-di-giuseppe-palma-e-paolo-becchi-in-prima-pagina-su-libero-di-oggi/

 

 

Elezioni in Germania: batosta per i signori del “ci vuole più Europa”. E Macron scivola sul Senato (di Giuseppe PALMA)

Tutti, io compreso, credevamo che in Germania vi sarebbe stata un’affermazione elettorale di tipo bulgaro da parte del partito cristiano-democratico di Angela Merkel. Così come tutti pensavano che il partito anti-euro ed anti-immigrazione AfD, dopo le divisioni interne, non sarebbe riuscito ad entrare in Parlamento (i sondaggi lo davano al 4%). E invece è successo un terremoto elettorale: la signora Merkel, pur vincendo le elezioni, ha ottenuto un misero 32,93% (circa l’8% in meno sia rispetto ai sondaggi che rispetto alle elezioni politiche del 2013), mentre l’Spd dell’ultra-europeista Schultz ha praticamente raggiunto i minimi storici con un misero 20,5%. Ma la vera sorpresa, quella che riapre la partita sull’euro e sull’immigrazione (che sembrava chiusa dopo la vittoria di Macron in Francia), è stata la strepitosa affermazione elettorale di Afd, con il 12,64% dei consensi. Non era mai successo. È la prima volta, dal 1945 ad oggi, che un partito di destra entra nel Bundestag. I motivi sono tanti: dalle politiche sull’immigrazione portate avanti in questi anni dalla Merkel (molto permissiva) alle condizioni dei lavoratori tedeschi dopo le riforme neoliberiste del mercato del lavoro, cioè contratti a termine da 450 euro al mese. Tasso di disoccupazione tra i più bassi d’Europa ma a condizioni da fame e da sfruttamento.
Ora la signora Merkel dovrà trovare alleanze in Parlamento per formare una maggioranza che sostenga il suo quarto governo consecutivo. L’Spd ha già detto, per bocca di Schultz, che è finita l’era della grossa coalizione (per evitare che ad AfD vadano le presidenze delle commissioni parlamentari), quindi i probabili alleati della Merkel saranno i Liberali e i Verdi, questi ultimi euro-critici.
Ma l’aspetto più importante è un altro. Il Presidente francese Macron aveva pronto nel cassetto un programma di maggiore integrazione tra gli Stati dell’eurozona: superministro delle finanze dell’Eurozona, esercito unico europeo e un altro meccanismo europeo di stabilità a strozzo. E per fare ciò aveva bisogno di una netta vittoria elettorale deĺla Merkel e di una definitiva sconfitta dei cosiddetti “populisti”. Nessuna delle due condizioni si è verificata. Ma v’è di piu: contestualmente alle elezioni politiche tedesche si sono tenute anche le elezioni di secondo livello per il Senato francese, dove il partito di Macron ha ottenuto appena 1/5 dei seggi. Quindi non vi sarà alcun facile smantellamento della Costituzione francese per mano dell’uomo dei Rothschild.

Tornando alle elezioni tedesche, dal grafico emerge come sia stato più l’elettorato social-democratico a spostarsi a destra che quello cristiano-democratico. E questo la dice lunga su tutto. AfD è quindi il terzo partito in Germania. Piaccia o non piaccia, è cosi…
Insomma, la storia cambia un’altra volta. A Berlino si ferma, quantomeno per il momento, il progetto criminale dello smantellamento degli Stati nazionali.

Avv. Giuseppe PALMA

 

Libero presenta il nuovo libro di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA: “Come finisce una democrazia. I sistemi elettorali dal dopoguerra ad oggi”

Dal quotidiano Libero del 23 settembre 2017:

Pubblichiamo in anteprima uno stralcio di Come finisce una democrazia, ebook di Paolo Becchi e Giuseppe Palma uscito per la casa editrice Arianna

Se da un lato il sistema elettorale vigente nel Paese dal 1946 al 1993 rispettava il dettato costituzionale, quelli venuti dopo hanno cercato – chi più chi meno – di manipolare la volontà degli elettori. Nel caso del Mattarellum abbiamo visto come la democrazia rappresentativa e pluralista lasciava il posto ad un sistema maggioritario che – pur non essendo mai finito dinanzi al giudizio della Consulta -vanificava almeno in parte i risultati elettorali ottenuti dai partiti minori (…).

Tuttavia il Mattarellum rientrava ancora nell’architettura costituzionale disegnata dai Padri Costituenti (…). Con il porcellum, invece, le cose sono precipitate perché, oltre ad avere deputati e senatori tutti nominati e non scelti direttamente dai cittadini, la composizione di entrambe le Camere era falsata da un premio di maggioranza attribuito senza neppure la previsione di una soglia minima di voti oltre la quale il premio avrebbe dovuto trovare applicazione. Il problema, oltre che tecnico-costituzionale, è però politico: dalla democrazia rappresentativa della Prima Repubblica (con i suoi difetti) siamo passati alla democrazia dei video-spot, per poi evolverci verso la post-democrazia del clic … È innegabile l’esistenza di un filo rosso che collega le scelte politiche degli ultimi decenni alle leggi elettorali adottate. Il porcellum, infatti, andava nella direzione di esautorare la volontà degli elettori (…). E così anche con i tentativi seguenti. Ci hanno provato sia con le leggi elettorali sia con la Costituzione, ma, visti gli esiti dell’ultimo referendum confermativo dello scorso 4 dicembre, ci sono riusciti solo in parte. Scriviamo «in parte» perché in realtà la Costituzione ha subìto – con esito favorevole – la modifica del 2012 sull’introduzione nella Carta costituzionale del vincolo del pareggio di bilancio, l’ennesimo «vincolo esterno» imposto dalla sovrastruttura europea, del tutto in contrasto con i principi inderogabili della Costituzione. Era solo un tassello del progetto già iniziato con il Trattato di Maastricht e soprattutto con i seguenti regolamenti con i quali è stato introdotto l’euro … In materia di legge elettorale i giochi – al momento – sono ancora aperti. Alla data di uscita di questo libro – nella versione digitale – sul tavolo vi sono ancora quattro possibilità: 1) l’eventuale approvazione entro la fine della Legislatura, qualora vi fossero condizioni politiche favorevoli, del nuovo testo presentato dal Partito Democratico (…) Rosatellum bis; 2) la ripresa del dibattito parlamentare sul modello «tedesco all’italiana»; 3) nessuna nuova legge elettorale con la conseguenza che si andrà al voto con il Legalicum per la Camera ed il Consultellum per il Senato, cioè rispettivamente con l’Italicum ed il porcellum (…); 4) l’armonizzazione delle due leggi elettorali oggi vigenti (Legalicum e Consultellum) attraverso alcuni ritocchi alle stesse, così come auspicato e suggerito dalla Corte costituzionale (…) A parere nostro non esiste un sistema migliore di un altro. Qualunque legge elettorale non può in ogni caso prescindere dal rispetto dei principi costituzionali. (…) Resuscitare il Mattarellum originario sarebbe in effetti la cosa più semplice, ma siamo certi che proprio per questo non avverrà…

Articolo apparso su Libero il 23 settembre 2017.

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Per chi volesse acquistare il libro (attualmente disponibile solo in e-book):

L’elenco delle librerie on-line sarà in continuo aggiornamento.

IMPORTANTE! APPENDICE al libro sul MATTARELLUM CAPOVOLTO o ROSATELLUM bis:

 

 

Legge elettorale: è uscito il libro di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA “COME FINISCE UNA DEMOCRAZIA. I SISTEMI ELETTORALI DAL DOPOGUERRA AD OGGI” – Arianna editrice (in ebook)

In primo piano

COME FINISCE UNA DEMOCRAZIA. I sistemi elettorali dal dopoguerra ad oggi

di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA

Arianna editrice, 22 settembre 2017 (in e-book)

Elenco delle librerie on-line presso le quali è possibile acquistare l’e-book:

Il tema della legge elettorale, con tutti i suoi inevitabili tecnicismi, non attira nessuno se non il solito pubblico molto ristretto degli addetti ai lavori o appassionati dell’argomento. Eppure, in fin dei conti, dopo la Costituzione si tratta della legge più importante di un Paese, quella che stabilisce le regole del “gioco democratico” che devono essere rispettose del dettato costituzionale. Ora, il nostro Parlamento è riuscito per ben due volte ad adottare leggi elettorali che, sottoposte entrambe al vaglio della Corte costituzionale, non l’hanno superato.

Sconcertati da tutto ciò abbiamo deciso di presentare un contributo che tracci, in modo sintetico, la storia dei sistemi elettorali che si sono succeduti in Italia dal dopoguerra ad oggi, prospettando ed analizzando anche le possibili soluzioni con le quali andremo a votare alle prossime elezioni politiche: dalle due leggi elettorali uscite dalle sentenze della Consulta numm. 35/2017 e 1/2014 (vale a dire il Legalicum alla Camera e il Consultellum al Senato, cioè l’Italicum e il porcellum così come falcidiati dalla Corte costituzionale), all’ipotesi di un modello tedesco “all’italiana” – un porcellinum con crauti – sul quale sembrava che tutti fossero d’accordo – e che poi si è arenato, sino alla novità dell’ ultima ora rappresentata dal Mattarellum capovolto.

Questa storia infinita dimostra una cosa sola. Renzi con la sconfitta al referendum ha perso la sua battaglia politica e ora sta cercando di fare approvare una legge elettorale in cui tutti saranno al contempo vincitori e perdenti. La conseguenza? Un caos post-elettorale di cui sapranno approfittare i poteri forti. Così finisce una democrazia.

ATTENZIONE!Come finisce una democrazia. I sistemi elettorali dal dopoguerra ad oggi” è uscito a ridosso della presentazione, da parte del Partito Democratico, di una nuova proposta di legge elettorale giornalisticamente definita Mattarellum capovolto o Rosatellum bis, depositata in Commissione Affari Costituzionali alla Camera dei deputati nella seduta di giovedì 21 settembre 2017. Tale nuovo sistema è stato spiegato nel libro molto brevemente e in linea generale, senza eccessivi tecnicismi, anche per entrare sin da subito e a pieno titolo nel dibattito politico e parlamentare. Ciò rende necessaria la pubblicazione di un’APPENDICE/INTEGRAZIONE qui di seguito riportata in pdf, nella quale spieghiamo nel dettaglio (e con i necessari tecnicismi) i meccanismi elettorali del MATTARELLUM CAPOVOLTO o ROSATELLUM BIS (in ordine al testo approvato dalla Camera dei deputati – con voto di fiducia – nella giornata di giovedì 12 ottobre 2017), oltre all’indicazione della scheda elettorale, dei profili di incostituzionalità e di alcune correzioni. Per scaricare l’APPENDICE è sufficiente cliccare sul link sottostante:

L’APPENDICE di cui sopra verrà opportunamente aggiornata nell’eventualità il Mattarellum capovolto o Rosatellum bis giungesse ad approvazione definitiva da parte di entrambe le Camere entro fine Legislatura. 

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VIDEO di presentazione del libro:

 

Giuseppe PALMA, Paolo BECCHI

 

“Rinascimento”: critica costruttiva al nuovo libro di Sgarbi e Tremonti (di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero)

Qui di seguito l’articolo di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di mercoledì 13 settembre 2017, circa una critica costruttiva al nuovo libro di Vittorio SGARBI e Giulio TREMONTI: “Rinascimento“:

È uscito da qualche giorno un libro che già sta facendo molto discutere dal titolo programmatico “Rinascimento”, edito da Baldini & Castoldi e La nave di Teseo, scritto da Vittorio Sgarbi e Giulio Tremonti. Il libro è molto bello, anche per come si presenta nelle vesti grafiche, perfettamente curato e poi quando c’è la mano di Vittorio Sgarbi ogni pubblicazione acquista sempre una marcia in più. Verrà presentato oggi, alle 18 alla Fondazione del Corriere della Sera (sala Balduzzi, Milano). Dopo che Becchi ne ha già parlato in generale su questo giornale ci siamo spinti nella lettura, soffermandoci nello specifico su due proposte – avanzate da Giulio Tremonti – in ordine alla “questione europea”.

L’ex ministro dell’economia dei Governi Berlusconi propone infatti due soluzioni che – a suo parere – sarebbero idonee a superare l’ empasse nel quale si trova l’Italia ormai da parecchi decenni a causa dell’adesione all’Unione Europea e della moneta unica. La prima riguarda “l’avvio di un referendum, per rimuovere dalla nostra Costituzione la clausola di sottomissione ai “vincoli europei”, riportando l’esempio della Costituzione tedesca, mentre la seconda attiene alla richiesta – da formularsi all’Ue – di “eccezione italiana”, esattamente come fatto lo scorso anno dal Governo Cameron prima della Brexit.

Qui di seguito le nostre osservazioni. La seconda proposta è fattibile, e consisterebbe nel richiedere all’Ue condizioni particolari per noi più vantaggiose per continuare a farne parte, e quindi in deroga agli attuali Trattati europei. La prima proposta, quella del referendum, invece non è perseguibile. E ciò in ordine a diversi motivi che passiamo subito in rassegna.

La nostra Costituzione prevede soltanto due tipi di referendum. Quello abrogativo di cui all’art. 75 della Costituzione (quindi in questo caso non praticabile) e quello confermativo di cui all’art. 138 Cost., ma quest’ultimo presuppone una revisione costituzionale. Forse Tremonti sottintende, perché sia fattibile la sua proposta, l’approvazione di una legge costituzionale ad hoc come quella – ad esempio – che fu approvata dal Parlamento italiano per indire il referendum consultivo del 1989 (anche in quel caso in materia “europea”). Ma perché ciò sia fattibile, occorre appunto l’approvazione di una legge costituzionale secondo la procedura aggravata prevista dall’art. 138 della Carta. Ammesso che ciò avvenga, servono due votazioni sul medesimo testo da parte di Camera e Senato intervallate da un periodo non inferiore ai tre mesi. Ma non solo. Qualora nella seconda votazione la legge costituzionale non fosse approvata da entrambi i rami del Parlamento con una maggioranza di almeno i 2/3 dei componenti di ciascuna Camera, occorrerà – alle condizioni dettate dall’art. 138 Cost. – un referendum popolare di tipo confermativo. Solo successivamente, avvenuti tutti questi passaggi, si potrà indire il referendum suggerito da Tremonti. In parole povere, ci vogliono almeno due anni per realizzarlo e una forte volontà politica. E nel frattempo il Paese continuerebbe a versare in una situazione di agonia irreversibile.

Del tutto condivisibile è invece la seconda proposta avanzata dall’ex ministro. Si va in Europa e si chiede un Protocollo ad hoc che soddisfi le particolari esigenze italiane, in deroga alle pattuizioni previste dai Trattati europei, quindi in deroga non solo a Maastricht e a Lisbona, ma anche al Fiscal Compact. Ma per fare ciò occorre un Governo autorevole che abbia a cuore gli interessi della Nazione. Certo, la proposta di andare in Ue e chiedere per l’Italia un Protocollo eccezionale che tenga conto delle nostre esigenze economico-sociali è difficile che venga accolta. Ma non è questa una ragione sufficiente per non tentare, anche perché consentirebbe di aprire a Bruxelles una seria discussione che fin qui è mancata completamente. E se la proposta non venisse accolta si potrà sempre pensare a “divorziare”. A nostro avviso pertanto quanto proposto da Tremonti e Sgarbi nel loro libro sarebbe il primo obiettivo del futuro governo, sempre che ci lascino votare anzitutto un nuovo Parlamento.

di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA (Libero, 13 settembre 2017, pagina 8).

 

LEGGE FIANO: il regime totalitario è alle porte (di Giuseppe PALMA)

Quando un regime intende sentirsi vivo, non potendo più sentirsi tale coi contenuti in quanto esautoratosi da solo, cerca di combattere i fantasmi. Quelli del passato.

E’ il caso della proposta di “legge Fiano”, la quale – approvata ieri alla Camera dei deputati – mira a perseguire penalmente l’ideologia fascista e del partito nazionalsocialista tedesco, punendo con il carcere addirittura anche coloro che producono, distribuiscono, diffondono o vendono beni che raffigurano persone, immagini o simboli riferiti al fascismo o al nazionalsocialismo tedesco.

Ecco il testo dell’art. 293 bis del codice penale approvato ieri a Montecitorio:

Art. 293 bis c.p. «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque propaganda i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero dei relativi metodi sovversivi del sistema democratico, anche attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero ne fa comunque propaganda richiamandone pubblicamente la simbologia o la gestualità, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni. La pena è aumentata di un terzo se il fatto è commesso attraverso strumenti telematici o informatici».

In pratica vuol dire che chi produce o vende bottiglie di vino o accendini con la faccia di Mussolini rischia di essere punito con la reclusione da sei mesi a due anni. Pena che sarà aumentata di un terzo se un ragazzo posterà su twitter o facebook il capoccione del Duce con sotto scritto “ci manchi”! Siamo giunti ormai a questi livelli di censura autoritaria.

Ma l’idiozia arriva con la gestualità. Faccio un esempio: se sto parlando in piazza della Costituzione e dei suoi principi fondamentali, e mi metto con busto dritto e le mani sui fianchi, alzando magari leggermente il mento, commetto reato e rischio fino a due anni di carcere. Roba da matti, ma è così. E se lo faccio postando un video su facebook, la pena è aumentata di un terzo.

E poi, perché punire solo fascismo e nazionalsocialismo tedesco? E il comunismo allora? Conti alla mano, i morti e le atrocità di fascismo e nazismo sono ben poca cosa rispetto ai crimini efferati del comunismo!

Tuttavia, perseguire penalmente un’ideologia – sia pur essa la più sbagliata – è degno dei peggiori tiranni! Chi ha votato questa legge ha dei nomi: Partito Democratico (Renzi), Alternativa Popolare (Alfano), Articolo Uno (Bersani e Speranza) e cespuglietti affini.

Contrari: Movimento 5 Stelle, Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia.

Emanuele Fiano – non so se consapevolmente o meno – ha dato avvio all’instaurazione conclamata del nuovo regime fascista. Non quello di Mussolini. Ma quello del Partito Democratico e della sua idiozia. Ricordate George Orwell in 1984? «Il partito è democratico»!

Renzi, Bersani, Fiano, Speranza e compagnia bella, essendosi legati mani e piedi all’euro e ai vincoli capestro di Bruxelles, non possono più attuare i diritti fondamentali costituzionalmente garantiti. Per questo, allo scopo di sentirsi vivi, tentano di emergere e sopravvivere in due modi: regalando diritti cosmetici e perseguendo i fantasmi. In questo caso addirittura l’ideologia di un partito che non esiste più, fondato da un uomo morto ben 72 anni fa.

Del resto, dal punto di vista giuridico, l’art. 293 bis del codice penale sarebbe in palese contrasto con il primo comma dell’art. 21 della Costituzione, oltre che con la XIIa disposizione transitoria e finale della Carta, la quale vieta espressamente solo la ricostituzione del disciolto partito fascista e non anche l’ideologia. Ma chi scrisse la Costituzione si chiamava Benedetto Croce, Meuccio Ruini, Piero Calamandrei. Mica Emanuele Fiano, Roberto Speranza o Valeria Fedeli.

Altri tempi. Altro livello culturale. Altri uomini.

Ora il provvedimento, per diventare legge, dovrà essere approvato nel medesimo testo anche al Senato. Preparatevi: la dittatura è alle porte.

Avv. Giuseppe PALMA

P.S. Per approfondire l’argomento, è possibile leggere questo mio articolo pubblicato a luglio sempre su questo blog: http://lacostituzioneblog.com/2017/07/11/lantifascismo-dei-neo-fascisti-di-giuseppe-palma/

 

 

 

Brexit: la Camera dei Comuni cancella 19.000 norme e direttive europee (di Giuseppe PALMA)

Theresa May fa sul serio.

Ieri sera la Camera dei Comuni ha infatto approvato, con 326 voti favorevoli e 290 contrari, la legge con la quale il Regno Unito potrà abrogare lo European Communities Act del 1972, quindi revocare la potestà legislativa dell’Unione Europea sull’UK e inglobare nella legislazione nazionale l’intera normativa euopea per poi decidere quale tenere, quale riformare e quale abrogare.

Il passaggio parlamentare non era nè agevole nè scontato: la maggioranza a Westminster che sostiene il Governo May è risicata, infatti i Consevatori (Tory) devono fare affidamento su dieci deputati appartenenti alla destra unionista irlandese (Dup). Il dibattito è stato molto aspro per via della forte opposizione sia del partito Laburista (Labour) guidato da Jeremy Corbyn che del partito liberal-democratico (Libdem), oltre che degli indipendentisti scozzesi. 

Alla fine Theresa May ce l’ha fatta. Un’eventuale bocciatura della Great Repeal Bill (Grande Legge di Revoca) avrebbe certamente complicato – e non di poco – il percorso della Brexit, dando vita ad un “divorzio” caotico.

Alle elezioni politiche britanniche di giugno i Conservatori di Theresa May, pur ottenendo su base nazionale il 5% di voti in più rispetto a quelli ottenuti da Cameron nel 2015, per effetto del sistema maggioritario di collegio a turno unico si è vista assegnare meno seggi rispetto alle elezioni di due anni fa, rendendo indispensabile per la tenuta di Governo l’alleanza con il Dup. Alleanza che, al primo appuntamento importante, ha retto senza alcuna sbavatura!

La Brexit va avanti e il Governo May fa sul serio. Con buona pace dei filo-europeisti che tentano in tutti i modi di vanificare il chiaro esito elettorale del referendum del 23 giugno scorso.

Avv. Giuseppe PALMA

Il primo #11settembre: il golpe cileno (di Ilaria Bifarini)

Come da sedici anni a questa parte, oggi, 11 settembre 2017, commemoriamo tutti le innocenti vittime della sciagura delle Torri Gemelle, che, inutile ricordarlo, ha cambiato la vita dei cittadini di tutto il mondo, sprofondandoli in uno stato di terrore perenne, con cui si sta instaurando progressivamente una macabra convivenza.

Ma qui vogliamo ricordare un altro anniversario, quello designato dal filosofo Noam Chomsky come “il primo 11 settembre”: il sanguinoso golpe di Pinochet in Cile, avvenuto nel 1973.

Attraverso un colpo di Stato architettato dagli USA per mano della CIA, come verrà confermato da documenti successivamente desegretati, venne destituito il presidente democraticamente eletto Salvador Allende e fu instaurata una delle dittature più cruente delle storia.

Durante il governo di stampo socialista di Allende il Cile aveva avviato una serie di riforme, dal carattere pacifico e volte all’egualitarismo. Era stato promosso un programma di nazionalizzazione delle più importanti imprese private, delle banche e delle compagnie assicurative ed erano state realizzate politiche sociali a tutela delle fasce deboli, dalla distribuzione di pasti gratuiti ai più poveri all’aumento dei salari. Era stato inoltre potenziato un programma di scolarizzazione per combattere l’analfabetismo, rafforzato il sistema sanitario pubblico e incoraggiata la partecipazione alle attività sociale.

Forse non il governo più illuminato della storia democratica, ma di certo si trattava di una politica socialista volta a ridurre fortemente il livello di disuguaglianza della popolazione.

Le politiche egalitarie del presidente cileno, oltre a scontentare le classi più agiate che videro venir meno i propri privilegi a favore della redistribuzione, non potevano essere ben viste dagli USA, culla delle politiche neoliberiste e impegnati a consolidare il proprio disegno di dominio globale.

La presidenza Nixon, attraverso la CIA, iniziò a profondere ingenti somme di denaro con lo scopo di attuare un piano di destabilizzazione del governo cileno, dall’attuazione di forme di embargo alla sovvenzione dei moti di protesta interni. Una volta che la situazione divenne turbolenta venne escogitato il colpo di Stato da parte del generale Pinochet, ex collaboratore di Allende, che inflisse il colpo letale al governo, mentre lo stesso presidente sembra che si sia suicidato durante il golpe.

Iniziò un lungo periodo di dittatura, durato diciassette anni; un bagno di sangue per il popolo cileno: torture, fucilazioni, oltre centomila prigionieri tra i dissidenti, migliaia di esiliati.

Il numero ufficiale delle vittime di Pinochet non fu mai ufficiale, ma per la prima volta venne introdotto nel linguaggio comune il termine “desaparacidos”, a indicare la quantità esorbitante di cittadini non rinvenuti.

In questo contesto di terrore e repressione venne nominato come consigliere economico di Pinochet l’economista più pericoloso della storia, paragonabile per entità dei crimini allo stesso dittatore cileno: Milton Friedman in persona.

Secondo la dottrina di cui il padre del neoliberismo è fondatore, soltanto una crisi, reale o percepita, produce vero cambiamento”. Quale shock migliore di quello del sanguinoso golpe cileno per introdurre il cambiamento di politica economica secondo i diktat neoliberisti di cui gli USA sono portatori, quali sedicente strumento di progresso e sviluppo?

Così, in tempi rapidissimi, furono annullati tutti i meccanismi di tutele sociali introdotti da Allende, vennero di nuovo privatizzate le società pubbliche e fatti enormi tagli alla spesa sociale. In piena adesione al dogma neoliberista di rimuovere ogni ostacolo al libero mercato e di procedere allo smantellamento dello Stato sociale si realizzò un programma di deregolamentazione e di liberalizzazione volto a rimuovere ogni forma di protezionismo e tutela nazionale.

Il mentore della Scuola di Chicago ne fu così entusiasta da parlare di “miracolo del Cile”. In realtà la ripresa economica cilena non fu così acclarata né tantomeno duratura: molte piccole imprese fallirono e si ripresentò il problema della disuguaglianza e della disoccupazione, aggravati dall’inflazione durante il periodo dello shock petrolifero.

Se complessivamente si registrò un miglioramento del benessere del Paese durante la lunga dittatura di Pinochet questo fu dovuto alla reintroduzione nella fase finale del suo mandato di misure di stampo keynesiano, oltre che alla ripresa dell’economia mondiale.

La shock terapia di M. Friedman – di cui il Cile è solo uno, sebbene tra i più clamorosi, degli esempi – continua a essere applicata in tutto il mondo, nei Paesi poveri in via di sviluppo ma anche in quelli a economia avanzata come il nostro, facendo leva su una crisi percepita” più che “reale”. Le armi sono cambiate, e anche le forme di golpe, ma i cambiamenti economici introdotti sono gli stessi e l’entità delle vittime nel lungo periodo non è certo minore.

ILARIA BIFARINI 

 

 

Similitudini nella storia: cos’hanno in comune i minibot di Borghi con la prima fase della Rivoluzione francese? (di Giuseppe PALMA)

La storia ci insegna molto.
E va letta con attenzione, soprattutto per capirne il presente.
I minibot di Claudio Borghi – che io e Paolo Becchi abbiamo ben spiegato su Libero una decina di giorni fa (http://lacostituzioneblog.com/tag/giuseppe-palma-sui-minibot/) – sono come i primi due anni della Rivoluzione francese: col re sul trono ma con una Costituzione che ne limitava e delineava il potere, dando al popolo i primi barlumi di libertà.
La fine arrivò solo dopo quasi due anni dall’adozione della Costituzione del 1791.
E lo stesso sarà per l’euro.
Si poteva passare dalla tirannia alla libertà in breve tempo? No, occorreva un passaggio intermedio, cioè una Costituzione che mantenesse (momentaneamente) il re sul trono.
Il re lo accettò? Assolutamente no! La monarchia assoluta non poteva essere messa in discussione. Esattamente come le élite fanno oggi con l’euro: una difesa ad oltranza e da tifoseria.

Re Luigi XVI, pur accettando la corona di spine messagli sul capo da Mirabeau e dall’Assemblea Costituente, fece di tutto per restaurare la monarchia assoluta. Ma non vi riuscì. I suoi piani naufragarono a Varennes. Le élite che oggi tengono in piedi l’euro avranno medesime mire e medesimo destino.
Robespierre, il rivoluzionario più sanguinario, un mese prima della caduta della monarchia si disse ancora convintamente monarchico. E la notte del 10 agosto 1792 – mentre i parigini si dirigevano alle Tuilleries – lui si nascose in cantina.
Danton, il più grande tra i rivoluzionari, rimase monarchico fino alla notte antecedente la caduta della monarchia, quando se ne andò a dormire nel bel mentre che il popolo marciava verso il Palazzo reale.

Ciò significa che la storia, quella vera, è molto diversa dalle leggende lasciateci dagli intellettuali salariati. Ed è proprio dalla storia vera che occorre trarre gli insegnamenti necessari per comprendere il presente e sconfiggerne le storture.
Per proprietà transitiva, che nella storia si ripropone quasi sempre, la fine dell’euro dovrà passare da una fase intermedia (i minibot per l’appunto), esattamente come la fine dell’assolutismo monarchico passò da una fase intermedia di monarchia costituzionale.

E chi non vorrebbe la fine di una tirannia nel minor tempo possibile? E l’euro rappresenta certamente la peggiore delle tirannie. Ben peggiore dell’Ancien Regime, il quale aveva comunque in sé parecchi aspetti positivi. Ma per potersi liberare dall’euro occorrerà prima creare le condizioni necessarie per non avere la pistola fumante della Bce puntata alla tempia. E i minibot sono – a mio parere – una buona soluzione.

L’assolutismo monarchico fu distrutto passando da una Costituzione che manteneva ancora il re sul trono. Per questo occorrerà distruggere la feroce tirannia dell’euro con la massima sapienza, sapendo che occorrerà un periodo di transizione.

Avv. Giuseppe PALMA

 

Il vero problema resta l’euro (articolo di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di oggi)

Riportiamo qui di seguito l’articolo a firma di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di oggi (articolo citato in prima pagina con prosieguo a pagina 6), dal titolo: “Il vero problema resta l’euro“. L’articolo, oltre ad evidenziare i dati economici che dimostrano come non vi sia alcuna ripresa economica, fa chiarezza sulle posizioni riguardanti l’euro di Di Maio e Salvini espresse ieri a Cernobbio al Forum Ambrosetti.

Testo integrale dell’articolo:

Dal 1975 in avanti il Forum Ambrosetti è il palcoscenico internazionale delle élite in materia economico-finanziaria, ma negli ultimi anni è diventato anche un teatrino per la ribalta mediatica di un politico piuttosto che di un altro. E stato il caso di Matteo Renzi nel 2014 che, forte dello strepitoso consenso elettorale alle europee di pochi mesi prima, decise di snobbare il Forum recandosi invece a Brescia dove si inaugurava l’apertura di una rubinetteria.

L’uso strumentale di Cemobbio, tuttavia, non è ad appannaggio della sola maggioranza. Anche l’opposizione fa la sua parte. Salvini, ad esempio, ci è andato nel 2014 e nel 2015 (nel 2014 parlò apertamente di uscire dall’euro), disertando però lo scorso anno definendo il forum come «l’orchestra del Titanic». Il M5S si è presentato invece quest’anno al workshop Ambrosetti con Luigi Di Maio quale papabile candidato leader del Movimento per le prossime elezioni politiche. Non era la prima volta, infatti Gianroberto Casaleggio fece addirittura il bis, ma solo la prima di Di Maio, che già si comporta da candidato leader anche se sulla base del “Non Statuto” non sarebbe neppure candidabile. Ma chi se ne frega ormai delle regole interne in un Movimento guidato da una “piattaforma” taroccata? Del resto si sa, uno scolaretto può essere più o meno bravo di un altro, l’importante è che faccia i compiti che gli detta la maestra, in questo caso la crème dell’establishment economico-finanziario internazionale. Ma le ricette, in medicina come in economia, sono buone solo se funzionano. In caso contrario, o sono cattive o non sortiscono alcun effetto.

Analizziamo brevemente i dati economici degli ultimi anni per capire se la nostra economia è davvero in ripresa. Nel novembre 2011 la disoccupazione era all’8,6%, mentre quella giovanile al 30,1%. Tutti gridavano al disastro additando Berlusconi quale unico responsabile politico e morale di un imminente crollo del sistema-Paese. Poi sono arrivati Monti, Letta, Renzi e ora Gentiloni, presentatici uno dopo l’altro come salvatori della Patria, ma la situazione economica è addirittura peggiorata. Tuttavia negli ultimi giorni, da Matteo Renzi al Ministro per l’economia Padoan, si odono soltanto parole di giubilo per l’economia in ripresa: l’Istat ha infatti certificato che il numero degli occupati è tornato ad essere quello precrisi, quindi agli occhi dell’artificiosa maggioranza parlamentare le ricette del Governo (nello specifico il jobs act) avrebbero funzionato. Per la precisione l’Istat in riferimento al mese di luglio 2017, oltre a registrare un aumento del tasso di disoccupazione di un +0,2%, attestandosi all’11,3%, ha anche segnalato che il tasso di disoccupazione giovanile è cresciuto dello 0,3%, attestandosi al 35,5%. Ma allora perché si dice che il numero degli occupati è aumentato? Per la maggior parte si tratta di contratti di lavoro stagionali per lo più di durata trimestrale, e in ogni caso va ricordato che – contrariamente ai parametri vigenti nel passato – oggi uno «è considerato occupato se nella settimana di riferimento dell’indagine ha lavorato almeno un’ora». Di fronte a parametri di questo tipo la ripresa dell’occupazione è solo una presa in giro.

Medesimo discorso andrebbe fatto anche in ordine al Pil, il prodotto interno lordo. Dal 2009 al 2014 l’Italia ha perso 9 punti percentuali di Pil, recuperandone forse 3 dal 2015 alla fine di quest’anno (e questo è ancora tutto da vedere). Il saldo, anche per chi di economia non se ne intende, è di una perdita netta di 6 punti percentuali in nove anni. Per lo più, se l’economia non cresce almeno del 2% annuo, l’impatto in termini di occupazione reale è praticamente inesistente. Quindi, di quale ripresa si sta parlando?

Ma qualcuno ha parlato di tutto ciò a Cernobbio, facendo magari osservare che senza l’uscita dall’euro la situazione per noi non cambierà? A Villa d’Este Luigi Di Maio ha chiarito la posizione funzionale ai poteri forti del Movimento: «non vuole un’Italia populista, antieuropeista». ll finto Masaniello in giacca e cravatta dichiara che non solo non vuole uscire dall’UE, ma addirittura che il referendum sull’euro un tempo proposto era solo uno strumento per ottenere altro in cambio: «Eppure la soluzione politica non sta nel muro contro muro. Il M5S ne è perfettamente consapevole. L’aver parlato di referendum consultivo sulla moneta unica serve soprattutto a sollevare questo tema, e ad avere un potere contrattuale e una via d’uscita nel caso estremo in cui le esigenze dei Paesi del Sud Europa continuino ad essere ignorate». Aria fitta. Diversa la posizione di Matteo Salvini, che arrivando a Cernobbio ha affermato che la «sovranità monetaria non è più un dibattito solo della Lega ma un dibattito ormai comune anche sui principali quotidiani economici italiani», confermando che al panel cui ha partecipato si è parlato anche di euro e di minibot, anche a seguito delle risposte che Berlusconi ha dato qualche giorno fa alle domande poste in un articolo di Becchi e Dragoni su questo giornale. Ma non solo. Salvini ha parlato da leader, convinto che il centrodestra vincerà le elezioni, affermando che l’idea della doppia moneta così come proposta da Berlusconi non può funzionare perché contraria ai trattati europei, mentre i minibot sono uno strumento giuridicamente idoneo ad aggirare i trattati. Cernobbio almeno un merito lo ha avuto: ha fatto un pò di chiarezza su chi vuole mettere in discussione la moneta unica e su chi ha gettato definitivamente la maschera.

Paolo BECCHI

Giuseppe PALMA