Libero presenta il nuovo libro di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA: “Come finisce una democrazia. I sistemi elettorali dal dopoguerra ad oggi”

Dal quotidiano Libero del 23 settembre 2017:

Pubblichiamo in anteprima uno stralcio di Come finisce una democrazia, ebook di Paolo Becchi e Giuseppe Palma uscito per la casa editrice Arianna

Se da un lato il sistema elettorale vigente nel Paese dal 1946 al 1993 rispettava il dettato costituzionale, quelli venuti dopo hanno cercato – chi più chi meno – di manipolare la volontà degli elettori. Nel caso del Mattarellum abbiamo visto come la democrazia rappresentativa e pluralista lasciava il posto ad un sistema maggioritario che – pur non essendo mai finito dinanzi al giudizio della Consulta -vanificava almeno in parte i risultati elettorali ottenuti dai partiti minori (…).

Tuttavia il Mattarellum rientrava ancora nell’architettura costituzionale disegnata dai Padri Costituenti (…). Con il porcellum, invece, le cose sono precipitate perché, oltre ad avere deputati e senatori tutti nominati e non scelti direttamente dai cittadini, la composizione di entrambe le Camere era falsata da un premio di maggioranza attribuito senza neppure la previsione di una soglia minima di voti oltre la quale il premio avrebbe dovuto trovare applicazione. Il problema, oltre che tecnico-costituzionale, è però politico: dalla democrazia rappresentativa della Prima Repubblica (con i suoi difetti) siamo passati alla democrazia dei video-spot, per poi evolverci verso la post-democrazia del clic … È innegabile l’esistenza di un filo rosso che collega le scelte politiche degli ultimi decenni alle leggi elettorali adottate. Il porcellum, infatti, andava nella direzione di esautorare la volontà degli elettori (…). E così anche con i tentativi seguenti. Ci hanno provato sia con le leggi elettorali sia con la Costituzione, ma, visti gli esiti dell’ultimo referendum confermativo dello scorso 4 dicembre, ci sono riusciti solo in parte. Scriviamo «in parte» perché in realtà la Costituzione ha subìto – con esito favorevole – la modifica del 2012 sull’introduzione nella Carta costituzionale del vincolo del pareggio di bilancio, l’ennesimo «vincolo esterno» imposto dalla sovrastruttura europea, del tutto in contrasto con i principi inderogabili della Costituzione. Era solo un tassello del progetto già iniziato con il Trattato di Maastricht e soprattutto con i seguenti regolamenti con i quali è stato introdotto l’euro … In materia di legge elettorale i giochi – al momento – sono ancora aperti. Alla data di uscita di questo libro – nella versione digitale – sul tavolo vi sono ancora quattro possibilità: 1) l’eventuale approvazione entro la fine della Legislatura, qualora vi fossero condizioni politiche favorevoli, del nuovo testo presentato dal Partito Democratico (…) Rosatellum bis; 2) la ripresa del dibattito parlamentare sul modello «tedesco all’italiana»; 3) nessuna nuova legge elettorale con la conseguenza che si andrà al voto con il Legalicum per la Camera ed il Consultellum per il Senato, cioè rispettivamente con l’Italicum ed il porcellum (…); 4) l’armonizzazione delle due leggi elettorali oggi vigenti (Legalicum e Consultellum) attraverso alcuni ritocchi alle stesse, così come auspicato e suggerito dalla Corte costituzionale (…) A parere nostro non esiste un sistema migliore di un altro. Qualunque legge elettorale non può in ogni caso prescindere dal rispetto dei principi costituzionali. (…) Resuscitare il Mattarellum originario sarebbe in effetti la cosa più semplice, ma siamo certi che proprio per questo non avverrà…

Articolo apparso su Libero il 23 settembre 2017.

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Per chi volesse acquistare il libro (attualmente disponibile solo in e-book):

L’elenco delle librerie on-line sarà in continuo aggiornamento:

IMPORTANTE! APPENDICE al libro sul MATTARELLUM CAPOVOLTO o ROSATELLUM bis:

 

 

Legge elettorale: è uscito il libro di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA “COME FINISCE UNA DEMOCRAZIA. I SISTEMI ELETTORALI DAL DOPOGUERRA AD OGGI” – Arianna editrice (in ebook)

COME FINISCE UNA DEMOCRAZIA. I sistemi elettorali dal dopoguerra ad oggi

di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA

Arianna editrice, 22 settembre 2017 (in e-book)

Il tema della legge elettorale, con tutti i suoi inevitabili tecnicismi, non attira nessuno se non il solito pubblico molto ristretto degli addetti ai lavori o appassionati dell’argomento. Eppure, in fin dei conti, dopo la Costituzione si tratta della legge più importante di un Paese, quella che stabilisce le regole del “gioco democratico” che devono essere rispettose del dettato costituzionale. Ora, il nostro Parlamento è riuscito per ben due volte ad adottare leggi elettorali che, sottoposte entrambe al vaglio della Corte costituzionale, non l’hanno superato.

Sconcertati da tutto ciò abbiamo deciso di presentare un contributo che tracci, in modo sintetico, la storia dei sistemi elettorali che si sono succeduti in Italia dal dopoguerra ad oggi, prospettando ed analizzando anche le possibili soluzioni con le quali andremo a votare alle prossime elezioni politiche: dalle due leggi elettorali uscite dalle sentenze della Consulta numm. 35/2017 e 1/2014 (vale a dire il Legalicum alla Camera e il Consultellum al Senato, cioè l’Italicum e il porcellum così come falcidiati dalla Corte costituzionale), all’ipotesi di un modello tedesco “all’italiana” – un porcellinum con crauti – sul quale sembrava che tutti fossero d’accordo – e che poi si è arenato, sino alla novità dell’ ultima ora rappresentata dal Mattarellum capovolto.

Questa storia infinita dimostra una cosa sola. Renzi con la sconfitta al referendum ha perso la sua battaglia politica e ora sta cercando di fare approvare una legge elettorale in cui tutti saranno al contempo vincitori e perdenti. La conseguenza? Un caos post-elettorale di cui sapranno approfittare i poteri forti. Così finisce una democrazia.

Il libro (al momento disponibile solo in formato e-book) è in vendita nelle principali librerie on-line:

L’elenco delle librerie on-line sarà continuamente aggiornato!

ATTENZIONE!Come finisce una democrazia. I sistemi elettorali dal dopoguerra ad oggi” è uscito a ridosso della presentazione, da parte del Partito Democratico, di una nuova proposta di legge elettorale giornalisticamente definita Mattarellum capovolto o Rosatellum bis, depositata in Commissione Affari Costituzionali alla Camera dei deputati nella seduta di giovedì 21 giugno 2017. Tale nuovo sistema è stato spiegato nel libro molto brevemente e in linea generale, senza eccessivi tecnicismi, anche per entrare sin da subito e a pieno titolo nel dibattito politico e parlamentare. Ciò rende necessaria la pubblicazione di un’APPENDICE qui di seguito riportata in pdf, nella quale spieghiamo nel dettaglio (e con i necessari tecnicismi) i meccanismi elettorali del MATTARELLUM CAPOVOLTO (chiaramente in ordine al testo presentato in Commissione il 21 settembre), oltre all’indicazione della scheda elettorale, delle osservazioni critiche e di alcune correzioni. Per scaricare l’APPENDICE è sufficiente cliccare sul link sottostante: 

L’APPENDICE di cui sopra verrà opportunamente aggiornata nell’eventualità il Mattarellum capovolto giungesse ad approvazione definitiva da parte di entrambe le Camere entro fine Legislatura. 

Giuseppe PALMA, Paolo BECCHI

 

“Rinascimento”: critica costruttiva al nuovo libro di Sgarbi e Tremonti (di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero)

Qui di seguito l’articolo di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di mercoledì 13 settembre 2017, circa una critica costruttiva al nuovo libro di Vittorio SGARBI e Giulio TREMONTI: “Rinascimento“:

È uscito da qualche giorno un libro che già sta facendo molto discutere dal titolo programmatico “Rinascimento”, edito da Baldini & Castoldi e La nave di Teseo, scritto da Vittorio Sgarbi e Giulio Tremonti. Il libro è molto bello, anche per come si presenta nelle vesti grafiche, perfettamente curato e poi quando c’è la mano di Vittorio Sgarbi ogni pubblicazione acquista sempre una marcia in più. Verrà presentato oggi, alle 18 alla Fondazione del Corriere della Sera (sala Balduzzi, Milano). Dopo che Becchi ne ha già parlato in generale su questo giornale ci siamo spinti nella lettura, soffermandoci nello specifico su due proposte – avanzate da Giulio Tremonti – in ordine alla “questione europea”.

L’ex ministro dell’economia dei Governi Berlusconi propone infatti due soluzioni che – a suo parere – sarebbero idonee a superare l’ empasse nel quale si trova l’Italia ormai da parecchi decenni a causa dell’adesione all’Unione Europea e della moneta unica. La prima riguarda “l’avvio di un referendum, per rimuovere dalla nostra Costituzione la clausola di sottomissione ai “vincoli europei”, riportando l’esempio della Costituzione tedesca, mentre la seconda attiene alla richiesta – da formularsi all’Ue – di “eccezione italiana”, esattamente come fatto lo scorso anno dal Governo Cameron prima della Brexit.

Qui di seguito le nostre osservazioni. La seconda proposta è fattibile, e consisterebbe nel richiedere all’Ue condizioni particolari per noi più vantaggiose per continuare a farne parte, e quindi in deroga agli attuali Trattati europei. La prima proposta, quella del referendum, invece non è perseguibile. E ciò in ordine a diversi motivi che passiamo subito in rassegna.

La nostra Costituzione prevede soltanto due tipi di referendum. Quello abrogativo di cui all’art. 75 della Costituzione (quindi in questo caso non praticabile) e quello confermativo di cui all’art. 138 Cost., ma quest’ultimo presuppone una revisione costituzionale. Forse Tremonti sottintende, perché sia fattibile la sua proposta, l’approvazione di una legge costituzionale ad hoc come quella – ad esempio – che fu approvata dal Parlamento italiano per indire il referendum consultivo del 1989 (anche in quel caso in materia “europea”). Ma perché ciò sia fattibile, occorre appunto l’approvazione di una legge costituzionale secondo la procedura aggravata prevista dall’art. 138 della Carta. Ammesso che ciò avvenga, servono due votazioni sul medesimo testo da parte di Camera e Senato intervallate da un periodo non inferiore ai tre mesi. Ma non solo. Qualora nella seconda votazione la legge costituzionale non fosse approvata da entrambi i rami del Parlamento con una maggioranza di almeno i 2/3 dei componenti di ciascuna Camera, occorrerà – alle condizioni dettate dall’art. 138 Cost. – un referendum popolare di tipo confermativo. Solo successivamente, avvenuti tutti questi passaggi, si potrà indire il referendum suggerito da Tremonti. In parole povere, ci vogliono almeno due anni per realizzarlo e una forte volontà politica. E nel frattempo il Paese continuerebbe a versare in una situazione di agonia irreversibile.

Del tutto condivisibile è invece la seconda proposta avanzata dall’ex ministro. Si va in Europa e si chiede un Protocollo ad hoc che soddisfi le particolari esigenze italiane, in deroga alle pattuizioni previste dai Trattati europei, quindi in deroga non solo a Maastricht e a Lisbona, ma anche al Fiscal Compact. Ma per fare ciò occorre un Governo autorevole che abbia a cuore gli interessi della Nazione. Certo, la proposta di andare in Ue e chiedere per l’Italia un Protocollo eccezionale che tenga conto delle nostre esigenze economico-sociali è difficile che venga accolta. Ma non è questa una ragione sufficiente per non tentare, anche perché consentirebbe di aprire a Bruxelles una seria discussione che fin qui è mancata completamente. E se la proposta non venisse accolta si potrà sempre pensare a “divorziare”. A nostro avviso pertanto quanto proposto da Tremonti e Sgarbi nel loro libro sarebbe il primo obiettivo del futuro governo, sempre che ci lascino votare anzitutto un nuovo Parlamento.

di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA (Libero, 13 settembre 2017, pagina 8).

 

LEGGE FIANO: il regime totalitario è alle porte (di Giuseppe PALMA)

Quando un regime intende sentirsi vivo, non potendo più sentirsi tale coi contenuti in quanto esautoratosi da solo, cerca di combattere i fantasmi. Quelli del passato.

E’ il caso della proposta di “legge Fiano”, la quale – approvata ieri alla Camera dei deputati – mira a perseguire penalmente l’ideologia fascista e del partito nazionalsocialista tedesco, punendo con il carcere addirittura anche coloro che producono, distribuiscono, diffondono o vendono beni che raffigurano persone, immagini o simboli riferiti al fascismo o al nazionalsocialismo tedesco.

Ecco il testo dell’art. 293 bis del codice penale approvato ieri a Montecitorio:

Art. 293 bis c.p. «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque propaganda i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero dei relativi metodi sovversivi del sistema democratico, anche attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero ne fa comunque propaganda richiamandone pubblicamente la simbologia o la gestualità, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni. La pena è aumentata di un terzo se il fatto è commesso attraverso strumenti telematici o informatici».

In pratica vuol dire che chi produce o vende bottiglie di vino o accendini con la faccia di Mussolini rischia di essere punito con la reclusione da sei mesi a due anni. Pena che sarà aumentata di un terzo se un ragazzo posterà su twitter o facebook il capoccione del Duce con sotto scritto “ci manchi”! Siamo giunti ormai a questi livelli di censura autoritaria.

Ma l’idiozia arriva con la gestualità. Faccio un esempio: se sto parlando in piazza della Costituzione e dei suoi principi fondamentali, e mi metto con busto dritto e le mani sui fianchi, alzando magari leggermente il mento, commetto reato e rischio fino a due anni di carcere. Roba da matti, ma è così. E se lo faccio postando un video su facebook, la pena è aumentata di un terzo.

E poi, perché punire solo fascismo e nazionalsocialismo tedesco? E il comunismo allora? Conti alla mano, i morti e le atrocità di fascismo e nazismo sono ben poca cosa rispetto ai crimini efferati del comunismo!

Tuttavia, perseguire penalmente un’ideologia – sia pur essa la più sbagliata – è degno dei peggiori tiranni! Chi ha votato questa legge ha dei nomi: Partito Democratico (Renzi), Alternativa Popolare (Alfano), Articolo Uno (Bersani e Speranza) e cespuglietti affini.

Contrari: Movimento 5 Stelle, Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia.

Emanuele Fiano – non so se consapevolmente o meno – ha dato avvio all’instaurazione conclamata del nuovo regime fascista. Non quello di Mussolini. Ma quello del Partito Democratico e della sua idiozia. Ricordate George Orwell in 1984? «Il partito è democratico»!

Renzi, Bersani, Fiano, Speranza e compagnia bella, essendosi legati mani e piedi all’euro e ai vincoli capestro di Bruxelles, non possono più attuare i diritti fondamentali costituzionalmente garantiti. Per questo, allo scopo di sentirsi vivi, tentano di emergere e sopravvivere in due modi: regalando diritti cosmetici e perseguendo i fantasmi. In questo caso addirittura l’ideologia di un partito che non esiste più, fondato da un uomo morto ben 72 anni fa.

Del resto, dal punto di vista giuridico, l’art. 293 bis del codice penale sarebbe in palese contrasto con il primo comma dell’art. 21 della Costituzione, oltre che con la XIIa disposizione transitoria e finale della Carta, la quale vieta espressamente solo la ricostituzione del disciolto partito fascista e non anche l’ideologia. Ma chi scrisse la Costituzione si chiamava Benedetto Croce, Meuccio Ruini, Piero Calamandrei. Mica Emanuele Fiano, Roberto Speranza o Valeria Fedeli.

Altri tempi. Altro livello culturale. Altri uomini.

Ora il provvedimento, per diventare legge, dovrà essere approvato nel medesimo testo anche al Senato. Preparatevi: la dittatura è alle porte.

Avv. Giuseppe PALMA

P.S. Per approfondire l’argomento, è possibile leggere questo mio articolo pubblicato a luglio sempre su questo blog: http://lacostituzioneblog.com/2017/07/11/lantifascismo-dei-neo-fascisti-di-giuseppe-palma/

 

 

 

Brexit: la Camera dei Comuni cancella 19.000 norme e direttive europee (di Giuseppe PALMA)

Theresa May fa sul serio.

Ieri sera la Camera dei Comuni ha infatto approvato, con 326 voti favorevoli e 290 contrari, la legge con la quale il Regno Unito potrà abrogare lo European Communities Act del 1972, quindi revocare la potestà legislativa dell’Unione Europea sull’UK e inglobare nella legislazione nazionale l’intera normativa euopea per poi decidere quale tenere, quale riformare e quale abrogare.

Il passaggio parlamentare non era nè agevole nè scontato: la maggioranza a Westminster che sostiene il Governo May è risicata, infatti i Consevatori (Tory) devono fare affidamento su dieci deputati appartenenti alla destra unionista irlandese (Dup). Il dibattito è stato molto aspro per via della forte opposizione sia del partito Laburista (Labour) guidato da Jeremy Corbyn che del partito liberal-democratico (Libdem), oltre che degli indipendentisti scozzesi. 

Alla fine Theresa May ce l’ha fatta. Un’eventuale bocciatura della Great Repeal Bill (Grande Legge di Revoca) avrebbe certamente complicato – e non di poco – il percorso della Brexit, dando vita ad un “divorzio” caotico.

Alle elezioni politiche britanniche di giugno i Conservatori di Theresa May, pur ottenendo su base nazionale il 5% di voti in più rispetto a quelli ottenuti da Cameron nel 2015, per effetto del sistema maggioritario di collegio a turno unico si è vista assegnare meno seggi rispetto alle elezioni di due anni fa, rendendo indispensabile per la tenuta di Governo l’alleanza con il Dup. Alleanza che, al primo appuntamento importante, ha retto senza alcuna sbavatura!

La Brexit va avanti e il Governo May fa sul serio. Con buona pace dei filo-europeisti che tentano in tutti i modi di vanificare il chiaro esito elettorale del referendum del 23 giugno scorso.

Avv. Giuseppe PALMA

Similitudini nella storia: cos’hanno in comune i minibot di Borghi con la prima fase della Rivoluzione francese? (di Giuseppe PALMA)

La storia ci insegna molto.
E va letta con attenzione, soprattutto per capirne il presente.
I minibot di Claudio Borghi – che io e Paolo Becchi abbiamo ben spiegato su Libero una decina di giorni fa (http://lacostituzioneblog.com/tag/giuseppe-palma-sui-minibot/) – sono come i primi due anni della Rivoluzione francese: col re sul trono ma con una Costituzione che ne limitava e delineava il potere, dando al popolo i primi barlumi di libertà.
La fine arrivò solo dopo quasi due anni dall’adozione della Costituzione del 1791.
E lo stesso sarà per l’euro.
Si poteva passare dalla tirannia alla libertà in breve tempo? No, occorreva un passaggio intermedio, cioè una Costituzione che mantenesse (momentaneamente) il re sul trono.
Il re lo accettò? Assolutamente no! La monarchia assoluta non poteva essere messa in discussione. Esattamente come le élite fanno oggi con l’euro: una difesa ad oltranza e da tifoseria.

Re Luigi XVI, pur accettando la corona di spine messagli sul capo da Mirabeau e dall’Assemblea Costituente, fece di tutto per restaurare la monarchia assoluta. Ma non vi riuscì. I suoi piani naufragarono a Varennes. Le élite che oggi tengono in piedi l’euro avranno medesime mire e medesimo destino.
Robespierre, il rivoluzionario più sanguinario, un mese prima della caduta della monarchia si disse ancora convintamente monarchico. E la notte del 10 agosto 1792 – mentre i parigini si dirigevano alle Tuilleries – lui si nascose in cantina.
Danton, il più grande tra i rivoluzionari, rimase monarchico fino alla notte antecedente la caduta della monarchia, quando se ne andò a dormire nel bel mentre che il popolo marciava verso il Palazzo reale.

Ciò significa che la storia, quella vera, è molto diversa dalle leggende lasciateci dagli intellettuali salariati. Ed è proprio dalla storia vera che occorre trarre gli insegnamenti necessari per comprendere il presente e sconfiggerne le storture.
Per proprietà transitiva, che nella storia si ripropone quasi sempre, la fine dell’euro dovrà passare da una fase intermedia (i minibot per l’appunto), esattamente come la fine dell’assolutismo monarchico passò da una fase intermedia di monarchia costituzionale.

E chi non vorrebbe la fine di una tirannia nel minor tempo possibile? E l’euro rappresenta certamente la peggiore delle tirannie. Ben peggiore dell’Ancien Regime, il quale aveva comunque in sé parecchi aspetti positivi. Ma per potersi liberare dall’euro occorrerà prima creare le condizioni necessarie per non avere la pistola fumante della Bce puntata alla tempia. E i minibot sono – a mio parere – una buona soluzione.

L’assolutismo monarchico fu distrutto passando da una Costituzione che manteneva ancora il re sul trono. Per questo occorrerà distruggere la feroce tirannia dell’euro con la massima sapienza, sapendo che occorrerà un periodo di transizione.

Avv. Giuseppe PALMA

 

Perché la democrazia è morta. E per mano di chi (di GiuseppePALMA)

Gli equilibri istituzionali di un regime democratico e il rapporto popolo-Istituzioni sono due delle cose più delicate al mondo.

Questi equilibri in Italia sono crollati. E il rapporto popolo-Istituzioni presenta crepe irreversibili. Vi spiego il perché.

Con sentenza n. 1/2014 la Corte costituzionale dichiarò l’incostituzionalità della legge elettorale denominata porcellum (cioè della legge n. 270/2005) sia nella parte in cui questa non prevedeva la facoltà in capo all’elettore di esprimere le preferenze per i candidati, sia nella parte in cui non era prevista una soglia minima di voti oltre la quale avrebbe potuto trovare applicazione il premio di maggioranza.

La XVIIesima Legislatura (cioè quella ancora in corso) si è dunque formata – al pari delle due precedenti – attraverso meccanismi elettorali dichiarati incostituzionali. Anche la Suprema Corte di cassazione, con sentenza n. 8878/2014, ha confermato la grave alterazione del principio di rappresentanza democratica.

Ma entriamo nel dettaglio.

La Corte costituzionale, nel dichiarare l’incostituzionalità del porcellum, ha precisato che le Camere – essendo organi indefettibili – non possono non legiferare, anche se costituitesi in frode alla Costituzione.

E fin qui nulla di sconvolgente, tanto più che non spetta di certo alla Corte costituzionale decidere se e quando sciogliere le Camere.

Il problema, oltre ad essere giuridico, è soprattutto politico: il Presidente della Repubblica di allora, Giorgio Napolitano, avrebbe dovuto mostrare maggiore sensibilità costituzionale ed invitare il Parlamento ad approvare quanto prima una legge elettorale che fosse conforme alla Costituzione in modo tale da chiamare il Paese alle urne in tempi ragionevoli, cosa che non ha fatto. Nè lui nè il suo successore Sergio Mattarella. Anzi, nel caso di Napolitano, questo sollecito’ addirittura le Camere ad andare avanti con le riforme, che in quel periodo erano la riforma del mercato del lavoro e la revisione costituzionale.

Dal gennaio 2014 ad oggi sono trascorsi quasi quattro anni e il Parlamento ha infatti continuato a legiferare come se nulla fosse successo: jobs act, Italicum, riforma costituzionale e quant’altro. Ed ora si accinge ad approvare lo Ius Soli e a ratificare il Ceta!

Ma può il Parlamento continuare a legiferare come se nulla fosse accaduto? La sentenza n. 1/2014 della Consulta porta ad esempio il regime della prorogatio, cioè quel particolare istituto che si applica a Camere ormai sciolte. Ma cosa possono fare le Camere in regime di prorogatio? Ed ecco che ci viene in soccorso uno dei più autorevoli Padri Costituenti, Costantino Mortati, il quale – come si legge dai verbali dei lavori preparatori dell’Assemblea Costituente – riteneva che in regime di prorogatio si potessero adottare solo atti urgenti e non rinviabili. Ma il Parlamento, frodando sia la Costituzione che le intenzioni dei Padri Costituenti, ha continuato a legiferare come se nulla fosse successo, auto-proteggendosi ed auto-proclamandosi legittimo.

Ma v’è di più: chi oggi legifera ed esprime la fiducia al Governo è quella maggioranza parlamentare divenuta tale per effetto di un premio di maggioranza dichiarato incostituzionale (nei termini di cui sopra). Un partito che con appena il 25% dei consensi ha oggi circa quattrocento parlamentari, si permette di smantellare la Costituzione impedendo al popolo di esprimersi in regolari elezioni democratiche.

Orwell scriveva: “il partito è democratico“.

Ciò premesso, questo Parlamento di abusivi – che ha legiferato praticamente su tutto – non ha ancora adottato una legge elettorale per ridare finalmente la parola al popolo italiano in ossequio al principio inderogabile che “la sovranità appartiene al popolo” (art. 1 Cost).

Del resto si sa: la sinistra €urista deve portare a compimento lo smantellamento dei diritti fondamentali a vantaggio e ad esclusiva tutela del capitale internazionale. Quindi, potendo la sovranità popolare sconvolgere i piani dei traditori della Patria, questi ritardano il più possibile il voto cercando di convenire su una legge elettorale che impedisca agli altri di avere la maggioranza in Parlamento.

Nel 2012/2013 un tale di nome Pier Ferdinando Casini usava dire che dopo Monti può esserci solo Monti. Ovviamente non intendeva fisicamente il personaggio, bensì l’agenda di governo: austerità, rigore e smantellamento delle principali garanzie costituzionali. Così è stato e molto probabilmente così sarà. E i nuovi meccanismi elettorali saranno studiati perché al governo si continui con l’agenda Monti, cioè con quegli atti criminali imposti da Bruxelles e Francoforte.

Avv. Giuseppe PALMA

 

Il vero problema resta l’euro (articolo di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di oggi)

Riportiamo qui di seguito l’articolo a firma di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di oggi (articolo citato in prima pagina con prosieguo a pagina 6), dal titolo: “Il vero problema resta l’euro“. L’articolo, oltre ad evidenziare i dati economici che dimostrano come non vi sia alcuna ripresa economica, fa chiarezza sulle posizioni riguardanti l’euro di Di Maio e Salvini espresse ieri a Cernobbio al Forum Ambrosetti.

Testo integrale dell’articolo:

Dal 1975 in avanti il Forum Ambrosetti è il palcoscenico internazionale delle élite in materia economico-finanziaria, ma negli ultimi anni è diventato anche un teatrino per la ribalta mediatica di un politico piuttosto che di un altro. E stato il caso di Matteo Renzi nel 2014 che, forte dello strepitoso consenso elettorale alle europee di pochi mesi prima, decise di snobbare il Forum recandosi invece a Brescia dove si inaugurava l’apertura di una rubinetteria.

L’uso strumentale di Cemobbio, tuttavia, non è ad appannaggio della sola maggioranza. Anche l’opposizione fa la sua parte. Salvini, ad esempio, ci è andato nel 2014 e nel 2015 (nel 2014 parlò apertamente di uscire dall’euro), disertando però lo scorso anno definendo il forum come «l’orchestra del Titanic». Il M5S si è presentato invece quest’anno al workshop Ambrosetti con Luigi Di Maio quale papabile candidato leader del Movimento per le prossime elezioni politiche. Non era la prima volta, infatti Gianroberto Casaleggio fece addirittura il bis, ma solo la prima di Di Maio, che già si comporta da candidato leader anche se sulla base del “Non Statuto” non sarebbe neppure candidabile. Ma chi se ne frega ormai delle regole interne in un Movimento guidato da una “piattaforma” taroccata? Del resto si sa, uno scolaretto può essere più o meno bravo di un altro, l’importante è che faccia i compiti che gli detta la maestra, in questo caso la crème dell’establishment economico-finanziario internazionale. Ma le ricette, in medicina come in economia, sono buone solo se funzionano. In caso contrario, o sono cattive o non sortiscono alcun effetto.

Analizziamo brevemente i dati economici degli ultimi anni per capire se la nostra economia è davvero in ripresa. Nel novembre 2011 la disoccupazione era all’8,6%, mentre quella giovanile al 30,1%. Tutti gridavano al disastro additando Berlusconi quale unico responsabile politico e morale di un imminente crollo del sistema-Paese. Poi sono arrivati Monti, Letta, Renzi e ora Gentiloni, presentatici uno dopo l’altro come salvatori della Patria, ma la situazione economica è addirittura peggiorata. Tuttavia negli ultimi giorni, da Matteo Renzi al Ministro per l’economia Padoan, si odono soltanto parole di giubilo per l’economia in ripresa: l’Istat ha infatti certificato che il numero degli occupati è tornato ad essere quello precrisi, quindi agli occhi dell’artificiosa maggioranza parlamentare le ricette del Governo (nello specifico il jobs act) avrebbero funzionato. Per la precisione l’Istat in riferimento al mese di luglio 2017, oltre a registrare un aumento del tasso di disoccupazione di un +0,2%, attestandosi all’11,3%, ha anche segnalato che il tasso di disoccupazione giovanile è cresciuto dello 0,3%, attestandosi al 35,5%. Ma allora perché si dice che il numero degli occupati è aumentato? Per la maggior parte si tratta di contratti di lavoro stagionali per lo più di durata trimestrale, e in ogni caso va ricordato che – contrariamente ai parametri vigenti nel passato – oggi uno «è considerato occupato se nella settimana di riferimento dell’indagine ha lavorato almeno un’ora». Di fronte a parametri di questo tipo la ripresa dell’occupazione è solo una presa in giro.

Medesimo discorso andrebbe fatto anche in ordine al Pil, il prodotto interno lordo. Dal 2009 al 2014 l’Italia ha perso 9 punti percentuali di Pil, recuperandone forse 3 dal 2015 alla fine di quest’anno (e questo è ancora tutto da vedere). Il saldo, anche per chi di economia non se ne intende, è di una perdita netta di 6 punti percentuali in nove anni. Per lo più, se l’economia non cresce almeno del 2% annuo, l’impatto in termini di occupazione reale è praticamente inesistente. Quindi, di quale ripresa si sta parlando?

Ma qualcuno ha parlato di tutto ciò a Cernobbio, facendo magari osservare che senza l’uscita dall’euro la situazione per noi non cambierà? A Villa d’Este Luigi Di Maio ha chiarito la posizione funzionale ai poteri forti del Movimento: «non vuole un’Italia populista, antieuropeista». ll finto Masaniello in giacca e cravatta dichiara che non solo non vuole uscire dall’UE, ma addirittura che il referendum sull’euro un tempo proposto era solo uno strumento per ottenere altro in cambio: «Eppure la soluzione politica non sta nel muro contro muro. Il M5S ne è perfettamente consapevole. L’aver parlato di referendum consultivo sulla moneta unica serve soprattutto a sollevare questo tema, e ad avere un potere contrattuale e una via d’uscita nel caso estremo in cui le esigenze dei Paesi del Sud Europa continuino ad essere ignorate». Aria fitta. Diversa la posizione di Matteo Salvini, che arrivando a Cernobbio ha affermato che la «sovranità monetaria non è più un dibattito solo della Lega ma un dibattito ormai comune anche sui principali quotidiani economici italiani», confermando che al panel cui ha partecipato si è parlato anche di euro e di minibot, anche a seguito delle risposte che Berlusconi ha dato qualche giorno fa alle domande poste in un articolo di Becchi e Dragoni su questo giornale. Ma non solo. Salvini ha parlato da leader, convinto che il centrodestra vincerà le elezioni, affermando che l’idea della doppia moneta così come proposta da Berlusconi non può funzionare perché contraria ai trattati europei, mentre i minibot sono uno strumento giuridicamente idoneo ad aggirare i trattati. Cernobbio almeno un merito lo ha avuto: ha fatto un pò di chiarezza su chi vuole mettere in discussione la moneta unica e su chi ha gettato definitivamente la maschera.

Paolo BECCHI

Giuseppe PALMA

 

 

Istat: torna a salire la disoccupazione, compresa quella giovanile (di Giuseppe PALMA)

Secondo i dati Istat diffusi questa mattina in riferimento al mese di luglio 2017, il tasso di disoccupazione torna a salire all’11,3% (+0,2 punti), così come anche quello giovanile che schizza al 35,5% (+0,3 punti).

Come ho già fatto in alcune mie pubblicazioni, vorrei ricordare che l’indice NAIRU (non-accelerating inflation rate of unemployment), che misura il tasso di disoccupazione di equilibrio, elaborato dalla Commissione europea, prevede che la disoccupazione strutturale in Italia non deve scendere sotto l’11%.

Pertanto, fin quando rimarremmo nella gabbia UE-euro sarà sempre così. Con buona pace dei principi inderogabili della Costituzione primigenia! 

E sarebbe questa la ripresa economica sventolata dal Partito Democratico e dai giornalai di regime? Nel 2011, quindo ci fu il Colpo di Stato ai danni del Governo Berlusconi IV, la disoccupazione era all’8,4%, mentre quella giovanile sotto il 30%!

Prima Monti e poi Letta, Renzi e Gentiloni (tutti privi di qualsivoglia legittimazione democratica) stanno portando a compimento gli interessi della sovrastruttura €uropea e non quelli della Nazione!

Avv. Giuseppe Palma

Maledire l’euro è un dovere di tutti i veri italiani. Con i mini-bot si può! (di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI in prima pagina su Libero di oggi)

Proponiamo qui di seguito l’articolo di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI in prima pagina su Libero di oggi: “Maledire l’euro è un dovere di tutti gli italiani. Un minibot da pochi euro per non finire come la Grecia“:

Che l’idea dei minibot sia, sotto il profilo economico, una buona strategia, è stato ammesso nell’attuale dibattito da molti. Da questo punto di vista c’è da dire solo una cosa: l’idea, economicamente, regge. Quello su cui invece occorre riflettere è se essi siano compatibili con i Trattati europei. Partiamo dunque dalle fonti normative per chiarire un aspetto che sinora è rimasto nell’ombra e che invece è di decisiva importanza.

L’art. 128 del Tfue  – Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea – prescrive che «la Banca centrale europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote in euro all’interno dell’Unione […]. Le banco-note emesse dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nell’Unione». In parallelo, l’art. 127 del Tfue prescrive che tra i compiti fondamentali da assolvere tramite il Sebc (Sistema europeo delle Banche centrali) v’è quello di definire e attuare la politica monetaria dell’Unione, quindi di promuovere il regolare funzionamento dei sistemi di pagamento.

È chiaro, dunque, che nessuno Stato dell’Eurozona possa coniare una propria moneta avente corso legale nell’Unione. Ciò, ovviamente, vale solo se si vogliono rispettare le regole, e quindi i Trattati europei. Niente impedisce di ridiscuterli, se si ha il peso politico per farlo. Ma ora vogliamo richiamare l’attenzione su un altro punto. Negli ultimi giorni si è scatenata un’accesa discussione a seguito della bocciatura da parte della Commissione europea della proposta della cosiddetta doppia moneta, così come avanzata da Silvio Berlusconi.

DOPPIA MONETA

L’emissione di una seconda moneta, anche nei termini spiegati dal Cavaliere, violerebbe in effetti l’art. 128 Tfue. A scatenare il putiferio, al quale è seguita la precisazione della Commissione, è stata come noto la risposta che il Cavaliere ha fornito alle domande postegli da Paolo Becchi e Fabio Dragoni su questo giornale. Però proprio in quella occasione Berlusconi non si era dimostrato contrario all’uso dei cosiddetti minibot proposti da Claudio Borghi, responsabile economico nazionale di Lega Nord. E attenzione, la Commissione europea su questo ha taciuto. Se da un lato ha dichiarato che la proposta di Berlusconi è incompatibile con i Trattati, dall’altro non si è espressa sui minibot. I minibot infatti non sono formalmente una moneta, bensì Titoli di Stato.

Funzionerebbero nella sostanza come una moneta, ma formalmente non lo sono. Allo scopo di non trovarsi spiazzati come successo in Grecia nel 2015 con milioni di greci in fila agli sportelli, è necessario avere in circolazione un quantitativo monetario pressappoco equivalente a quello già in circolo oggi (poco meno di 100 miliardi), e solo dopo attivarsi per uscire dall’euro, per evitare di correre il pericolo che la Bce chiuda i rubinetti come fece appunto in Grecia. I minibot – ricordiamolo ancora una volta – sono Titoli di Stato di piccolo taglio (ad esempio da 5, 10, 20 e 50 euro), espressi in euro, emessi dallo Stato italiano – quindi dal Tesoro e regolati da giurisdizione nazionale – senza scadenza, senza interessi e di valore equivalente alla relativa banconota in euro (un minibot da 50 euro avrà lo stesso valore della banconota da 50 euro, senza svalutazione e senza la possibilità di cambiare il minibot con una somma di valore differente). In pratica funzionerebbe così: lo Stato pagherebbe in minibot i 70 miliardi di euro di debiti che la PA ha con cittadini e imprese (si pensi ad esempio ai rimborsi Iva o ai risarcimenti ai risparmiatori e così via). Ovvio che, perché questo avvenga, cittadini e imprese dovranno accettare i minibot a saldo del loro credito. E non v’è ragione di temere che ciò non avvenga perché il rischio è che, col vincolo del pareggio di bilancio, cittadini e imprese non vedano mai più un euro dei loro crediti verso la PA. I minibot, a quel punto, sarebbero utilizzabili per pagare le tasse e per pagare i servizi pubblici, come ad esempio i biglietti ferroviari e quant’altro. Infine – una volta in circolo e se accettati – i minibot sarebbero utilizzati anche per i consumi (fare la spesa, tanto per intenderci). Ma è proprio a questo punto che la questione si complica.

Avranno i minibot corso forzoso? Cioè il panettiere o il supermercato saranno giuridicamente obbligati ad accettarli quale mezzo di pagamento in parallelo alle banconote?

NESSUN RICATTO

Ecco il punto che merita di essere chiarito: l’adesione dovrà avvenire su base volontaria, anche perché il corso forzoso – questo sì – sarebbe in contrasto con gli artt. 127 e 128 del Tfue.

Una volta che i minibot saranno in circolo e verranno accettati da molti come mezzo di pagamento, è ovvio che quasi 100 miliardi di minibot in circolazione renderebbero la Bce e le altre Istituzioni europee meno arroganti e con minori possibilità di ricatto. E sull’accettazione volontaria dei minibot da parte dei soggetti economici non abbiamo dubbi: se vi sono tre supermercati ed uno solo accetta i minibot come mezzo di pagamento mentre gli altri due no, tutti correranno a fare la spesa in quell’unico supermercato che li accetta, e allora anche gli altri due dovranno adeguarsi (altrimenti si troverebbero costretti, in breve tempo, a chiudere la saracinesca). Del resto, oggi tutti accettano – lo si prenda solo come esempio – i ticket restaurant come mezzo di pagamento. Per quale motivo non dovrebbero essere accettati dei Titoli di Stato emessi dal Tesoro? Una volta che i minibot saranno in circolazione, in caso di uscita dall’euro verrebbero successivamente convertiti per il loro intero ammontare in nuova moneta nazionale, senza alcuna corsa agli sportelli e senza che il popolo sia terrorizzato dal rimanere senza soldi in tasca o sul conto corrente. Il minibot, insomma, consente di aggirare l’ostacolo dei Trattati raggiungendo l’obiettivo dell’uscita dall’euro, travestendo formalmente in Titolo di Stato quella che è sostanzialmente una moneta. E, insomma, una sorta di cavallo di troia che ci consentirà di espugnare l’euro.

Berlusconi, rispondendo a Becchi e Dragoni, ha aperto sul ripristino parziale della sovranità monetaria, condividendo altresì la proposta dei minibot. Ora la palla passa a Salvini, al quale non resterebbe che tirare un rigore a porta vuota, per creare una coalizione di governo con lo scopo di uscire dall’euro in modo indolore. Molti si chiedono cosa aspetti a farlo.

di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA (sul quotidiano Libero di oggi, 31 agosto 2017, in prima pagina con continuazione a pag. 17)

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