Le sciocchezze di Pasquino (di Giuseppe PALMA)

Ad un professore emerito di Scienze Politiche dell’Università di Bologna, nonché politologo di fama internazionale come il prof. Gianfranco Pasquino, non posso che rispondere scientificamente con due miei papers pubblicati nel 2015. L’uno sull’incompatibilità tra Costituzione e Trattati europei, l’altro sull’incompatibilità tra Costituzione ed eventuale costruzione degli “Stati Uniti d’Europa”.

Nei suoi due tweet di cui sopra il prof. Pasquino richiama sia l’art. 11 della Costituzione, sia il concetto del trasferimento di parte della sovranità nazionale ad organismo sovranazionale. E lo fa avallando sia i trasferimenti di sovranità verso organismo sovranazionale non precisato (errore gravissimo!), sia riportando l’art. 11 della Costituzione quale norma giustificatrice di tali “trasferimenti” (che neppure lessicalmente hanno nulla a che vedere con le “limitazioni” di cui art. 11).

In questi due miei papers (il secondo scritto a quattro mani con il collega avv. Marco Mori) si dimostra che Pasquino ha torto.

Ed ha torto perché dai verbali dei lavori preparatori dell’Assemblea Costituente, che costituiscono fonte autentica di interpretazione della Costituzione, emerge qualcosa di completamente diverso da quello che scrive Pasquino. 

Buona lettura:

a) Giuseppe Palma, “L’incompatibilità tra Costituzione e Trattati dell’Unione Europea” – diritto.it – settembre 2015:

https://docs.google.com/viewerng/viewer?url=http://www.diritto.it/docs/37310-l-incompatibilit-tra-costituzione-italiana-e-trattati-dell-unione-europea/download?header%3Dtrue

b) Giuseppe Palma e Marco Mori, “L’incompatibilità tra Costituzione italiana e l’eventuale costruzione degli Stati Uniti d’Europa – USE – Diritto Italiano – settembre 2015:

Avv. Giuseppe PALMA 

 

L’Euro è divisivo, per questo finirà per sparire (di Giuseppe PALMA e Cristiano MANFRE’ su LA VERITÀ di oggi)

Il mio articolo, scritto a quattro mani con il prof. Cristiano Manfre’ dell’Università di Los Angeles (docente di economia), pubblicato su La Verità di oggi a pagina 11, dal titolo: “L’Euro è divisivo, per questo finirà per sparire”…

Nel titolo c’è scritto “diviso” al posto di “divisivo”, ma si tratta di un refuso al momento della stampa del quotidiano:

Avv. Giuseppe PALMA 

 

COSI’ VOGLIONO PORTARE ALLA MORTE L’INFORMAZIONE LIBERA (di Caterina BETTI)

ATTENZIONE:
Mi rendo conto di essermi dilungata, ma non ci sono soggetti non direttamente coinvolti. La libera informazione è patrimonio di tutti noi e la stanno uccidendo giorno dopo giorno:

COSI’ VOGLIONO PORTARE ALLA MORTE L’INFORMAZIONE LIBERA.
L’ULTIMO ATTACCO ALL’EMITTENZA LOCALE (E QUINDI A TUTTI NOI CITTADINI).

Quello che sta succedendo alle emittenti locali non è un problema di nicchia relegato al singolo settore o il capriccio di qualche piccolo ed insignificante editore. Caro lettore, anche se non ne fai parte, ti riguarda eccome…non sai quanto. L’attacco all’informazione libera è conclamato su tutti i fronti, dal “libero” web ai social, all’emittenza privata.

L’emittenza locale in sé è una ricchezza da tutelare in quanto portavoce delle varie comunità e delle minoranze linguistiche, culturali, sociali, politiche e religiose presenti sul territorio, che nel loro complesso costituiscono un popolo; in particolare l’emittenza privata locale in Italia trova la sua più ampia espressione per via della ricchezza culturale che il Paese offre. E’ un caso unico al mondo, in cui sopravvivono (temo ancora per poco) casi di emittenti create da editori puri, ovvero slegati da imprese o da altre attività finanziarie, e una sostanziosa moltitudine di offerte informative territoriali alternative all’ordinario servizio pubblico, che da solo non soddisfa l’esigenza di informazione specifica delle differenti comunità e minoranze che hanno il diritto ad esprimersi (principio valido in tutte le sue declinazioni tutelato a partire dall’art.21 Cost., art.5-8 TUR e L 112/2004 e così via). L’ultima nuova giunta è l’approvazione, da parte del Consiglio dei Ministri di concerto con Lotti e Calenda, del regolamento per il “riparto delle risorse del Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione”, titolo ampiamente antifrastico, sulla stessa scia illusoria di meravigliosi nomi dallo scopo puramente cosmetico come il Fondo Salva Stati o del Decreto Salva Banche, che non salvano un bel nulla, anzi. Il Fondo per il pluralismo, nel nostro caso, preceduto da una melliflua introduzione sul rispetto dell’art.21 della Costituzione, ripartisce circa 117 mln di euro di contributi pubblici provenienti da varie voci della Legge di Stabilità 2016 NON tra tutte le emittenti locali ma ESCLUSIVAMENTE tra le maxiemittenti, circa una per regione. I requisiti per l’ottenimento dei contributi sono infatti eccessivamente restrittivi per delle piccole/medie aziende ormai in difficoltà economica da anni e costrette, per sopravvivere, a licenziare sempre più.

Il ragionamento più logico dovrebbe essere il seguente: per una informazione libera blog, giornali e emittenti private non dovrebbero essere finanziate anche tramite contributi statali, ma dovrebbero trarre introiti dalla pubblicità e dai servizi giornalistici svolti, magari con un sistema comune, un fondo a cui destinare uno 0, da parte di tutta l’editoria di questi ultimi introiti per emergenze. In un’economia funzionante o quantomeno decente sarebbe ed era perfettamente normale un bilanciamento tra pubblico e privato (Rai+emittenza privata) in un settore così delicato che necessita di una buona varietà ed offerta. Ma all’interno di una crisi indotta e voluta (non da noi maggioranza sempre più impoverita, ovviamente), dove i media, in particolare quelli “indipendenti” o di nicchia o locali potrebbero, e molti lo fanno, porre domande non sollevate dalla parte dell’informazione mainstream in ambito economico, giuridico e sociale, i contributi servono per tenere al laccio questi ultimi. Come malati terminali attaccati ad una flebo che comunque non impedisce i licenziamenti e la riduzione dell’attività informativa, di fatto non sono più liberi. Ora il colpo di grazia con questa assegnazione scellerata dei contributi ai grandi gruppi. I piccoli editori fastidiosi vanno eliminati. O le piccole aziende riusciranno ad andare avanti riducendo al minimo i costi (più di così…), oppure vivrà solo una emittente a regione all’incirca, sostenuta da contributi statali. Non è un caso che ultimamente si senta parlare sempre più spesso riguardo al settore, negli ambienti amministrativi, anche in presenza di sindacalisti dei giornalisti, di aggregarsi in un’unica emittente regionale, di unirsi, di adeguarsi al modello tedesco: grandi emittenti rigorosamente pubbliche giocoforza prone al sistema, per ogni Lander; sai com’è loro possono posizionare aiuti di stato in ogni dove, nemmeno vengono computati, mentre noi ovviamente dobbiamo centellinare le voci degli investimenti pubblici come Pollicino.

L’emittente (e l’informazione) unica regionale, poi nazionale, globale, intergalattica…
Ah, quello strano e obsoleto concetto del PLURALISMO dell’informazione…

Potrei e potremmo essere considerati malati patologici e paranoici con disturbi ossessivo compulsivi, ma c’è un filo rosso che lega la progressiva intenzione di sopprimere l’informazione libera, in tutte le sue forme, ed è incarnato nella volontà di far sopravvivere i grandi centri informativi ben più controllabili. Il piccolo è improduttivo, si potrebbe dire a livello di mera matematica. In questo caso il piccolo (editore radiotelevisivo o blogger che sia) pare una grossa spina nel fianco da estrarre ed estirpare in fretta, indipendentemente dal mezzo.
Tutto passa per l’informazione: ridurre i canali, ridurre a zero il fondamentale concetto di pluralismo di cui l’Italia rappresentava, a partire dal celebre fenomeno delle radio libere e del cosiddetto caos dell’etere, un unicum di cui vantarsi in tutto il mondo, significa avviare concretamente un processo di annientamento degli ultimi baluardi della libertà di manifestazione del pensiero, che senza tali mezzi di diffusione è del tutto depotenziata.
A tutte le tv e radio locali: cosa avete ormai da perdere? Il modello economico impersonato dall’Unione Europea, recepito da leggi nazionali (vedere il Testo Unico della Radiotelevisione, se ci concentriamo su questo specifico settore) vi vuole morti. La Costituzione, al contrario, vi tutela. A voi la scelta. Sono certa che questo ultimo passo farà riflettere molti piccoli editori seguiti con piacere dalla cittadinanza nei loro territori di competenza, che da anni svolgono una bellissima quanto complicata attività creativa e utile alla società intera.

Ora davvero non avete più nulla da perdere, siete stati isolati. Usate i vostri mezzi per della consistente attività di opposizione e per la ricerca della verità, con ancora più forza e tenacia. Molti blogger lo stanno già facendo, ma bisogna agire su tutti i fronti possibili, la battaglia è la medesima. I grandi media mainstream, hanno fallito perché imbrigliati e ne abbiamo le prove riscontrate nella realtà dei fatti. Hanno fallito su tutti i fronti: Euro, Unione Europea, geopolitica, immigrazione, eventi politici come il Referendum del 4 dicembre, eccetera eccetera… Siete l’ultima speranza, insieme ad editori liberi che operano sul web, per una salvifica inversione di marcia.

Siete liberi, siate liberi.

Caterina Betti

Un riferimento: http://www.newslinet.com/radio-tv-locali-contributi-cdm-approva-regolamento-criteri-riparto-beneficiari-procedure-erogazione-piccoli/

 

Clamoroso! Nel 2011 fu vero COLPO DI STATO a firma Napolitano-Fini! La TESTIMONIANZA diretta

Nel 2011 fu vero e proprio Colpo di Stato per far cadere il governo Berlusconi. Il tutto sotto la regia di Giorgio Napolitano, all’epoca Presidente della Repubblica, che seppe sfruttare le mire di potere di Gianfranco Fini, ai tempi Presidente della Camera.

Ecco la prova testimoniale in un libro pubblicato nel 2015 da Controcorrente, scritto dell’onorevole Amedeo Laboccetta, dal titolo: “Almirante, Berlusconi, Fini, Tremonti, Napolitano. La vita è un incontro“.

Riporto qui di seguito, a tal proposito, un articolo pubblicato su Il Giornale di ieri, 7 agosto 2017, a firma di Patricia Tagliaferri:

http://m.ilgiornale.it/news/2017/08/07/quando-napolitano-bombardava-il-governo/1428441/

Roma – In questi giorni in cui discute della responsabilità dell’intervento militare in Libia nel 2011, con Napolitano che chiama in causa il governo Berlusconi, basta andare un po’ indietro negli anni, fino al 2010, per capire che l’ex presidente della Repubblica già allora aveva cominciato a bombardare Silvio Berlusconi, complottando contro di lui con l’ex presidente della Camera Gianfranco Fini. Almeno così racconta in un libro il deputato azzurro Amedeo Laboccetta, riportando i retroscena della rottura tra l’ex leader di An e Berlusconi, dietro alla quale ci sarebbe stato appunto Napolitano. Un vero e proprio «golpe» con la regia dell’ex inquilino del Quirinale, secondo Laboccetta, che ne parla basandosi su conoscenze dirette e altre testimonianze. Mai smentito né querelato.

Era il tempo dello scandalo della casa di Montecarlo e del famoso «che fai, mi cacci?» rivolto da Fini all’ex premier nel corso della direzione nazionale del Pdl all’Auditorium della Conciliazione. All’epoca il politico napoletano era con il Pdl ed era amico, nonché stretto collaboratore della terza carica dello Stato, che in più occasioni lo avrebbe rassicurato sul tradimento perpetrato ai danni di Berlusconi, che portò l’ex premier fuori dal governo: «Amedeo, ma tu credi davvero che io porterei avanti un’operazione del genere se non avessi un accordo forte con Napolitano?».

L’autore dedica ben 80 pagine del suo libro («Almirante, Berlusconi, Fini, Tremonti, Napolitano. La vita è un incontro», edizioni Controcorrente) al dietro le quinte della rottura tra Fini e il Cavaliere, documentando episodi come quello della telefonata al Colle partita dall’appartamento di Fini a Montecitorio subito dopo la sfida lanciata da Fini a Berlusconi da sotto il palco della direzione del Pdl. Quando Laboccetta decise di affrontarlo per farlo ragionare, Fini rispose che l’ex premier andava «politicamente eliminato» e che «Napolitano era della partita». «Ma lo vuoi capire – disse – che il presidente della Repubblica condivide, sostiene e avalla tutta l’operazione?». Per convincere l’amico – che insisteva per fargli cambiare idea, ricordandogli quanto piuttosto dovesse essere riconoscente al Cavaliere – Fini prese il telefonò, lo mise in viva voce e chiamò il Quirinale per aggiornarlo degli ultimi sviluppi. Il testo di quella conversazione è nel libro: «Caro presidente, come avrai visto abbiamo vissuto una giornata campale», riferendosi allo show dell’Auditorium. «Più che campale – rispose Napolitano – direi una giornata storica». Ancora Fini: «Ovviamente, caro Giorgio, continuo ad andare avanti senza tentennamenti». «Certamente – la risposta dell’ex capo dello Stato – fai bene, ma fallo sempre con la tua ben nota scaltrezza». Laboccetta scrive di quanto quella telefonata lo avesse sconvolto: «Avevo assistito in diretta all’organizzazione di un golpe bianco orchestrato dalla prima e dalla terza carica dello Stato». Il deputato azzurro, protagonista in prima persona del grande strappo, ritiene che il progetto di Fini fosse cominciato prima: «Lo stava coltivando forse dal post-elezioni del 2008. Della sua ambizione e della sua personalissima sfida contro il Cavaliere ha approfittato Napolitano che ha saputo blandirlo e utilizzarlo per liberarsi dell’ingombrante presenza di Berlusconi».

La cronaca degli ultimi giorni ha fatto tornare di attualità il testo del libro e offerto lo spunto a Laboccetta per commentare: «Napolitano la smetta di raccontare menzogne e spieghi il suo ruolo nel colpo di Stato contro Berlusconi».

☆☆☆

Dell’episodio di cui sopra, quello evidenziato in rosso, Silvio Berlusconi ne aveva parlato nel corso di una trasmissione televisiva (da Barbara D’Urso) , raccontando di quella telefonata tra Fini e Napolitano davanti al deputato azzurro autore del libro. Tutto è caduto nel silenzio più assordante!

Per il contenuto del suo libro, pubblicato nel 2015, l’autore non è mai stato querelato! Forse perché, sia Fini che Napolitano, temono che la verità venga fuori (nei dettagli) nel corso di un eventuale processo penale.

Ma di Colpo di Stato (permanente) ne aveva parlato ancor prima anche Paolo Becchi in un suo famoso libro del 2014 (Colpo di Stato permanente, Marsilio).

Insomma, qualcuno – ai vertici delle Istituzioni – ha attentato alla Repubblica e alla Costituzione! E quel qualcuno ha nome e cognome.

Avv. Giuseppe PALMA

 

 

Via gli usurpatori dallo Stato! (di Giuseppe PALMA)

Dopo che si son fatti beccare con le mani nel sacco sulla questione delle ONG, dove sta venendo fuori che non si tratta di salvare vite in mare di persone che scappano dalla guerra, bensì di una pianificata invasione di ciò che Marx chiamava “esercito industriale di riserva“, i partiti della maggioranza di governo – soprattutto il PD – insistono addirittura sullo Ius Soli, senza un minimo di buon senso né di contatto con la realtà.

I partiti di Renzi e Alfano, che mai hanno ottenuto una regolare legittimazione democratica né per governare né tanto meno per legiferare, nonostante la pronuncia di incostituzionalità della legge elettorale con la quale si sono formate entrambe le Camere, continuano imperterriti l’opera distruttiva del Paese e della sua Costituzione. E lo fanno senza alcun rispetto della sovranità popolare!

La sentenza n. 1/2014 della Corte costituzionale dichiarava l’incostituzionalità della legge elettorale con la quale si sono formate le Camere (il porcellum) sia nella parte in cui questa non consentiva all’elettore di esprimere le preferenze per i candidati, sia nella parte in cui attribuiva un premio di maggioranza senza che fosse prevista una soglia minima di voti oltre la quale il premio avrebbe potuto trovare applicazione.

Ne consegue che la maggioranza parlamentare è tale solo per effetto di un premio di maggioranza dichiarato incostituzionale (nei limiti di cui sopra) e non per effettiva corrispondenza con la volontà popolare. Ciononostante, è da oltre tre anni e mezzo che il Paese è in mano a degli abusivi!

Stanno letteralmente usurpando il potere politico! Tanto più che anche la Corte di cassazione, con sentenza n. 8878/2014, ha dichiarato l’avvenuta grave alterazione del principio di rappresentativita’ democratica!

L’attuale maggioranza parlamentare, infatti, dopo aver smantellato i diritti fondamentali connessi al lavoro (Jobs Act) e dopo aver tentato di stuprare la Costituzione attraverso una riforma neo-nazista, già da settembre tenterà di potare a termine la soluzione finale: Ius Soli e CETA, e nel bel mezzo l’ennesima norma liberticida sul fisco (dall’obbligatorietà del POS a quella della fatturazione elettronica anche tra privati).

Se gli equilibri democratici non sono più in grado di funzionare o di garantire la civile convivenza democratica, e ciò per esclusiva responsabilità di una classe politica abusiva, autoreferenziale e criminale, sia il popolo – con ogni mezzo civile – a riprendersi la sua sovranità! Una sovranità stuprata da un manipolo di criminali che va cacciato al più presto dai Palazzi della Repubblica.

Questi porci (In quanto eletti col porcellum) prendono ordini dalla sovrastruttura EUropea, quindi perseguono esclusivamente le finalità imposte dal capitale internazionale, fregandosene altamente della sovranità popolare e dei principi fondamentali della nostra Costituzione!

È ora che il popolo italiano faccia sentire la propria voce!

Via gli usurpatori dallo Stato! 

Via gli usurpatori dallo Stato!

Via gli usurpatori dallo Stato!

Avv. Giuseppe PALMA 

 

“Lei non si rende conto di quanto è rifiutata dagli italiani”… nuova lettera del prof. Sinagra a Laura Boldrini

Gentile Signora Boldrini,
ho esitato molto a scrivere queste poche righe perché non vorrei che qualcuno pensasse che io le attribuisca una ingiustificata importanza. Lei per me, come per tantissimi altri, non ha alcun rilievo né politico e meno ancora culturale.
Tuttavia, sono costretto a scriverle. Leggo infatti che lei ha deciso di ricandidarsi come Deputato. Le dico subito che la notizia non è devastante ma è semplicemente comica. Francamente non le riconoscevo alcun senso dell’ironia. Mi sbagliavo.

La sua disponibilità non è stata raccolta da nessun Partito. È caduta in un generale e gelido silenzio. Forse lei pensa di creare un suo Partito? La cosa si farebbe ancor più interessante perché darebbe la possibilità di verificare quanti consensi lei riscuoterebbe. Forse i suoi familiari stretti, ma poi chi altri?
Lei ha motivato tale sua spericolata decisione dichiarando che deve finire il lavoro, ma quale non si capisce. E che è disponibile a dare ancora il suo contributo. Anche questo non gliel’ha chiesto nessuno.
Dalle mie parti direbbero che lei “se la canta e se la suona” da sola.

Forse il lavoro da terminare è quello di ottenere la demolizione di tutte le opere pubbliche e private realizzate dal Fascismo? Ovvero di assicurarsi, per la gioia del suo Collega Fiano, che nessuno più abbia portachiavi con l’effige del Duce? Oppure di assicurare l’arrivo in Italia di molte altre centinaia di migliaia di africani affinché molti di essi possano continuare a sopravvivere in condizioni di nulla facenti?

Oppure, il lavoro da terminare è l’approvazione della acquisizione della cittadinanza italiana in forza dello ius soli? Con il risultato di attrarre in misura crescente ulteriore immigrazine irregolare specialmente di donne incinte che poi non mancherebbero di rivendicare il diritto di ricongiungimento familiare facendo venire in Italia padre, madre, sorelle e fratelli.

Forse il suo lavoro è la “cinesizzazione” del mercato del lavoro in Italia con drastica riduzione dei salari anche dei cittadini italiani, riduzione delle pensioni (quelle degli altri) e completamento dello smantellamento dello Stato sociale che fu l’opera più grandiosa del Fascismo.

Lei è disponibile a dare ancora il suo contributo! Che generosità! Ma quale contributo? Quello di dividere ancor più gli animi degli italiani devastandone la coscienza politica, storica e morale?
Recentemente lei, in visita in Nigeria, ha dichiarato che avrebbe voluto vivere in quel Paese. Ecco, questa è una buona idea e sarebbe una saggia decisione.

Lei non si rende conto di quanto è rifiutata dagli italiani, accecata com’è dalla sua autoreferenzialità.
Un suggerimento, però, glielo voglio dare. Lei ha lavorato molti anni all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Ritorni a quel lavoro e magari si faccia destinare in Libia (non è la Nigeria, ma occorre un po’ di spirito di adattamento) e così potrà verificare di persona i rapporti tra gli scafisti e le ONG. E potrà constatare che non si tratta di rifugiati ma di una squallida tratta di esseri umani. Ma perché parlo? Lei queste cose le sa già molto bene.

In ogni caso, quel che le consiglio sommamente è di farsi dimenticare e di rifugiarsi in quell’opaco anonimato che maggiormente le si addice.

Prof. Augusto Sinagra (professore ordinario di diritto comunitario)

 

200.000 volte grazie!

Oggi, 6 agosto, a meno di sei mesi dall’apertura di questo mio blog, lacostituzioneblog.com ha superato le 200.000 visualizzazioni!

Grazie mille a tutti e continuate a seguirmi! Farò di tutto per salvare i principi inderogabili della nostra Costituzione!

Avv. Giuseppe PALMA 

lacostituzioneblog.com

 

La piramide del potere in Italia (di Giuseppe PALMA)

A volte, forse spesso, le immagini valgono più di mille parole.

Ed è il caso di questa piramide che ho disegnato per riassumere – seppur semplicisticamente – la gerarchia del potere in Italia, ma più in generale in tutti i Paesi dell’Eurozona:

1) Primo strato: (in cima alla piramide): chi detiene il CAPITALE INTERNAZIONALE e chi lo gestisce;

2) Secondo strato: BCE e intero sistema bancario.. Qui l’euro, la moneta unica europea, funge da vero e proprio strumento di governo;

3) Terzo strato: Multinazionali e Finanza, cioè dove i detentori del capitale internazionale impiegano le proprie risorse;

4) Quarto strato: la sovrastruttura EUropea, vale a dire la Commissione EU, il Consiglio dell’UE e l’Eurogruppo. Il Parlamento europeo non conta nulla, quindi nella piramide non è citato;

5) Quinto strato: alcuni personaggi ed organizzazioni a servizio dei primi quattro strati. Oltre ad avere un ruolo di “suggeritori”, vengono – a seconda delle necessità – impiegati in ruoli politici ed istituzionali direttivi o addirittura di governo. Quando ciò non è possibile, svolgono un decisivo ruolo di moral suasion. In questa categoria rientrano anche scrittori di regime e intellettuali salariati;

6) Sesto strato: la Magistratura, cioè una parte di essa strettamente funzionale alle esigenze degli strati superiori;

7) Settimo strato: informazione di regime (soprattutto tv e giornali) asserviti agli strati.superioori, capaci di incidere fattivamente sulle decisioni dei due strati più bassi;

8) Ottavo strato: politici e Istituzioni della Repubblica, quindi Governo, Parlamento, Quirinale e Corte costituzionale;

9) Nono ed ultimo strato: il POPOLO.

Dov’e finita la democrazia? Dov’e la libertà? Dov’e finita la sovranità popolare?

GiuseppePALMA

 

 

Clamoroso! Il PD (Renzi) ammette di aver tradito la Nazione (di Giuseppe PALMA)

Quando un tweet vale più di mille parole…

Il tweet del Partito Democratico, che riporta le parole di Renzi, risale al 27 giugno 2016 (quando era ancora Presidente del Consiglio dei ministri; esattamente cinque mesi prima il referendum costituzionale): “#ConsiglioUe @matteorenzi Nostre battaglie in UE non erano per l’interesse dell’Italia, ma perché ritenevamo fossero interesse dell’Europa”.

Il tweet del TgLa7 che riporta le nuove parole di Renzi risale invece a ieri, 3 agosto 2017: “Ue: @matteorenzi, abbiamo sbagliato a non difendere i nostri interessi nazionali”.

In pratica il PD ha ammesso espressamente di non aver fatto gli interessi dell’Italia. Questo è tradimento! Alto tradimento della Patria e della Costituzione!

No comment, ovviamente…

Giuseppe PALMA 

 

Fiscal Compact: ecco i nomi dei porci (in quanto eletti col porcellum) che votarono in favore della sua ratifica (di Giuseppe PALMA)

Il Fiscal Compact è un Trattato intergovernativo denominato “Patto di bilancio europeo” o “Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria”, sottoscritto da venticinque Stati membri dell’Unione Europea il 2 marzo 2012 (ad eccezione del Regno Unito e della Repubblica Ceca). Per noi, a sottoscriverlo fu Mario Monti, all’epoca Presidente del Consiglio dei ministri.

Il nostro Parlamento, con una rapidità che dimostra la non criticità del bicameralismo paritario, ne ha autorizzato la ratifica nel luglio del 2012 (appena quattro mesi dopo la sua sottoscrizione), arrivando addirittura ad inserire in Costituzione (soprattutto agli articoli 81 e 119) il vincolo del pareggio di bilancio (Legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1).

Più nello specifico, il Fiscal Compact prevede principalmente queste tre misure che tutti gli Stati firmatari dovranno rispettare:

  • significativa riduzione del rapporto fra debito pubblico e PIL al ritmo di un ventesimo all’anno (5%), fino al raggiungimento del rapporto del 60% sul PIL nell’arco di vent’anni;
  • obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio;
  • obbligo di non superamento della soglia di deficit strutturale superiore allo 0,5% del PIL (e superiore all’1% per i Paesi con debito pubblico inferiore al 60% del PIL).

L’aver sottoscritto il Fiscal Compact, averne autorizzato la ratifica e aver inserito in Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio rappresenta, senza ombra di dubbio, un vile attentato ai “principi supremi” dell’ordinamento costituzionale, i quali, lo ricordo per chi tenta di fare il furbo, rappresentano un limite implicito al processo di revisione costituzionale, sia che esso avvenga attraverso lo strumento tipico previsto dall’art. 138 Cost., sia che avvenga – seppur solo nella sostanza – tramite la sottoscrizione e la ratifica di Trattati che sono in aperto contrasto con il dettato costituzionale.

Ma v’è di più.

La costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio, oltre a rappresentare un attentato a quelle che sono le funzioni necessarie e indispensabili che uno Stato deve poter svolgere nell’interesse dei suoi cittadini, è del tutto contraria al dettato costituzionale, e, più nello specifico, al primo comma dell’art. 1: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. E’ la norma più importante della Costituzione, il faro dell’intera legislazione, la rotta maestra che tutte le Istituzioni della Repubblica devono necessariamente percorrere! Se i Padri Costituenti decisero di fondare la Repubblica sul lavoro, vuol dire che ammettevano – sia implicitamente che esplicitamente – la possibilità di indebitamento al fine di creare piena occupazione. Se così non fosse, avrebbero potuto scrivere – ad esempio – che la Repubblica si fonda sulla democrazia rappresentativa, oppure sulla lotta ai totalitarismi, ovvero si sarebbero potuti spingere addirittura a fondarla (per assurdo) sul pareggio di bilancio o sulla stabilità dei prezzi, e non sul lavoro. Perché hanno scritto “sul lavoro”? E’ ovvio che l’intenzione della Costituente era quella di creare uno Stato democratico che garantisse a tutti la possibilità di vivere liberi dal bisogno, garantendo a chiunque un medio benessere non scaturente dalla rendita o dalla proprietà, bensì dal lavoro!

Ciò detto, l’Assemblea Costituente si spinse addirittura oltre scrivendo sia l’art. 4 co. I e II (“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”), sia gli artt. 35 e seguenti (tutela del lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni). Di fronte a tali principi, scalfiti con il fuoco e con il sangue nella Carta fondamentale dello Stato, ogni diversa interpretazione da quella predetta è del tutto contraria al dettato costituzionale e alle intenzioni della Costituente.

Tutto ciò premesso, esistono due rimedi (alternativi) per superare lo scempio della costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio: A) che sia il Parlamento stesso – attraverso la procedura aggravata ai sensi dell’art. 138 Cost. – ad abrogare le disposizioni introdotte con Legge costituzionale n. 1/2012; B) che sia la Corte Costituzionale a dichiarare l’incostituzionalità della nuova formulazione dell’art. 81 Cost. (ma anche dell’art. 119) per palese violazione dei “principi inderogabili” della Costituzione primigenia.

Fatta questa doverosa premessa, a distanza di cinque anni tutti – dal PD a Forza Italia – rinnegano il Fiscal Compact.

Tanto per non passare per scemi, né per sprovveduti, andiamo a leggere i nominativi dei deputati e dei senatori che votarono in favore dell’autorizzazione alla ratifica del Fiscal Compact, macchiandosi le mani di sangue, il sangue che sgorga dal petto della nostra Costituzione:

Ricordateveli e stampateveli bene in mente!

Tra qualche mese l’Unione Europea discuterà se inserire il Fiscal Compact addirittura all’interno dei Trattati europei, facendolo entrare nel diritto originario dell’UE. Il PD ha già annunciato che apporà il veto. Io non ci credo. E voi?

Giuseppe PALMA