Il nesso tra Ius Soli, euro ed esercito industriale di riserva (articolo di Giuseppe PALMA su “Il Giornale d’Italia”)

Propongo qui di seguito un mio articolo, pubblicato oggi su “Il Giornale d’Italia“, sullo stretto collegamento tra Ius Soli, euro ed esercito industriale di riserva (a pagina 4):

http://edicoladigitale.ilgiornaleditalia.org/giornaleditalia/books/giornaleditalia/2017/20170627giornaleditalia/index.html#/4/

Lo avrò scritto migliaia di volte: l’euro, essendo un accordo di cambi fissi, impedisce agli Stati di intervenire sul cambio per poter tornare ad essere competitivi, costringendoli a scaricare il peso della competitività sul lavoro attraverso la riduzione dei salari e la contrazione delle garanzie contrattuali e di legge in favore del lavoratore.

Le garanzie costituzionali, con l’euro, diventano pertanto lettera morta!

Ciò detto, per poter salvare l’euro, occorre non solo ridurre i salari, ma bisogna soprattutto smantellare le tutele costituzionali in favore dei lavoratori. Riforma Fornero e Jobs Act ne sono un esempio tangibile. Idem la Loi travail in Francia ed Hartz IV in Germania.

Ma non basta. Occorre creare una guerra tra poveri affinché il lavoratore, pur di lavorare e non morire di fame, accetti condizioni di lavoro schiavistiche e salari ridotti. E quale migliore occasione se non quella di far arrivare in Europa milioni di persone pronte alla manovalanza in grado di accettare 2-3 euro per ogni ora di lavoro? Gli italiani, a quel punto, invece di pretendere (giustamente) una paga dignitosa da 10-15 euro l’ora, dovranno ridimensionare le pretese avvicinandosi a quelle degli immigrati. In tal modo l’euro è salvo! E poco importa se la Costituzione sia totalmente smantellata! Ce lo chiede l’Europa!

La legge sullo Ius Soli, se approvata, concederebbe la cittadinanza a milioni di figli di immigrati nati nel nostro Paese, i quali, grazie all’ottenimento della cittadinanza, sarebbero italiani a tutti gli effetti. Quindi non vi sarebbe neppure un’eventuale rivendicazione italiani-stranieri: la lotta per la sopravvivenza sarebbe solo tra “italiani”, con la differenza di aver aumentato esponenzialmente il numero di poveri allo scopo di creare le perfette condizioni per una concorrenza spietata che miri alla riduzione dei salari e allo smantellamento delle garanzie costituzionali in favore dei lavoratori italiani. Ce lo chiede l’Europa! 

Karl Marx ne “Il Capitale” parlava di esercito industriale di riserva, cioè di quella enorme forza lavoro di manovalanza in grado di tutelare e salvaguardare gli interessi e le finalità del capitale a scapito delle retribuzioni e dei diritti fondamentali del lavoratore!

E’ pur vero che il “nostro” Ius Soli sarebbe temperato (quindi non uno Ius Soli puro), ma è altrettanto vero che – qualora approvato – incentiverebbe una guerra tra poveri a scapito non solo di quanto premesso, ma anche del benessere generale. Da Monti in poi, infatti, allo scopo di salvare l’euro, siamo costretti a vivere ogni giorno sotto il continuo attacco di ricette economiche criminali!

Ad avallare il crimine, oltre ai nostri governanti illegittimi e ai giornalai di regime, ci sono anche i sedicenti intellettuali, cioè quegli scribacchini salariati a libro paga del capitale internazionale, che hanno avuto l’ardire di firmare addirittura un manifesto in favore della legge sullo Ius Soli. Esattamente come fecero contro il commissario Calabresi!

Il tutto per mano di un Parlamento eletto con meccanismi elettorali dichiarati incostituzionali e in grave alterazione del principio di rappresentatività democratica (Corte costituzionale, Sent. n. 1/2014; Corte di Cassazione, Sent. n. 8878/2014)!

Tuttavia, invece di ascoltare gli “intellettuali” contemporanei, io preferisco ricordarmi delle parole di Leonardo Sciascia: “se mi chiamano intellettuale, non mi volto!”.

Svegliati popolo! Se non farai nulla, tra qualche anno sarai definitivamente schiavo! 

Avv. Giuseppe PALMA

 

 

La doppia moneta può essere una soluzione? (di Giuseppe PALMA)

Premetto che l’euro è un crimine contro l’Umanità e chi lo ha introdotto è un vile criminale. E su questo punto non si tratta e non può esservi discussione. Tuttavia, allo scopo di non precludere alcuna soluzione per il bene del Paese, cerco di addentrarmi nel tema spinoso della cosiddetta doppia moneta.

Silvio Berlusconi, che conosce benissimo sia il funzionamento dell’euro che i suoi gravi aspetti di criticità, sa altrettanto bene che – qualora proponesse l’uscita dell’Italia dall’euro – le sue aziende sarebbero immediatamente poste sotto attacco. Gli è già capitato nel 2011 quando, bisbigliando nell’orecchio dell’allora presidente francese Sarkozy circa l’eventualità di un’uscita dell’Italia dall’euro, l’asse franco-tedesco lo fece fuori sostituendolo con Mario Monti, l’uomo della Troika per eccellenza.

Il Cavaliere sa anche che, prima o poi, l’euro imploderà. E lo sa bene. Ma probabilmente, quando ciò accadrà, lui non ci sarà più, quindi tenta di individuare soluzioni alternative. Tra queste, il ripristino parziale della sovranità monetaria attraverso l’introduzione di una doppia moneta nazionale, cioè una Nuova Lira da affiancare alla moneta unica europea, la quale – per effetto dell’introduzione di una doppia moneta nazionale a circuito interno – diverrebbe moneta comune europea.

Ma la questione è anche – e soprattutto – di natura politica: l’alleanza per le prossime elezioni politiche tra Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia, cioè la classica coalizione di centrodestra che – stando ai sondaggi – è avanti sia al M5S che al PD e suoi cespugli, è compromessa proprio su un punto: l’euro.

Salvini vorrebbe uscirne, così come anche la Meloni, mentre Berlusconi non può affermarlo per i motivi di cui sopra.

Ed ecco che qualche mese fa l’ex presidente del consiglio arrivava a proporre la soluzione della doppia moneta, proposta ribadita più volte anche pochi giorni fa a Porta a Porta:

  • L’euro resterebbe la moneta per l’import/export;
  • La Nuova Lira varrebbe per i cosiddetti consumi interni (una moneta a circuito interno, utilizzabile solo per i consumi e gli scambi in Italia).

Il Cavaliere parla della Nuova Lira riferendosi – come esempio – alle AM-Lire degli anni 1946-1953, ma sbaglia completamente riferimento perché la nuova moneta nazionale non sarebbe paragonabile alla doppia moneta del dopoguerra (per tanti motivi), ma questo è un dettaglio, seppur molto importante.

Anzitutto occorrerebbe sapere cosa sarebbe possibile fare con questa Nuova Lira, la quale, quasi sicuramente, verrebbe convertita 1:1 con l’euro (1 euro = 1 Nuova Lira). Certamente sarebbe una moneta da accreditare inizialmente – forse in egual misura e gratuitamente – su tutti i conti correnti degli italiani in quantità da stabilirsi, quindi – per esempio – insieme ad uno stipendio mensile di 1.500,00 euro, lo Stato ne accrediterebbe un altro – per un periodo da stabilirsi – di 1.500,00 Nuove Lire. Con queste ultime, oltre a poter fare la spesa , si potrà pagare il mutuo già contratto per l’acquisto di una casa? Io credo di no, anche perché i rapporti di debito/credito relativi ai contratti di mutuo già in essere sono tutti regolati in euro, e in euro resterebbero (la banca, almeno per i primi anni, mai accetterebbe di mutare la denominazione dei rapporti debito/credito da euro in Nuove Lire). Si potranno pagare le tasse? Cioè la Nuova Lira avrà valore intrinseco? E qui credo che la risposta non può che essere affermativa, altrimenti nessuno accetterebbe in pagamento la nuova moneta nazionale. Il valore intrinseco della moneta, infatti, incoraggia tutti gli operatori economici ad andarsi a cercare la moneta con la quale pagare le tasse. Si potranno pagare i dipendenti? Credo di sì, altrimenti il datore di lavoro non troverebbe conveniente accettare in pagamento dai propri clienti le Nuove Lire, così come il lavoratore non troverebbe utile accettarla quale retribuzione. Si potrà pagare l’affitto di casa o dell’ufficio? Credo che lo si potrà fare solo per i nuovi contratti, mentre per quelli già in essere la questione dipenderà dalla libera determinazione tra le parti. E lo stesso discorso dicasi per i mutui contratti con gli Istituti di credito: se i vecchi contratti resteranno certamente denominati in euro, un’eventuale nuova Banca pubblica sotto il controllo del Parlamento o del Governo potrebbe erogare mutui in Nuova Lira, risolvendo parzialmente il problema.

Tuttavia, sarebbe preferibile che la nuova moneta nazionale fosse creata direttamente dal Tesoro e non da una Banca, seppur pubblica. In tal caso, il Tesoro o l’eventuale nuova Banca pubblica dovrebbero fungere necessariamente da prestatrice illimitata di ultima istanza. E non potrebbe essere altrimenti, infatti, in caso contrario, non avrebbe neppure senso mettersi a discutere di doppia moneta.

Restano però tutti i problemi connessi alle esportazioni, infatti, dovendo l’euro restare la moneta per l’import/export, l’Italia continuerebbe a soffrire il regime di cambi fissi che impone di scaricare il peso della competitività sul lavoro attraverso la riduzione dei salari e la contrazione delle garanzie contrattuali e di legge in favore del lavoratore. Aspetto, questo, che sta massacrando il nostro Paese esautorando e svilendo i principi supremi della Costituzione primigenia.

Ulteriore aspetto che sembra insormontabile è quello dell’eventuale consenso da parte delle Istituzioni europee alla doppia moneta. L’intera sovrastruttura dell’eurozona vive e si regge proprio sul sistema-euro, quindi sulla sostenibilità dei conti pubblici, sulla moneta a debito e sull’assenza di una prestatrice illimitata di ultima istanza, che tradotto significa AUSTERITA’, la quale conduce gli Stati verso il crimine dell’avanzo primario e del pareggio di bilancio, cioè la morte di un Paese! Paradossalmente, se le Istituzioni europee non fossero accecate come lo sono sempre state, proprio la doppia moneta – visto che sarebbe una moneta creata dal nulla dallo Stato italiano – potrebbe garantire non solo la sostenibilità dei conti pubblici (in euro), ma anche una riduzione sia del rapporto deficit/Pil che del rapporto debito pubblico/PIL (stiamo parlando sempre in euro), e ciò per effetto di un incremento del prodotto interno lordo a causa del ripristino – seppur parziale – della sovranità monetaria. Ma ciò non basterebbe, infatti sarebbe in ogni caso necessario ridiscutere i Trattati europei (da Maastricht a Lisbona) ed accantonare definitivamente il Fiscal Compact

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PROBLEMATICHE E SOLUZIONI GIURIDICHE IN ORDINE ALLA DOPPIA MONETA:

L’art. 128 TFUE, primo comma, così recita: “La banca centrale europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote in euro all’interno dell’Unione. La Banca centrale europea e le banche centrali nazionali possono emettere banconote. Le banconote emesse dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nell’Unione“.

Leggendo questo articolo sembrerebbe che la soluzione della doppia moneta non sia fattibile in quanto vietata dai Trattati, infatti l’ultimo periodo del primo comma dell’art. 128 TFUE prescrive che le uniche monete aventi corso legale nell’Unione siano quelle create dalla BCE e dalle BC nazionali.

Ma il punto è un altro. La doppia moneta, nei termini in cui ne parla Silvio Berlusconi, sarebbe una moneta a circuito interno, quindi non utilizzabile negli scambi import/export ma solo per gli scambi e i consumi interni (solo in Italia), e ciò renderebbe praticabile la soluzione proposta dall’ex presidente del consiglio in quanto nessuno può vietare ad uno Stato sovrano (seppur quel poco che resta all’Italia della propria sovranità) di creare una unità di misura (da chiamarsi anche moneta) che serva a determinare e a regolare il valore in termini monetari degli scambi interni. 

A tal proposito, se si legge l’art. 117 della Costituzione vigente, introdotto con la revisione costituzionale del 2001, esso attribuisce allo Stato la legislazione esclusiva sulla moneta [lettera e) del medesimo articolo, secondo comma], seppur riferendosi alla ripartizione delle competenze Stato-Regioni. Attraverso la leva costituzionale rappresentata dal predetto articolo l’Italia potrebbe quindi creare una propria moneta (in tal caso la doppia moneta da affiancare all’euro), seppur all’interno dei limiti delineati dall’ultimo periodo dell’art. 128 TFUE! 

Ad avallare la predetta soluzione vi sarebbe la circostanza che l’Italia non ha ceduto sovranità monetaria (atto costituzionalmente illegittimo), bensì l’ha solo limitata (facendo leva sulle cosiddette limitazioni di sovranità di cui parla l’art. 11 della Costituzione), quindi la creazione di una moneta nazionale a circuito interno da affiancare all’euro – in linea generale – non potrebbe essere vietata. Tuttavia, a scanso di equivoci e come ho già dimostrato nei miei libri ed articoli, le limitazioni di sovranità di cui all’art. 11 della Costituzione non si riferivano – leggendo i verbali dei lavori preparatori dell’Assemblea Costituente che costituiscono fonte autentica di interpretazione della Costituzione – né alle limitazioni della sovranità monetaria, né tanto meno a quelle riguardanti la sovranità economica e legislativa! 

Inoltre, la doppia moneta a livello nazionale non è da equiparare neppure lontanamente alle cosiddette monete parallele a livello locale: le due cose sono molto diverse anche alla luce del fatto che, per quanto riguarda l’eventuale creazione di una nuova moneta nazionale da affiancare all’euro, questa sarebbe creata dal nulla dallo Stato italiano che – a tal riguardo – eserciterebbe quel potere di imperio proprio di uno Stato sovrano! 

Tutto ciò premesso, le problematiche giuridiche connesse all’introduzione di una moneta nazionale da affiancare all’euro non sarebbero affatto di facile soluzione! 

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Sempre in ordine alla doppia moneta vi sarebbe anche la soluzione rappresentata dai cosiddetti CCF (Certificati di Credito Fiscale), proposta elaborata dagli amici Giovanni Zibordi, Marco Cattaneo e Stefano Sylos Labini. Ricordo un viaggio da Roma a L’Aquila durante il quale Stefano me ne parlò nel dettaglio. Io nutro serie perplessità sui CCF, tuttavia, non sarebbe – neppure questa – una proposta da scartare a priori, fosse solo per la serietà e l’onestà intellettuale dei tre che l’hanno proposta. Credo però che, trattandosi di certificati di credito fiscale, le Istituzioni europee non sarebbero disponibili a fornire il proprio consenso alla loro introduzione perché verrebbe loro a mancare la base sulla quale l’Unione stessa fonda la propria sopravvivenza (non tanto l’UE quanto l’eurozona), e i motivi li spiegai a Stefano durante quel viaggio.

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Ciò premesso, sui dubbi e sulle perplessità in ordine alla doppia moneta così come proposta da Silvio Berlusconi, non posso che condividere pienamente questo tweet di qualche mese fa di Claudio Borghi, responsabile economico nazionale di Lega Nord:

Claudio ha perfettamente ragione! Quindi le criticità restano…

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Io resto convinto che l’unica soluzione per il bene del Paese sia l’uscita dell’Italia dall’euro ed il ripristino totale della sovranità monetaria, tuttavia, se ad occuparsi della doppia moneta fossero economisti in buona fede che avessero a cuore la Costituzione e l’interesse nazionale, la soluzione non sarebbe da scartare a priori.

L’euro è un crimine, quindi – in un modo o nell’altro – dobbiamo liberarcene!

Avv. Giuseppe PALMA

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P.S. Coloro che volessero approfondire l’argomento EURO, potranno leggere questo mio libro (in e-book)…

…oppure consultare questo mio dossier su come si esce dall’euro:

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Avv. Giuseppe PALMA

 

Arriva il CETA, tutti zitti: ecco cosa rischiamo (Giuseppe PALMA su “La Verità” di oggi)

Un mio articolo sul CETA pubblicato su “La Verità” di oggi (23 giugno 2017), il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro.

Per consultare l’articolo si consiglia di scaricare l’immagine e ingrandirla, oppure leggerlo come di seguito riportato:

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TESTO DELL’ARTICOLO:

“Arriva il Ceta, tutti zitti: ecco cosa rischiamo” di Giuseppe Palma su “La Verità”, 23/06/2017

“Nel silenzio generale, alla commissione Esteri del Senato è arrivato il ddl per la ratifica del trattato di libero scambio Ue-Canada denominato Ceta: dopo un rinvio, ci tornerà per una nuova discussione martedì prossimo. Come già accaduto per la ratifica del trattato di Lisbona e per il Fiscal compact, tali procedure avvengono sempre tra giugno e agosto, cioè quando gli italiani sono impegnati in accese discussioni di calcio-mercato. Ma cosa prevede il Ceta? Nella sostanza, è un accordo di libero scambio tra Ue e Canada che consente alle multinazionali delle rispettive aree (e molte industrie americane hanno sede legale in Canada) di esportare e vendere prodotti senza intralci né nelle legislazioni nazionali né nei diritti fondamentali sanciti dalle Costituzioni degli Stati, come ad esempio il diritto al lavoro, alla giusta retribuzione, al giorno di riposo settimanale, all’orario di lavoro, alla retribuzione minima e così via. Ma c’è di più. Il Ceta introduce anche un sistema di giustizia privata, il cosiddetto Isds (Investor-state dispute settlement), cioè una forma di risoluzione privata delle controversie tra investitore e Stato. Attraverso questo sistema le multinazionali potranno adire organismi di giustizia privata sovranazionali al fine di redimere le controversie con quegli Stati che intendessero rispettare le proprie disposizioni a tutela – ad esempio – della salute e del lavoro. Il Ceta, già approvato dal Parlamento europeo pochi mesi fa, dovrà essere ora ratificato da ciascuno Stato membro a seconda delle procedure costituzionali. In cambio chissà di quale incarico o beneficio (magari successivo all’attività politica), quanti parlamentari consentiranno a un trattato non certo privo di rischi e incognite? E chi si permetterà di alzare la voce non troverà nello Stato un amico a difesa dei diritti fondamentali sanciti nelle Costituzioni nazionali. Nel frattempo, l’informazione sonnecchia. Del Ceta, infatti, nessuno sa praticamente

nulla. Con questo trattato non è eccessivo affermare che gli stati sono definitivamente morti. I burocrati di Bruxelles continuano la loro opera distruttiva nei confronti delle Costituzioni nazionali, quindi della libertà, dei diritti fondamentali e della democrazia. E i nostri parlamentari danno spesso l’impressione di eseguire acriticamente un andazzo internazionale che si presume ineluttabile e intrinsecamente giusto. La situazione appare davvero drammatica per la stessa democrazia: un Parlamento eletto con meccanismi dichiarati incostituzionali, in grave e palese alterazione dei principi di rappresentatività democratica (Corte costituzionale, sentenza n.1/2014; Corte di Cassazione, sentenza n. 8878/2014), sembra continuare indisturbato la sua opera potenzialmente distruttiva della Costituzione. Ius soli e Ceta sono gli ultimi colpi di coda di un Parlamento privo di legittimazione. In nome di chi o di cosa agiscono tanti nostri parlamentari? Di certo né in nome del popolo né in nome della Costituzione”.

Giuseppe PALMA

 

ATTENZIONE! Il Parlamento italiano sta per ratificare il CETA, cioè la morte dei diritti fondamentali (di Giuseppe PALMA)

Arriva oggi in Senato il ddl per la ratifica del Trattato di libero scambio UE-Canada denominato CETA. Non è un caso che, come già accaduto per la ratifica del Trattato di Lisbona e per il Fiscal Compact, tali procedure avvengano tra giugno ed agosto, cioè quando gli italiani sono al mare impegnati nelle solite discussioni di calcio-mercato.

Ma cosa prevede il CETA? Nella sostanza, e in breve, è un accordo di libero scambio tra UE e Canada che consente alle multinazionali delle rispettive aree di esportare e vendere prodotti (EU-Canada, considerando che parecchie multinazionali americane hanno sede legale in Canada) senza trovare intralci né nelle legislazioni nazionali a tutela della salute e del lavoro, né nei diritti fondamentali sanciti dalle Costituzioni degli Stati membri come ad esempio il diritto al lavoro, alla giusta retribuzione, al giorno di riposo settimanale, all’orario di lavoro, alla retribuzione minima e così via. Trattasi dei cosiddetti “irritanti commerciali” che tanto infastidiscono le multinazionali. Con il CETA vengono definitivamente superati!

Ma v’è di più! Il CETA introduce anche un sistema di giustizia privata, il cosiddetto ISDS – Investor-state dispute settlement  cioè una forma di risoluzione privata delle controversie tra investitore e Stato. Attraverso questo sistema le multinazionali potranno non tenere conto dei diritti fondamentali vigenti negli Stati adire organismi di giustizia privata sovranazionali al fine di redimere le controversie con quegli Stati che intendessero rispettare le proprie disposizioni costituzionali a tutela – ad esempio – della salute e del lavoro!

Un vero e proprio cavallo di troia a tutela del capitale internazionale e a scapito dei diritti fondamentali.

Il CETA, già approvato dal Parlamento europeo pochi mesi fa, dovrà essere ora ratificato da ciascuno Stato membro a seconda delle procedure costituzionali di ognuno. In cambio chissà di quale incarico o beneficio (magari successivo all’attività politica) i nostri parlamentari consentiranno che sulle nostre tavole finiscano prodotti intrisi di antibiotici (rendendo gli stessi inefficaci quando ve ne sarà bisogno), condannando noi e i nostri figli alla schiavitù perenne! E chi si permetterà di alzare la testa o la voce, non troverà nello Stato un amico a difesa dei diritti fondamentali sanciti nelle Costituzioni nazionali!

Nel frattempo l’informazione di regime sonnecchia! La notizia che il Parlamento si accinga a ratificare il CETA è passata totalmente in secondo piano. Il televideo della Rai non ne fornisce neppure menzione!

Con il CETA gli Stati sono definitivamente morti! I criminali di Bruxelles continuano la loro opera distruttiva nei confronti delle Costituzioni nazionali, quindi della libertà, dei diritti fondamentali e della democrazia! E i nostri parlamentari, a libro paga del capitale internazionale, eseguono acriticamente gli ordini provenienti dalla criminale sovrastruttura EUropea!

Un Parlamento eletto con meccanismi elettorali dichiarati incostituzionali, in grave e palese alterazione dei principi di rappresentatività democratica (Corte costituzionale, sentenza n. 1/2014; Corte di Cassazione, sentenza n. 8878/2014), continua indisturbato la sua opera distruttiva della Costituzione! 

 Giuseppe PALMA

 

 

Ius Soli, euro ed esercito industriale di riserva (di Giuseppe PALMA)

Lo avrò scritto migliaia di volte: l’euro, essendo un accordo di cambi fissi, impedisce agli Stati di intervenire sul cambio per poter tornare ad essere competitivi, costringendoli a scaricare il peso della competitività sul lavoro attraverso la riduzione dei salari e la contrazione delle garanzie contrattuali e di legge in favore del lavoratore.

Le garanzie costituzionali, con l’euro, diventano pertanto lettera morta!

Ciò detto, per poter salvare l’euro, occorre non solo ridurre i salari, ma bisogna soprattutto smantellare le tutele costituzionali in favore dei lavoratori. Riforma Fornero e Jobs Act ne sono un esempio tangibile. Idem la Loi travail in Francia ed Hartz IV in Germania.

Ma non basta. Occorre creare una guerra tra poveri affinché il lavoratore, pur di lavorare e non morire di fame, accetti condizioni di lavoro schiavistiche e salari ridotti. E quale migliore occasione se non quella di far arrivare in Europa milioni di persone pronte alla manovalanza in grado di accettare 2-3 euro per ogni ora di lavoro? Gli italiani, a quel punto, invece di pretendere (giustamente) una paga dignitosa da 10-15 euro l’ora, dovranno ridimensionare le pretese avvicinandosi a quelle degli immigrati. In tal modo l’euro è salvo! E poco importa se la Costituzione sia totalmente smantellata! Ce lo chiede l’Europa!

La legge sullo Ius Soli, se approvata, concederebbe la cittadinanza a milioni di figli di immigrati nati nel nostro Paese, i quali, grazie all’ottenimento della cittadinanza, sarebbero italiani a tutti gli effetti. Quindi non vi sarebbe neppure un’eventuale rivendicazione italiani-stranieri: la lotta per la sopravvivenza sarebbe solo tra “italiani”, con la differenza di aver aumentato esponenzialmente il numero di poveri allo scopo di creare le perfette condizioni per una concorrenza spietata che miri alla riduzione dei salari e allo smantellamento delle garanzie costituzionali in favore dei lavoratori italiani. Ce lo chiede l’Europa! 

Karl Marx ne “Il Capitale” parlava di esercito industriale di riserva, cioè di quella enorme forza lavoro di manovalanza in grado di tutelare e salvaguardare gli interessi e le finalità del capitale a scapito delle retribuzioni e dei diritti fondamentali del lavoratore!

E’ pur vero che il “nostro” Ius Soli sarebbe temperato (quindi non uno Ius Soli puro), ma è altrettanto vero che – qualora approvato – incentiverebbe una guerra tra poveri a scapito non solo di quanto premesso, ma anche del benessere generale. Da Monti in poi, infatti, allo scopo di salvare l’euro, siamo costretti a vivere ogni giorno sotto il continuo attacco di ricette economiche criminali e neo-naziste!

Ad avallare il crimine, oltre ai nostri governanti illegittimi e ai giornalai di regime, ci sono anche i sedicenti intellettuali, cioè quegli scribacchini salariati a libro paga del capitale internazionale, che hanno avuto l’ardire di firmare addirittura un manifesto in favore della legge sullo Ius Soli. Esattamente come fecero contro il commissario Calabresi!

Il tutto per mano di un Parlamento eletto con meccanismi elettorali dichiarati incostituzionali e in grave alterazione del principio di rappresentatività democratica (Corte costituzionale, Sent. n. 1/2014; Corte di Cassazione, Sent. n. 8878/2014)!

Tuttavia, io preferisco ricordarmi delle parole di Sciascia: “se mi chiamano intellettuale, non mi volto“!

Svegliati popolo! Se non farai nulla, tra qualche anno sarai definitivamente schiavo! 

Giuseppe PALMA

 

100.000 volte grazie! In appena quattro mesi abbiamo superato le centomila visualizzazioni!

In appena quattro mesi (il blog ha aperto i battenti il 14 febbraio di quest’anno) abbiamo superato le 100.000 visualizzazioni!

Grazie mille e continuate a seguirci! Insieme, ripristineremo i principi inderogabili della Costituzione del 1948!

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Nuovamente grazie!

Avv. Giuseppe PALMA (fondatore e autore principale de lacostituzioneblog.com)

 

Giuseppe PALMA per Marco MORI sindaco di Genova (breve intervista televisiva): sforare il patto di stabilità interno!

Genova, elezioni amministrative 2017

Propongo qui di seguito il VIDEO della breve intervista televisiva che ho rilasciato su “Primo Canale” sabato 3 giugno 2017. Temi: violazione del patto di stabilità interno e ripristino dei diritti fondamentali!

Giuseppe PALMA

Sono candidato al Consiglio comunale di Genova con la lista “Riscossa Italia“, per Marco MORI sindaco (elezioni amministrative 11 giugno 2017):

Giuseppe PALMA

 

Comuni italiani, sforate il patto di stabilità interno! L’intervista che Giuseppe PALMA ha rilasciato ad AbruzzoWeb

Riportiamo qui di seguito l’intervista che l’avv. Giuseppe PALMA, candidato a Genova come Consigliere comunale con la lista “Riscossa Italia” – Marco MORI sindaco, ha rilasciato al quotidiano on-line AbruzzoWeb (05 giugno 2017):

Comuni italiani, sforate il patto di stabilità interno!

 (direttamente da AbruzzoWebhttp://www.abruzzoweb.it/contenuti/comuni-italiani-sforate-patto-stabilita-e-strozzinaggio-ora-piu-spesa-pubblica-/629253-2/)

Articolo a firma di Roberto Santilli
L’AQUILA – “Tecnicamente, i Comuni italiani non hanno più soldi. C’è il patto di stabilità interno, la cui genesi è nei vincoli esterni dell’Unione Europea, costituzionalizzati con la legge n. 1 del 2012 che è, per riassumere, quella del pareggio di bilancio in Costituzione sia a livello locale che nazionale. E allora, per cominciare, i Comuni sforino il patto di stabilità e lascino perdere i fondi europei, uno degli strumenti di ricatto e di maggiore impoverimento del Paese”.

Così ad AbruzzoWeb Giuseppe Palma, avvocato e scrittore che di recente è stato tra i relatori a L”Aquila del convegno sull’uscita dell’Italia dall’Euro, “Italexit”, organizzato da questo giornale.

Nel clima della campagna elettorale in Italia per le elezioni comunali, Palma punta a spiegare, come sta facendo a Genova (candidandosi al Consiglio comunale) con il candidato sindaco di “Riscossa Italia” Marco Mori – avvocato che in passato ha denunciato, chiedendone l’arresto, tra gli altri, l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e l’ex premier Mario Monti, – quelle questioni che difficilmente trovano spazio nei dibattiti e nelle proposte elettorali.

“Siamo ormai al punto in cui i Comuni chiedono in prestito i soldi alle banche – spiega, polemizzando, l’avvocato Palma – le quali, ovviamente, applicano tassi di interesse come se si trattasse di un normale prestito a chiunque. I Comuni, quindi, usano le tasse per ripagare il prestito, come un poveretto che chiede i soldi allo strozzino”.

“E si faccia attenzione quando i politici e i tecnici si riempiono la bocca con aggettivi come ‘virtuoso’, o con i fondi europei, altro strumento folle nell’Italia dell’Euro – prosegue l’esperto –. Essere virtuosi è una ottusità alla Monti, è un concetto sdoganato da lui e da quelli come lui. Lo Stato, gli Enti locali, non sono come una famiglia. La famiglia deve poter risparmiare, Stato ed Enti locali assolutamente no! Per fare gli interessi della collettività occorre più spesa pubblica, non tagli! Nel sistema dell’euro e dei vincoli esterni, invece, se qualcuno non lo ha ancora inteso, si tagliano le voci di spesa pubblica più sensibili e si privatizzano i servizi pubblici essenziali, in pratica si massacrano i più deboli, si crea povertà diffusa.

E attenzione anche quando ci parlano degli sprechi, i quali, benché deprecabili, non c’entrano assolutamente nulla con la crisi economica.

Perché, parlando solo e soltanto di sprechi, non si dà mai spazio al fatto, ad esempio, che da oltre vent’anni l’Italia fa avanzo primario, cioè tassa più di quanto spende, al netto degli interessi passivi sul debito pubblico, in un sistema, quello dell’Euro, che costringe gli Stati privi ormai di sovranità monetaria a prendere in prestito i soldi dai mercati dei capitali privati, cioè dagli strozzini, e che quindi diventano proprietari delle nostre vite e delle Istituzioni”.

“È lo Stato che deve garantire i trasferimenti agli Enti Locali in misura di ciò che occorre a soddisfarne tutte le esigenze – dice ancora Palma – altrimenti, sarà sempre più facile tagliare tutto per tenersi in piedi. L’originaria formulazione dell’articolo 119 della Costituzione era perfetta: lo Stato trasferiva agli Enti Locali ciò che serviva per soddisfarne tutti i bisogni. Punto. Ora, con l’euro e l’Unione Europea, non è più così”.

Sui Comuni che non possono creare lavoro, Palma afferma che “Possono invece farlo nei limiti di spesa. È tuttavia impossibile nel sistema euro creare la piena occupazione, mentre  in passato era diverso. Perché si chiedevano i trasferimenti allo Stato, perché soprattutto al sud deindustrializzato si toglievano le persone dalle rovine della disoccupazione assumendole nelle amministrazioni locali, mentre al nord il fenomeno era meno ‘forte’, ma anche il nord ormai è pressoché deindustrializzato. Gli ‘orrori’ del modello economico neoliberista si trovano anche al nord”.

Dunque, per il giurista e scrittore di origini pugliesi, “Bisogna aumentare la spesa pubblica, non diminuirla. Quindi, per quel che riguarda i Comuni, è necessario violare il patto di stabilità interno. Non va mai dimenticato che c’è una sentenza della Corte Costituzionale, la numero 275 del 2016, che dice che il principio dell’equilibrio di bilancio, cioè il pareggio di bilancio, non può mai prevalere sui diritti incomprimibili. Quindi, va da sé che per garantire questi diritti, si possa violare il patto di stabilità interno. E chi parla di fondi europei è come quel tale che ti consiglia di andare dallo strozzino. Idem i project financing, alla fine si va sempre a bussare al privato, facendo più danni di quanti se ne possano immaginare”.

Sulla campagna elettorale al fianco di Mori a Genova – conclude Palma – “La stiamo portando avanti sul territorio, utlilizzando al meglio anche i social network e le tv locali. Non so come risponderà elettoralmente la cittadinanza, ma per noi è arrivata l’ora di spezzare le catene euriste. Le stesse che producono il terribile e criminale patto di stabilità interno”.

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Intervista che l’avvocato Giuseppe PALMA ha rilasciato al quotidiano on-line AbruzzoWeb il 05 giugno 2017: http://www.abruzzoweb.it/contenuti/comuni-italiani-sforate-patto-stabilita-e-strozzinaggio-ora-piu-spesa-pubblica-/629253-2/

 

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Tedeschellum (o Tedescum): a breve uscirà un libro di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA sui sistemi elettorali! Un utile vademecum sulla nuova legge elettorale

Potrebbe uscire già a giugno, comunque non più tardi di luglio.

Si tratta di un nuovo libro, scritto a quattro mani dal prof. Paolo BECCHI e dall’avv. Giuseppe PALMA, con il quale gli autori – oltre a spiegare i meccanismi di quella che sarà la nuova legge elettorale italiana – svolgeranno ampie analisi anche sui sistemi elettorali vigenti in Italia dal 1946 ai giorni nostri, presentandone criticità e aspetti poco conosciuti.

Becchi e Palma ci spiegheranno dunque come i sistemi elettorali siano capaci di incidere – soprattutto in chiave negativa – sulla democrazia e sugli equilibri istituzionali: compresi gli ampi aspetti critici di quello che sarà il cosiddetto Tedeschellum o Tedescum

E’ bene che gli italiani, prima di recarsi a votare, conoscano sufficientemente la nuova legge elettorale. Il professore e l’avvocato si assumono pertanto questo onore ed onere: l’assoluta mancanza di una corretta informazione sul porcellum determinò i disastri che tutti ben conosciamo. E ciò non deve più accadere…

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COME FUNZIONA IL SISTEMA ELETTORALE TEDESCO CHE SEMBRA PIACERE A RENZI-GRILLO-BERLUSCONI (di Giuseppe PALMA)

Sembra che le forze politiche, seppur con qualche distinguo, vogliano portarci verso un sistema elettorale “alla tedesca”.
Ma come si sposerebbe il nostro quadro politico con una legge elettorale come quella vigente in Germania?
Anzitutto vediamo come funziona il sistema elettorale tedesco.
L’elettore esprime due voti: il PRIMO VOTO serve ad eleggere i candidati nei collegi uninominali col sistema first-past-the-post (ottiene il seggio il candidato che ottiene più voti in ciascun collegio uninominale), mentre il SECONDO VOTO (che è il più importante) serve a determinare attraverso il sistema proporzionale la composizione numerica dei seggi spettanti a ciascuna lista in base ai voti ottenuti.
Soglia di sbarramento al 5%.
Una volta determinato con il secondo voto il numero di seggi spettanti a ciascuna lista all’interno del Bundestag, gli eletti vengono scelti in base ai risultati elettorali del primo voto (collegi uninominali).
Qualora la lista elegga nei collegi uninominali meno candidati di quelli che le spetterebbero in base ai risultati del secondo voto, i restanti degli eletti vengono cooptati dai listini bloccati redatti da ciascuna lista prima delle elezioni (l’elettore in tal caso non esprime nessuna preferenza per i candidati).
Se viceversa nei collegi uninominali (primo voto) risultassero vincenti più candidati rispetto ai seggi spettanti alla lista così cone stabiliti con il secondo voto, viene innalzato il numero dei componenti del Bundestag fino a contenere tutti gli eletti nei collegi uninominali.
Tale sistema, perché trovi applicazione in Italia, dovrebbe presuppore una revisione costituzionale in ordine all’eventuale superamento della rigidità normativa circa la componente numerica di entrambi i rami del Parlamento (tesi giustamente sostenuta dall’amico Paolo Becchi qualche giorno fa su Libero). Una soluzione ritenuta del tutto bizzarra e certamente irrealizzabile.
Tuttavia, il sistema tedesco potrebbe adeguarsi al nostro quadro politico-istituzionale prevedendo l’assegnazione dei seggi entro e non oltre la composizione numerica del Parlamento così come prevista dalla Costituzione.

Io, sinceramente, sul “tedesco” nutro serie perplessità.

A breve uscirà un libro, scritto a quattro mani da me e dal prof. Paolo Becchi, proprio su come le leggi elettorali incidano sugli equilibri democratici. In esso, oltre a presentare quella che sarà la nuova legge elettorale, io e Becchi spiegheremo altresì tutti i meccanismi elettorali dal 1946 ad oggi, con ampie analisi.

Giuseppe Palma