Libero presenta il nuovo libro di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA: “Come finisce una democrazia. I sistemi elettorali dal dopoguerra ad oggi”

Dal quotidiano Libero del 23 settembre 2017:

Pubblichiamo in anteprima uno stralcio di Come finisce una democrazia, ebook di Paolo Becchi e Giuseppe Palma uscito per la casa editrice Arianna

Se da un lato il sistema elettorale vigente nel Paese dal 1946 al 1993 rispettava il dettato costituzionale, quelli venuti dopo hanno cercato – chi più chi meno – di manipolare la volontà degli elettori. Nel caso del Mattarellum abbiamo visto come la democrazia rappresentativa e pluralista lasciava il posto ad un sistema maggioritario che – pur non essendo mai finito dinanzi al giudizio della Consulta -vanificava almeno in parte i risultati elettorali ottenuti dai partiti minori (…).

Tuttavia il Mattarellum rientrava ancora nell’architettura costituzionale disegnata dai Padri Costituenti (…). Con il porcellum, invece, le cose sono precipitate perché, oltre ad avere deputati e senatori tutti nominati e non scelti direttamente dai cittadini, la composizione di entrambe le Camere era falsata da un premio di maggioranza attribuito senza neppure la previsione di una soglia minima di voti oltre la quale il premio avrebbe dovuto trovare applicazione. Il problema, oltre che tecnico-costituzionale, è però politico: dalla democrazia rappresentativa della Prima Repubblica (con i suoi difetti) siamo passati alla democrazia dei video-spot, per poi evolverci verso la post-democrazia del clic … È innegabile l’esistenza di un filo rosso che collega le scelte politiche degli ultimi decenni alle leggi elettorali adottate. Il porcellum, infatti, andava nella direzione di esautorare la volontà degli elettori (…). E così anche con i tentativi seguenti. Ci hanno provato sia con le leggi elettorali sia con la Costituzione, ma, visti gli esiti dell’ultimo referendum confermativo dello scorso 4 dicembre, ci sono riusciti solo in parte. Scriviamo «in parte» perché in realtà la Costituzione ha subìto – con esito favorevole – la modifica del 2012 sull’introduzione nella Carta costituzionale del vincolo del pareggio di bilancio, l’ennesimo «vincolo esterno» imposto dalla sovrastruttura europea, del tutto in contrasto con i principi inderogabili della Costituzione. Era solo un tassello del progetto già iniziato con il Trattato di Maastricht e soprattutto con i seguenti regolamenti con i quali è stato introdotto l’euro … In materia di legge elettorale i giochi – al momento – sono ancora aperti. Alla data di uscita di questo libro – nella versione digitale – sul tavolo vi sono ancora quattro possibilità: 1) l’eventuale approvazione entro la fine della Legislatura, qualora vi fossero condizioni politiche favorevoli, del nuovo testo presentato dal Partito Democratico (…) Rosatellum bis; 2) la ripresa del dibattito parlamentare sul modello «tedesco all’italiana»; 3) nessuna nuova legge elettorale con la conseguenza che si andrà al voto con il Legalicum per la Camera ed il Consultellum per il Senato, cioè rispettivamente con l’Italicum ed il porcellum (…); 4) l’armonizzazione delle due leggi elettorali oggi vigenti (Legalicum e Consultellum) attraverso alcuni ritocchi alle stesse, così come auspicato e suggerito dalla Corte costituzionale (…) A parere nostro non esiste un sistema migliore di un altro. Qualunque legge elettorale non può in ogni caso prescindere dal rispetto dei principi costituzionali. (…) Resuscitare il Mattarellum originario sarebbe in effetti la cosa più semplice, ma siamo certi che proprio per questo non avverrà…

Articolo apparso su Libero il 23 settembre 2017.

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Per chi volesse acquistare il libro (attualmente disponibile solo in e-book):

L’elenco delle librerie on-line sarà in continuo aggiornamento:

IMPORTANTE! APPENDICE al libro sul MATTARELLUM CAPOVOLTO o ROSATELLUM bis:

 

 

Legge elettorale: è uscito il libro di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA “COME FINISCE UNA DEMOCRAZIA. I SISTEMI ELETTORALI DAL DOPOGUERRA AD OGGI” – Arianna editrice (in ebook)

COME FINISCE UNA DEMOCRAZIA. I sistemi elettorali dal dopoguerra ad oggi

di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA

Arianna editrice, 22 settembre 2017 (in e-book)

Il tema della legge elettorale, con tutti i suoi inevitabili tecnicismi, non attira nessuno se non il solito pubblico molto ristretto degli addetti ai lavori o appassionati dell’argomento. Eppure, in fin dei conti, dopo la Costituzione si tratta della legge più importante di un Paese, quella che stabilisce le regole del “gioco democratico” che devono essere rispettose del dettato costituzionale. Ora, il nostro Parlamento è riuscito per ben due volte ad adottare leggi elettorali che, sottoposte entrambe al vaglio della Corte costituzionale, non l’hanno superato.

Sconcertati da tutto ciò abbiamo deciso di presentare un contributo che tracci, in modo sintetico, la storia dei sistemi elettorali che si sono succeduti in Italia dal dopoguerra ad oggi, prospettando ed analizzando anche le possibili soluzioni con le quali andremo a votare alle prossime elezioni politiche: dalle due leggi elettorali uscite dalle sentenze della Consulta numm. 35/2017 e 1/2014 (vale a dire il Legalicum alla Camera e il Consultellum al Senato, cioè l’Italicum e il porcellum così come falcidiati dalla Corte costituzionale), all’ipotesi di un modello tedesco “all’italiana” – un porcellinum con crauti – sul quale sembrava che tutti fossero d’accordo – e che poi si è arenato, sino alla novità dell’ ultima ora rappresentata dal Mattarellum capovolto.

Questa storia infinita dimostra una cosa sola. Renzi con la sconfitta al referendum ha perso la sua battaglia politica e ora sta cercando di fare approvare una legge elettorale in cui tutti saranno al contempo vincitori e perdenti. La conseguenza? Un caos post-elettorale di cui sapranno approfittare i poteri forti. Così finisce una democrazia.

Il libro (al momento disponibile solo in formato e-book) è in vendita nelle principali librerie on-line:

L’elenco delle librerie on-line sarà continuamente aggiornato!

ATTENZIONE!Come finisce una democrazia. I sistemi elettorali dal dopoguerra ad oggi” è uscito a ridosso della presentazione, da parte del Partito Democratico, di una nuova proposta di legge elettorale giornalisticamente definita Mattarellum capovolto o Rosatellum bis, depositata in Commissione Affari Costituzionali alla Camera dei deputati nella seduta di giovedì 21 giugno 2017. Tale nuovo sistema è stato spiegato nel libro molto brevemente e in linea generale, senza eccessivi tecnicismi, anche per entrare sin da subito e a pieno titolo nel dibattito politico e parlamentare. Ciò rende necessaria la pubblicazione di un’APPENDICE qui di seguito riportata in pdf, nella quale spieghiamo nel dettaglio (e con i necessari tecnicismi) i meccanismi elettorali del MATTARELLUM CAPOVOLTO (chiaramente in ordine al testo presentato in Commissione il 21 settembre), oltre all’indicazione della scheda elettorale, delle osservazioni critiche e di alcune correzioni. Per scaricare l’APPENDICE è sufficiente cliccare sul link sottostante: 

L’APPENDICE di cui sopra verrà opportunamente aggiornata nell’eventualità il Mattarellum capovolto giungesse ad approvazione definitiva da parte di entrambe le Camere entro fine Legislatura. 

Giuseppe PALMA, Paolo BECCHI

 

Legge elettorale: il Mattarellum capovolto quale ultima mossa disperata del PD (articolo di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di oggi)

Il Pd sa già di aver perso le elezioni politiche, dopo la batosta che si annuncia alle regionali siciliane. Ma non vuole finire all’opposizione. Per questo cerca tutte le soluzioni possibili per ingarbugliare l’esito del voto impedendo a chiunque, coalizioni comprese, di raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi, tanto alla Camera che al Senato. Ci ha provato prima col rosatellum, poi col tedeschellum e infine ha paventato l’idea di andare a votare con le due leggi elettorali uscite dalla Corte costituzionale, senza alcune armonizzazione.

Quest’ultima soluzione è stata osteggiata da più parti, oltre che dal presidente della Repubblica che, da sempre, invita il Parlamento a legiferare in materia elettorale, omogeneizzando quanto meno le due leggi uscite dalla Consulta. Ma niente da fare. Ed ecco che arriva un altro bel fungo avvelenato, sempre raccolto dal Pd, che propone l’idea di un Mattarellum «capovolto» (o rosatellum corretto), cioè con il 37% dei seggi da attribuirsi col sistema maggioritario secco a turno unico, all’inglese, e ben il 63% col sistema proporzionale a listini bloccati, cioè senza preferenze e senza voto disgiunto ma coni nomi dei candidati espressamente indicati sulla scheda elettorale. Con la novità che la soglia di sbarramento sarebbe del 3% e non del 5%, tanto per accontentare Alfano e cespuglietti centristi vari.

Insieme al fatto che i seggi da attribuirsi con l’uninominale saranno appena poco più di un terzo, sarà proprio la bassa soglia di sbarramento prevista per la quota proporzionale che renderà impossibile, in un sistema tripolare, raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi a nessuno dei contendenti. E ciò creerà quel caos post-elettorale a cui Renzi mira e che rimetterà in gioco il Pd, anche da sconfitto. Bisognerebbe avere il coraggio di bloccare sul nascere questa follia. Se proprio si vuole il Mattarellum si faccia «rivivere» la vecchia legge elettorale, nel caso con qualche ritocco, e si vada a votare con quella. Nessuno solleverà la questione della incostituzionalità di una legge fatta dall’attuale presidente della Repubblica.

Questa storia infinita della legge elettorale dimostra comunque solo una cosa: Renzi con la sconfitta al referendum ha perso la sua battaglia politica e ora sta soltanto cercando di vendere cara la pelle.

di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA su Libero di oggi, 20 settembre 2017 (a pagina 5)

Legge elettorale: Renzi vuole il caos post-elettorale. Al centro-destra serve il listone (articolo di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di oggi)

Chi, come Renato Brunetta, sta aspettando che il Parlamento approvi una nuova legge elettorale, rischia di aspettare Godot, che non arriverà mai. Andremo probabilmente a votare con le due leggi elettorali uscite dalla Consulta, cioè con il Legalicum alla Camera e con il Consultellum al Senato, vale a dire rispettivamente con l’Italicum e il Porcellum così come smembrati dalla Corte costituzionale con sentenze numm. 35/2017 e 1/2014.

E ciò non è per caso. Il Partito democratico ha già messo in conto di subire una sonora batosta elettorale. Renzi sa benissimo che, se si andasse a votare con un sistema maggioritario, sarebbe fuori dai giochi. Se invece si andasse a votare con un sistema proporzionale, il Pd – pur perdendo le elezioni – potrebbe ancora dire la sua entrando a far parte di una coalizione di governo post-elettorale guidata da un nuovo “Monti”, cioè da un esecutore qualunque delle volontà di Bruxelles.

Le due leggi elettorali uscite dalla Consulta consentirebbero infatti al Pd di rimanere in gioco anche da perdente. È pur vero che il Legalicum prevede l’assegnazione di un premio di maggioranza alla Camera consistente nell’attribuzione del 54% dei seggi alla lista che ottiene almeno il 40% dei voti, ma è anche vero che una soglia così alta è proibitiva per chiunque. E anche se un’eventuale listone di centro-destra potesse raggiungerla, lo stallo si potrebbe verificare al Senato, dove il Consultellum non prevede alcun premio di maggioranza. Ci vorrebbe poco ad estendere il premio anche al Senato, ma non è detto che questo avvenga. Renzi mira a creare il caos post-elettorale e queste due leggi sono in grado di consentirglielo. Però non tutto è perso. Vediamo perché.

Il centro-destra potrebbe formare un listone unitario alla Camera (in modo da tentare di raggiungere il 40%) e correre in coalizione – ciascuno con la propria lista – al Senato, in modo da raggiungere percentuali alte al Nord (in Lombardia, Veneto e Piemonte la coalizione di centro-destra dovrebbe ottenere più del 50% dei voti in ciascuna Regione), vincere seppur di misura nella maggior parte delle Regioni del Centro-Sud (ottenendo ottime affermazioni in Puglia, Lazio, Campania, Abruzzo e Sicilia), e tentare così di conquistare almeno 159 seggi a Palazzo Madama, ai quali se ne aggiungerebbero un paio dalle circoscrizioni estero, raggiungendo così la fatidica quota 161, cioè la maggioranza assoluta dei seggi. Impresa difficile da realizzare, ma non del tutto impossibile.

La situazione sarebbe invece proibitiva per il M5s. Anche perché i pentastellati non faranno alleanze pre-elettorali con nessuno e quindi diventa per loro comunque impossibile riuscire ad ottenere la maggioranza assoluta al Senato. E stesso discorso dicasi alla Camera. Tuttavia, non fare alleanze prima non significa non farle dopo ed anzi è molto probabile che se il M5s dovesse, in assenza di listone del centro-destra, risultare il primo partito, il Capo dello Stato dovrà comunque dare l’incarico a Di Maio, il quale si metterà d’accordo con il Pd o con la Lega. Basta intendersi sul reddito di cittadinanza e il gioco è fatto. Insomma il listone potrebbe essere anche utile per evitare alcuni giochetti post-elettorali.

Il listone, però, alla Camera potrebbe scontentare Salvini nei voti di preferenza, dove Forza Italia la farebbe da padrona al Centro-Sud. Per riequilibrare i rapporti di forza Salvini dovrebbe chiedere di inserire nel listone unitario la maggior parte dei candidati leghisti al Nord. In tal modo la Lega non si vedrebbe superata – su base nazionale – dai candidati di Forza Italia. Ciò non vuol certo dire che la Lega non debba presentare i suoi candidati al Centro-Sud all’interno del listone (in tal caso i nominativi dei candidati di “Noi con Salvini”), ma realisticamente non sono questi che gli consentiranno di avere un alto numero di seggi a Montecitorio. Per quanto riguarda invece la suddivisione dei capilista bloccati alla Camera, Forza Italia e Lega dovrebbero dividerseli in egual misura (si parlava del 37% ciascuno, lasciando il resto a Fdi e altri alleati), in modo da non creare gli scompensi che dicevamo prima. Al Senato, invece, dove non sono previsti capilista bloccati ma solo un voto di preferenza, varrebbe lo stesso discorso fatto per la Camera.

Il “listone” certo snatura il proporzionale, ma per il centro-destra è questo l’unico modo per tentare di raggiungere il premio ed evitare giochetti post-elettorali. I rapporti di forza tra i singoli partiti si vedrebbero comunque al Senato col voto di lista. Occorre fare di necessità virtù. Se Renzi – sapendo di perdere – tenta di non far vincere gli altri, bisogna, nell’interesse del Paese, attrezzarsi per contrastarlo.

Articolo di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA su Libero di oggi, 18 settembre 2017 (a pagina 5)

 

“Rinascimento”: critica costruttiva al nuovo libro di Sgarbi e Tremonti (di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero)

Qui di seguito l’articolo di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di mercoledì 13 settembre 2017, circa una critica costruttiva al nuovo libro di Vittorio SGARBI e Giulio TREMONTI: “Rinascimento“:

È uscito da qualche giorno un libro che già sta facendo molto discutere dal titolo programmatico “Rinascimento”, edito da Baldini & Castoldi e La nave di Teseo, scritto da Vittorio Sgarbi e Giulio Tremonti. Il libro è molto bello, anche per come si presenta nelle vesti grafiche, perfettamente curato e poi quando c’è la mano di Vittorio Sgarbi ogni pubblicazione acquista sempre una marcia in più. Verrà presentato oggi, alle 18 alla Fondazione del Corriere della Sera (sala Balduzzi, Milano). Dopo che Becchi ne ha già parlato in generale su questo giornale ci siamo spinti nella lettura, soffermandoci nello specifico su due proposte – avanzate da Giulio Tremonti – in ordine alla “questione europea”.

L’ex ministro dell’economia dei Governi Berlusconi propone infatti due soluzioni che – a suo parere – sarebbero idonee a superare l’ empasse nel quale si trova l’Italia ormai da parecchi decenni a causa dell’adesione all’Unione Europea e della moneta unica. La prima riguarda “l’avvio di un referendum, per rimuovere dalla nostra Costituzione la clausola di sottomissione ai “vincoli europei”, riportando l’esempio della Costituzione tedesca, mentre la seconda attiene alla richiesta – da formularsi all’Ue – di “eccezione italiana”, esattamente come fatto lo scorso anno dal Governo Cameron prima della Brexit.

Qui di seguito le nostre osservazioni. La seconda proposta è fattibile, e consisterebbe nel richiedere all’Ue condizioni particolari per noi più vantaggiose per continuare a farne parte, e quindi in deroga agli attuali Trattati europei. La prima proposta, quella del referendum, invece non è perseguibile. E ciò in ordine a diversi motivi che passiamo subito in rassegna.

La nostra Costituzione prevede soltanto due tipi di referendum. Quello abrogativo di cui all’art. 75 della Costituzione (quindi in questo caso non praticabile) e quello confermativo di cui all’art. 138 Cost., ma quest’ultimo presuppone una revisione costituzionale. Forse Tremonti sottintende, perché sia fattibile la sua proposta, l’approvazione di una legge costituzionale ad hoc come quella – ad esempio – che fu approvata dal Parlamento italiano per indire il referendum consultivo del 1989 (anche in quel caso in materia “europea”). Ma perché ciò sia fattibile, occorre appunto l’approvazione di una legge costituzionale secondo la procedura aggravata prevista dall’art. 138 della Carta. Ammesso che ciò avvenga, servono due votazioni sul medesimo testo da parte di Camera e Senato intervallate da un periodo non inferiore ai tre mesi. Ma non solo. Qualora nella seconda votazione la legge costituzionale non fosse approvata da entrambi i rami del Parlamento con una maggioranza di almeno i 2/3 dei componenti di ciascuna Camera, occorrerà – alle condizioni dettate dall’art. 138 Cost. – un referendum popolare di tipo confermativo. Solo successivamente, avvenuti tutti questi passaggi, si potrà indire il referendum suggerito da Tremonti. In parole povere, ci vogliono almeno due anni per realizzarlo e una forte volontà politica. E nel frattempo il Paese continuerebbe a versare in una situazione di agonia irreversibile.

Del tutto condivisibile è invece la seconda proposta avanzata dall’ex ministro. Si va in Europa e si chiede un Protocollo ad hoc che soddisfi le particolari esigenze italiane, in deroga alle pattuizioni previste dai Trattati europei, quindi in deroga non solo a Maastricht e a Lisbona, ma anche al Fiscal Compact. Ma per fare ciò occorre un Governo autorevole che abbia a cuore gli interessi della Nazione. Certo, la proposta di andare in Ue e chiedere per l’Italia un Protocollo eccezionale che tenga conto delle nostre esigenze economico-sociali è difficile che venga accolta. Ma non è questa una ragione sufficiente per non tentare, anche perché consentirebbe di aprire a Bruxelles una seria discussione che fin qui è mancata completamente. E se la proposta non venisse accolta si potrà sempre pensare a “divorziare”. A nostro avviso pertanto quanto proposto da Tremonti e Sgarbi nel loro libro sarebbe il primo obiettivo del futuro governo, sempre che ci lascino votare anzitutto un nuovo Parlamento.

di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA (Libero, 13 settembre 2017, pagina 8).

 

LEGGE FIANO: il regime totalitario è alle porte (di Giuseppe PALMA)

Quando un regime intende sentirsi vivo, non potendo più sentirsi tale coi contenuti in quanto esautoratosi da solo, cerca di combattere i fantasmi. Quelli del passato.

E’ il caso della proposta di “legge Fiano”, la quale – approvata ieri alla Camera dei deputati – mira a perseguire penalmente l’ideologia fascista e del partito nazionalsocialista tedesco, punendo con il carcere addirittura anche coloro che producono, distribuiscono, diffondono o vendono beni che raffigurano persone, immagini o simboli riferiti al fascismo o al nazionalsocialismo tedesco.

Ecco il testo dell’art. 293 bis del codice penale approvato ieri a Montecitorio:

Art. 293 bis c.p. «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque propaganda i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero dei relativi metodi sovversivi del sistema democratico, anche attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero ne fa comunque propaganda richiamandone pubblicamente la simbologia o la gestualità, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni. La pena è aumentata di un terzo se il fatto è commesso attraverso strumenti telematici o informatici».

In pratica vuol dire che chi produce o vende bottiglie di vino o accendini con la faccia di Mussolini rischia di essere punito con la reclusione da sei mesi a due anni. Pena che sarà aumentata di un terzo se un ragazzo posterà su twitter o facebook il capoccione del Duce con sotto scritto “ci manchi”! Siamo giunti ormai a questi livelli di censura autoritaria.

Ma l’idiozia arriva con la gestualità. Faccio un esempio: se sto parlando in piazza della Costituzione e dei suoi principi fondamentali, e mi metto con busto dritto e le mani sui fianchi, alzando magari leggermente il mento, commetto reato e rischio fino a due anni di carcere. Roba da matti, ma è così. E se lo faccio postando un video su facebook, la pena è aumentata di un terzo.

E poi, perché punire solo fascismo e nazionalsocialismo tedesco? E il comunismo allora? Conti alla mano, i morti e le atrocità di fascismo e nazismo sono ben poca cosa rispetto ai crimini efferati del comunismo!

Tuttavia, perseguire penalmente un’ideologia – sia pur essa la più sbagliata – è degno dei peggiori tiranni! Chi ha votato questa legge ha dei nomi: Partito Democratico (Renzi), Alternativa Popolare (Alfano), Articolo Uno (Bersani e Speranza) e cespuglietti affini.

Contrari: Movimento 5 Stelle, Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia.

Emanuele Fiano – non so se consapevolmente o meno – ha dato avvio all’instaurazione conclamata del nuovo regime fascista. Non quello di Mussolini. Ma quello del Partito Democratico e della sua idiozia. Ricordate George Orwell in 1984? «Il partito è democratico»!

Renzi, Bersani, Fiano, Speranza e compagnia bella, essendosi legati mani e piedi all’euro e ai vincoli capestro di Bruxelles, non possono più attuare i diritti fondamentali costituzionalmente garantiti. Per questo, allo scopo di sentirsi vivi, tentano di emergere e sopravvivere in due modi: regalando diritti cosmetici e perseguendo i fantasmi. In questo caso addirittura l’ideologia di un partito che non esiste più, fondato da un uomo morto ben 72 anni fa.

Del resto, dal punto di vista giuridico, l’art. 293 bis del codice penale sarebbe in palese contrasto con il primo comma dell’art. 21 della Costituzione, oltre che con la XIIa disposizione transitoria e finale della Carta, la quale vieta espressamente solo la ricostituzione del disciolto partito fascista e non anche l’ideologia. Ma chi scrisse la Costituzione si chiamava Benedetto Croce, Meuccio Ruini, Piero Calamandrei. Mica Emanuele Fiano, Roberto Speranza o Valeria Fedeli.

Altri tempi. Altro livello culturale. Altri uomini.

Ora il provvedimento, per diventare legge, dovrà essere approvato nel medesimo testo anche al Senato. Preparatevi: la dittatura è alle porte.

Avv. Giuseppe PALMA

P.S. Per approfondire l’argomento, è possibile leggere questo mio articolo pubblicato a luglio sempre su questo blog: http://lacostituzioneblog.com/2017/07/11/lantifascismo-dei-neo-fascisti-di-giuseppe-palma/

 

 

 

Brexit: la Camera dei Comuni cancella 19.000 norme e direttive europee (di Giuseppe PALMA)

Theresa May fa sul serio.

Ieri sera la Camera dei Comuni ha infatto approvato, con 326 voti favorevoli e 290 contrari, la legge con la quale il Regno Unito potrà abrogare lo European Communities Act del 1972, quindi revocare la potestà legislativa dell’Unione Europea sull’UK e inglobare nella legislazione nazionale l’intera normativa euopea per poi decidere quale tenere, quale riformare e quale abrogare.

Il passaggio parlamentare non era nè agevole nè scontato: la maggioranza a Westminster che sostiene il Governo May è risicata, infatti i Consevatori (Tory) devono fare affidamento su dieci deputati appartenenti alla destra unionista irlandese (Dup). Il dibattito è stato molto aspro per via della forte opposizione sia del partito Laburista (Labour) guidato da Jeremy Corbyn che del partito liberal-democratico (Libdem), oltre che degli indipendentisti scozzesi. 

Alla fine Theresa May ce l’ha fatta. Un’eventuale bocciatura della Great Repeal Bill (Grande Legge di Revoca) avrebbe certamente complicato – e non di poco – il percorso della Brexit, dando vita ad un “divorzio” caotico.

Alle elezioni politiche britanniche di giugno i Conservatori di Theresa May, pur ottenendo su base nazionale il 5% di voti in più rispetto a quelli ottenuti da Cameron nel 2015, per effetto del sistema maggioritario di collegio a turno unico si è vista assegnare meno seggi rispetto alle elezioni di due anni fa, rendendo indispensabile per la tenuta di Governo l’alleanza con il Dup. Alleanza che, al primo appuntamento importante, ha retto senza alcuna sbavatura!

La Brexit va avanti e il Governo May fa sul serio. Con buona pace dei filo-europeisti che tentano in tutti i modi di vanificare il chiaro esito elettorale del referendum del 23 giugno scorso.

Avv. Giuseppe PALMA

Similitudini nella storia: cos’hanno in comune i minibot di Borghi con la prima fase della Rivoluzione francese? (di Giuseppe PALMA)

La storia ci insegna molto.
E va letta con attenzione, soprattutto per capirne il presente.
I minibot di Claudio Borghi – che io e Paolo Becchi abbiamo ben spiegato su Libero una decina di giorni fa (http://lacostituzioneblog.com/tag/giuseppe-palma-sui-minibot/) – sono come i primi due anni della Rivoluzione francese: col re sul trono ma con una Costituzione che ne limitava e delineava il potere, dando al popolo i primi barlumi di libertà.
La fine arrivò solo dopo quasi due anni dall’adozione della Costituzione del 1791.
E lo stesso sarà per l’euro.
Si poteva passare dalla tirannia alla libertà in breve tempo? No, occorreva un passaggio intermedio, cioè una Costituzione che mantenesse (momentaneamente) il re sul trono.
Il re lo accettò? Assolutamente no! La monarchia assoluta non poteva essere messa in discussione. Esattamente come le élite fanno oggi con l’euro: una difesa ad oltranza e da tifoseria.

Re Luigi XVI, pur accettando la corona di spine messagli sul capo da Mirabeau e dall’Assemblea Costituente, fece di tutto per restaurare la monarchia assoluta. Ma non vi riuscì. I suoi piani naufragarono a Varennes. Le élite che oggi tengono in piedi l’euro avranno medesime mire e medesimo destino.
Robespierre, il rivoluzionario più sanguinario, un mese prima della caduta della monarchia si disse ancora convintamente monarchico. E la notte del 10 agosto 1792 – mentre i parigini si dirigevano alle Tuilleries – lui si nascose in cantina.
Danton, il più grande tra i rivoluzionari, rimase monarchico fino alla notte antecedente la caduta della monarchia, quando se ne andò a dormire nel bel mentre che il popolo marciava verso il Palazzo reale.

Ciò significa che la storia, quella vera, è molto diversa dalle leggende lasciateci dagli intellettuali salariati. Ed è proprio dalla storia vera che occorre trarre gli insegnamenti necessari per comprendere il presente e sconfiggerne le storture.
Per proprietà transitiva, che nella storia si ripropone quasi sempre, la fine dell’euro dovrà passare da una fase intermedia (i minibot per l’appunto), esattamente come la fine dell’assolutismo monarchico passò da una fase intermedia di monarchia costituzionale.

E chi non vorrebbe la fine di una tirannia nel minor tempo possibile? E l’euro rappresenta certamente la peggiore delle tirannie. Ben peggiore dell’Ancien Regime, il quale aveva comunque in sé parecchi aspetti positivi. Ma per potersi liberare dall’euro occorrerà prima creare le condizioni necessarie per non avere la pistola fumante della Bce puntata alla tempia. E i minibot sono – a mio parere – una buona soluzione.

L’assolutismo monarchico fu distrutto passando da una Costituzione che manteneva ancora il re sul trono. Per questo occorrerà distruggere la feroce tirannia dell’euro con la massima sapienza, sapendo che occorrerà un periodo di transizione.

Avv. Giuseppe PALMA

 

Perché la democrazia è morta. E per mano di chi (di GiuseppePALMA)

Gli equilibri istituzionali di un regime democratico e il rapporto popolo-Istituzioni sono due delle cose più delicate al mondo.

Questi equilibri in Italia sono crollati. E il rapporto popolo-Istituzioni presenta crepe irreversibili. Vi spiego il perché.

Con sentenza n. 1/2014 la Corte costituzionale dichiarò l’incostituzionalità della legge elettorale denominata porcellum (cioè della legge n. 270/2005) sia nella parte in cui questa non prevedeva la facoltà in capo all’elettore di esprimere le preferenze per i candidati, sia nella parte in cui non era prevista una soglia minima di voti oltre la quale avrebbe potuto trovare applicazione il premio di maggioranza.

La XVIIesima Legislatura (cioè quella ancora in corso) si è dunque formata – al pari delle due precedenti – attraverso meccanismi elettorali dichiarati incostituzionali. Anche la Suprema Corte di cassazione, con sentenza n. 8878/2014, ha confermato la grave alterazione del principio di rappresentanza democratica.

Ma entriamo nel dettaglio.

La Corte costituzionale, nel dichiarare l’incostituzionalità del porcellum, ha precisato che le Camere – essendo organi indefettibili – non possono non legiferare, anche se costituitesi in frode alla Costituzione.

E fin qui nulla di sconvolgente, tanto più che non spetta di certo alla Corte costituzionale decidere se e quando sciogliere le Camere.

Il problema, oltre ad essere giuridico, è soprattutto politico: il Presidente della Repubblica di allora, Giorgio Napolitano, avrebbe dovuto mostrare maggiore sensibilità costituzionale ed invitare il Parlamento ad approvare quanto prima una legge elettorale che fosse conforme alla Costituzione in modo tale da chiamare il Paese alle urne in tempi ragionevoli, cosa che non ha fatto. Nè lui nè il suo successore Sergio Mattarella. Anzi, nel caso di Napolitano, questo sollecito’ addirittura le Camere ad andare avanti con le riforme, che in quel periodo erano la riforma del mercato del lavoro e la revisione costituzionale.

Dal gennaio 2014 ad oggi sono trascorsi quasi quattro anni e il Parlamento ha infatti continuato a legiferare come se nulla fosse successo: jobs act, Italicum, riforma costituzionale e quant’altro. Ed ora si accinge ad approvare lo Ius Soli e a ratificare il Ceta!

Ma può il Parlamento continuare a legiferare come se nulla fosse accaduto? La sentenza n. 1/2014 della Consulta porta ad esempio il regime della prorogatio, cioè quel particolare istituto che si applica a Camere ormai sciolte. Ma cosa possono fare le Camere in regime di prorogatio? Ed ecco che ci viene in soccorso uno dei più autorevoli Padri Costituenti, Costantino Mortati, il quale – come si legge dai verbali dei lavori preparatori dell’Assemblea Costituente – riteneva che in regime di prorogatio si potessero adottare solo atti urgenti e non rinviabili. Ma il Parlamento, frodando sia la Costituzione che le intenzioni dei Padri Costituenti, ha continuato a legiferare come se nulla fosse successo, auto-proteggendosi ed auto-proclamandosi legittimo.

Ma v’è di più: chi oggi legifera ed esprime la fiducia al Governo è quella maggioranza parlamentare divenuta tale per effetto di un premio di maggioranza dichiarato incostituzionale (nei termini di cui sopra). Un partito che con appena il 25% dei consensi ha oggi circa quattrocento parlamentari, si permette di smantellare la Costituzione impedendo al popolo di esprimersi in regolari elezioni democratiche.

Orwell scriveva: “il partito è democratico“.

Ciò premesso, questo Parlamento di abusivi – che ha legiferato praticamente su tutto – non ha ancora adottato una legge elettorale per ridare finalmente la parola al popolo italiano in ossequio al principio inderogabile che “la sovranità appartiene al popolo” (art. 1 Cost).

Del resto si sa: la sinistra €urista deve portare a compimento lo smantellamento dei diritti fondamentali a vantaggio e ad esclusiva tutela del capitale internazionale. Quindi, potendo la sovranità popolare sconvolgere i piani dei traditori della Patria, questi ritardano il più possibile il voto cercando di convenire su una legge elettorale che impedisca agli altri di avere la maggioranza in Parlamento.

Nel 2012/2013 un tale di nome Pier Ferdinando Casini usava dire che dopo Monti può esserci solo Monti. Ovviamente non intendeva fisicamente il personaggio, bensì l’agenda di governo: austerità, rigore e smantellamento delle principali garanzie costituzionali. Così è stato e molto probabilmente così sarà. E i nuovi meccanismi elettorali saranno studiati perché al governo si continui con l’agenda Monti, cioè con quegli atti criminali imposti da Bruxelles e Francoforte.

Avv. Giuseppe PALMA

 

Il vero problema resta l’euro (articolo di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di oggi)

Riportiamo qui di seguito l’articolo a firma di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di oggi (articolo citato in prima pagina con prosieguo a pagina 6), dal titolo: “Il vero problema resta l’euro“. L’articolo, oltre ad evidenziare i dati economici che dimostrano come non vi sia alcuna ripresa economica, fa chiarezza sulle posizioni riguardanti l’euro di Di Maio e Salvini espresse ieri a Cernobbio al Forum Ambrosetti.

Testo integrale dell’articolo:

Dal 1975 in avanti il Forum Ambrosetti è il palcoscenico internazionale delle élite in materia economico-finanziaria, ma negli ultimi anni è diventato anche un teatrino per la ribalta mediatica di un politico piuttosto che di un altro. E stato il caso di Matteo Renzi nel 2014 che, forte dello strepitoso consenso elettorale alle europee di pochi mesi prima, decise di snobbare il Forum recandosi invece a Brescia dove si inaugurava l’apertura di una rubinetteria.

L’uso strumentale di Cemobbio, tuttavia, non è ad appannaggio della sola maggioranza. Anche l’opposizione fa la sua parte. Salvini, ad esempio, ci è andato nel 2014 e nel 2015 (nel 2014 parlò apertamente di uscire dall’euro), disertando però lo scorso anno definendo il forum come «l’orchestra del Titanic». Il M5S si è presentato invece quest’anno al workshop Ambrosetti con Luigi Di Maio quale papabile candidato leader del Movimento per le prossime elezioni politiche. Non era la prima volta, infatti Gianroberto Casaleggio fece addirittura il bis, ma solo la prima di Di Maio, che già si comporta da candidato leader anche se sulla base del “Non Statuto” non sarebbe neppure candidabile. Ma chi se ne frega ormai delle regole interne in un Movimento guidato da una “piattaforma” taroccata? Del resto si sa, uno scolaretto può essere più o meno bravo di un altro, l’importante è che faccia i compiti che gli detta la maestra, in questo caso la crème dell’establishment economico-finanziario internazionale. Ma le ricette, in medicina come in economia, sono buone solo se funzionano. In caso contrario, o sono cattive o non sortiscono alcun effetto.

Analizziamo brevemente i dati economici degli ultimi anni per capire se la nostra economia è davvero in ripresa. Nel novembre 2011 la disoccupazione era all’8,6%, mentre quella giovanile al 30,1%. Tutti gridavano al disastro additando Berlusconi quale unico responsabile politico e morale di un imminente crollo del sistema-Paese. Poi sono arrivati Monti, Letta, Renzi e ora Gentiloni, presentatici uno dopo l’altro come salvatori della Patria, ma la situazione economica è addirittura peggiorata. Tuttavia negli ultimi giorni, da Matteo Renzi al Ministro per l’economia Padoan, si odono soltanto parole di giubilo per l’economia in ripresa: l’Istat ha infatti certificato che il numero degli occupati è tornato ad essere quello precrisi, quindi agli occhi dell’artificiosa maggioranza parlamentare le ricette del Governo (nello specifico il jobs act) avrebbero funzionato. Per la precisione l’Istat in riferimento al mese di luglio 2017, oltre a registrare un aumento del tasso di disoccupazione di un +0,2%, attestandosi all’11,3%, ha anche segnalato che il tasso di disoccupazione giovanile è cresciuto dello 0,3%, attestandosi al 35,5%. Ma allora perché si dice che il numero degli occupati è aumentato? Per la maggior parte si tratta di contratti di lavoro stagionali per lo più di durata trimestrale, e in ogni caso va ricordato che – contrariamente ai parametri vigenti nel passato – oggi uno «è considerato occupato se nella settimana di riferimento dell’indagine ha lavorato almeno un’ora». Di fronte a parametri di questo tipo la ripresa dell’occupazione è solo una presa in giro.

Medesimo discorso andrebbe fatto anche in ordine al Pil, il prodotto interno lordo. Dal 2009 al 2014 l’Italia ha perso 9 punti percentuali di Pil, recuperandone forse 3 dal 2015 alla fine di quest’anno (e questo è ancora tutto da vedere). Il saldo, anche per chi di economia non se ne intende, è di una perdita netta di 6 punti percentuali in nove anni. Per lo più, se l’economia non cresce almeno del 2% annuo, l’impatto in termini di occupazione reale è praticamente inesistente. Quindi, di quale ripresa si sta parlando?

Ma qualcuno ha parlato di tutto ciò a Cernobbio, facendo magari osservare che senza l’uscita dall’euro la situazione per noi non cambierà? A Villa d’Este Luigi Di Maio ha chiarito la posizione funzionale ai poteri forti del Movimento: «non vuole un’Italia populista, antieuropeista». ll finto Masaniello in giacca e cravatta dichiara che non solo non vuole uscire dall’UE, ma addirittura che il referendum sull’euro un tempo proposto era solo uno strumento per ottenere altro in cambio: «Eppure la soluzione politica non sta nel muro contro muro. Il M5S ne è perfettamente consapevole. L’aver parlato di referendum consultivo sulla moneta unica serve soprattutto a sollevare questo tema, e ad avere un potere contrattuale e una via d’uscita nel caso estremo in cui le esigenze dei Paesi del Sud Europa continuino ad essere ignorate». Aria fitta. Diversa la posizione di Matteo Salvini, che arrivando a Cernobbio ha affermato che la «sovranità monetaria non è più un dibattito solo della Lega ma un dibattito ormai comune anche sui principali quotidiani economici italiani», confermando che al panel cui ha partecipato si è parlato anche di euro e di minibot, anche a seguito delle risposte che Berlusconi ha dato qualche giorno fa alle domande poste in un articolo di Becchi e Dragoni su questo giornale. Ma non solo. Salvini ha parlato da leader, convinto che il centrodestra vincerà le elezioni, affermando che l’idea della doppia moneta così come proposta da Berlusconi non può funzionare perché contraria ai trattati europei, mentre i minibot sono uno strumento giuridicamente idoneo ad aggirare i trattati. Cernobbio almeno un merito lo ha avuto: ha fatto un pò di chiarezza su chi vuole mettere in discussione la moneta unica e su chi ha gettato definitivamente la maschera.

Paolo BECCHI

Giuseppe PALMA