//Gli 89 giorni che hanno cambiato la politica italiana. Cronistoria di come è nata la TERZA REPUBBLICA (speciale a firma di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Logos)

Gli 89 giorni che hanno cambiato la politica italiana. Cronistoria di come è nata la TERZA REPUBBLICA (speciale a firma di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Logos)

Speciale a firma di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA sulla rivista Logos (pubblicato domenica 17 giugno 2018): http://www.logos-rivista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1400:e-nata-la-terza-repubblica-gli-89-giorni-che-hanno-cambiato-la-politica-italiana-p-becchi-g-palma&catid=56:categoria-slide

Il terremoto elettorale del 4 marzo

Si era capito sin dall’alba del 5 marzo che sarebbe stato un bel grattacapo. Due vincitori, Di Maio e Salvini, e due sconfitti, Renzi e Berlusconi. Ma Berlusconi è alleato di Salvini, quindi sin da subito il Presidente di Forza Italia ha iniziato a recitare – un po’ goffamente a dire la verità – il ruolo del vincitore.  I risultati elettorali hanno in realtà spazzato via i vecchi partiti di sistema (Pd e Forza Italia) e premiato quelli anti-establishment (M5S e Lega), tant’è che per la prima volta, sommando i loro seggi in Parlamento, Pd e Forza Italia non hanno la maggioranza sufficiente per formare un governo. Ma il vero sconfitto è il Partito democratico, che dal 40,8% delle europee del 2014 passa ad un misero 18,8%, con una contrazione di oltre cinque milioni di voti. Forza Italia, sbagliando strategia nella campagna elettorale, si ferma al 14%. La Lega di Salvini passa dal 4% delle politiche del 2013 ad un incredibile 17,4%, aggiudicandosi la partita della leadership all’interno della coalizione di centrodestra, che “vince” le elezioni col 37% dei voti pur senza conquistare la maggioranza assoluta dei seggi. Primo partito il M5S col 32,7%, un exploit che nessuno si aspettava, infatti tutti i sondaggi pre-elettorali lo hanno sempre accreditato intorno al 30%. Il dato politico saliente è però la spaccatura del Paese: da Roma in su una grande affermazione del Centrodestra a trazione leghista, dalla Capitale in giù un diluvio a 5Stelle, tant’è che visionando la cartina del voto la Penisola sembra divisa in due, dove il colore giallo (che identifica la vittoria del M5S) rispecchia fedelmente quello che fu il Regno delle Due Sicilie. Ancor più netta è la sconfitta della coalizione di centro-sinistra che si ferma al 22,8% (alle politiche del 2013 aveva sfiorato il 30% e a quelle del 2008 era andata oltre il 37%), con la lista +Europa di Emma Bonino che – nonostante la campagna elettorale a tamburo battente – si schianta contro un misero 2,5%. E’ un terremoto. Il centro-sinistra, che nel corso della Seconda Repubblica (1994-2018) ha governato il Paese per circa tredici anni, ha perso nell’ultimo decennio più di undici milioni di voti crollando dal 48,8% del 2006 al 22,8% del 2018. La nascita della Terza Repubblica passa inevitabilmente da questo dato, vale a dire dalla débâcle – senza precedenti nella storia – delle forze politiche cosiddette “progressiste”. Il motivo non lo si può nascondere: l’acritica e incondizionata sudditanza all’Unione europea, all’euro e ai parametri assurdi imposti da Bruxelles e Francoforte, con conseguente incapacità di fornire risposte concrete alle istanze economiche, sociali e di sicurezza dell’intera Nazione. È la fine di un sistema politico che ha retto per ben ventiquattro anni e che scompare per sempre dalla scena politica italiana.

Salvini tessitore

Tra scaramucce varie e significative tenute delle rispettive posizioni, si arriva al 23 marzo, data di inizio della XVIIIa Legislatura. Bisogna votare i Presidenti di Camera e Senato. Berlusconi lancia per Palazzo Madama Paolo Romani, ma il M5S mette il veto (sulla base di una sciocchezza di carattere penale capitata in passato a Romani). Salvini però riesce a sbrogliare la matassa proponendo Anna Maria Bernini – sempre di Forza Italia – al posto di Romani. I colonnelli di Berlusconi vanno su tutte le furie e gridano al tradimento di Salvini. Ma Berlusconi capisce la situazione e rinuncia a Romani, trovando una convergenza coi 5Stelle sul nome di Maria Elisabetta Alberti Casellati. Inferocito, il Cavaliere scarica i colonnelli Brunetta e Romani anche dalle presidenze dei gruppi parlamentari. Stavano per far saltare l’alleanza con Salvini, il vero stratega di questa partita che non solo vedrà convergere i voti dei 5Stelle su una delle più berlusconiane di sempre, Casellati, ma consentirà a Di Maio di mandare sullo scranno più alto di Montecitorio uno dei suoi, Roberto Fico. I primi posti sono occupati. La Legislatura può iniziare.

Lo scacchiere per il nuovo Governo e il primo forno

Inizia la partita per il Governo, quella più difficile, che Salvini – grazie ad un primo passo indietro sulle presidenze di Camera e Senato – tenta di giocare da protagonista. Dopo un primo giro di consultazioni al Quirinale, Mattarella – di fronte ad una situazione in alto mare – avvia un secondo giro. Nulla di fatto, anche se Salvini fa un secondo passo indietro per convincere Di Maio a formare un governo M5S-Centrodestra, cioè tra i vincitori delle elezioni. Il leader della Lega si dichiara infatti disponibile, per favorire l’accordo, a non fare il premier ma a concordarlo coi 5Stelle purché questi accettino un’alleanza che non escluda né Silvio Berlusconi né Giorgia Meloni. A giocare di anticipo è però Di Maio, che rispolvera l’andreottiana politica dei due forni aprendo sia alla Lega che al Pd, chiudendo totalmente ad ipotesi di governo che vedrebbero Forza Italia sedere nel Consiglio dei ministri. Salvini non ci sta a “tradire” la coalizione e rifiuta la proposta del leader pentastellato, invitandolo a sua volta ad accettare un’alleanza di governo Centrodestra-M5S. Il Presidente della Repubblica conferisce quindi un primo incarico esplorativo alla Presidente del Senato Casellati, limitato a capire se esiste la possibilità per un accordo di governo M5S-Centrodestra. Al secondo giro a Palazzo Madama sembra che finalmente il governo stia per nascere ma succede qualcosa che ancora oggi ha del misterioso. Sembra che Di Maio e Salvini si siano finalmente accordati su un governo M5S-Centrodestra, con Forza Italia e Fratelli d’Italia in maggioranza parlamentare ma fuori dall’esecutivo (il cosiddetto “appoggio esterno”). Salvini si è detto ottimista, ma qualcosa pare non abbia funzionato. Di Maio esce dall’ufficio della Casellati col viso spaesato, ma conferma la volontà di formare il governo con Salvini e non con Berlusconi e Meloni, ai quali però apre espressamente per un appoggio esterno. Berlusconi però non ci sta e fa saltare il tavolo. Dalla terra di Molise (dove tutti i leader di partito stanno battendo il territorio per gli ultimi scampoli di campagna elettorale) lancia un anatema paragonando i 5Stelle ai “lavacessi di Mediaset”. Dal canto suo Alessandro Di Battista poco prima aveva parlato del Cavaliere come “il male assoluto”. Di Maio chiude con Salvini e apre il secondo forno, quello col Partito democratico.

Il secondo forno

Nel frattempo alle elezioni regionali del 22 aprile in Molise, che alle politiche aveva visto trionfare il M5S col 44% dei voti, gli esiti elettorali consegnano una netta vittoria al centrodestra con quasi il 50% dei voti di lista e il M5S poco sopra il 30% (sempre come voto di lista). I sondaggi, che fino a pochi giorni prima avevano dato il M5S come trionfante, hanno sbagliato un’altra volta. All’indomani del voto molisano Mattarella convoca al Quirinale per un secondo incarico esplorativo il Presidente della Camera Fico, chiedendogli di verificare se esiste la possibilità di formare un governo M5S-Pd, il cosiddetto secondo forno. Da queste due manovre (incarico a Casellati e Fico) Mattarella lancia un segnale politico inequivocabile: il perno per la formazione del nuovo governo non è il centrodestra, che pur ha ottenuto la maggioranza relativa sia dei voti che dei seggi, ma il M5S in quanto primo partito. Il Capo dello Stato, occorre ammetterlo, non ha tutti i torti perché Di Maio, a differenza di Salvini, si è dimostrato più accomodante e disponibile su due fronti. Salvini invece ha sin da subito chiuso ogni ipotesi di accordo col Pd, quindi Mattarella preferisce seguire la versatilità di Di Maio. Intanto il leader politico dei pentastellati, ribattezzato “Giggino Pomicino” per la sua tattica in pieno stile democristiano, abolisce la parola alleanza e si inventa il “contratto di governo” alla tedesca, incaricando il prof. Della Cananea di redigerne una bozza di contratto mettendo in evidenza i possibili punti di contatto tra i programmi dei diversi partiti. Il Pd, che nei giorni successivi al voto aveva dichiarato dalla direzione nazionale di volersene stare all’opposizione, incredibilmente pare aprire al dialogo sul governo coi 5Stelle. Un autentico tradimento della volontà popolare stava per concretizzarsi. E Di Maio si vede già incoronato Presidente del Consiglio, mentre in realtà Renzi lo sta prendendo per i fondelli. Facciamo un passo indietro. Dopo il 4 marzo Renzi si è dimesso da segretario del partito e lo scettro del Pd è passato nelle mani di uno dei suoi più fidati collaboratori di sempre, Maurizio Martina. Tutti credono che Martina sarà la voce di Renzi, ma da quando Di Maio ha aperto il forno a sinistra Bruto si prepara ad assassinare Cesare. Renzi però non è Cesare, mangia la foglia e dal salotto di Fazio (domenica 29 aprile) chiude ad ogni ipotesi di governo sia col M5S che con la Lega. Il Pd si lacera ed è ad un passo dall’ennesima spaccatura, ma alla fine sposa all’unanimità la linea di Renzi: la direzione nazionale del 3 maggio, che tutto il Paese ha aspettato col fiato sospeso, sancisce che non può esservi alcun accordo di governo né con i pentastellati né tanto meno coi leghisti. Secondo forno chiuso e addio alle speranze di Di Maio di sedere a Palazzo Chigi. Il leader politico dei 5Stelle va su tutte le furie e, dal trovarsi ad un passo da Palazzo Chigi, rompe le righe e chiede elezioni anticipate per il 24 giugno.

Un Governo del Presidente o nuove elezioni?

In questo frangente si sono tenute anche le elezioni regionali in Friuli-Venezia-Giulia (29 aprile), dalle quali emerge una sconfitta del M5S, che come voto di lista si ferma al 7%, e l’ennesima debacle del centrosinistra, col Pd fermo al 18,1% in una Regione che aveva amministrato negli ultimi cinque anni. Gli elettori premiano invece ancora una volta la coalizione di centrodestra che raggiunge addirittura il 62,7% dei voti di lista eleggendo presidente uno dei fidatissimi di Salvini, Massimiliano Fedriga (che ottiene il 57% dei voti). Il centrodestra si è ricompattato grazie al voto di molisani e friulani. Nel frattempo Mattarella ha convocato un terzo giro di consultazioni al Quirinale per lunedì 7 maggio. Un solo giorno per capire cos’hanno in mente i gruppi parlamentari prima di assumere decisioni in autonomia. Ed ecco il colpo di scena: Salvini propone a Di Maio un “governo di tregua” M5S-Centrodestra fino a dicembre: legge elettorale con correzione maggioritaria, legge di bilancio, evitare l’aumento dell’Iva, annullare le cartelle esattoriali sotto i 100.000 euro dietro il pagamento di una percentuale minima e nuove elezioni a febbraio-marzo dell’anno prossimo. Luigi Di Maio gli risponde dal salotto televisivo di Lucia Annunziata domenica 6 maggio, dichiarandosi disponibile a riaprire le trattative con la Lega per la formazione del governo, tenendo però fuori Berlusconi (accettando però l’appoggio esterno di FI). In sostanza il leader dei 5Stelle ribadisce la posizione espressa dal MoVimento dopo le consultazioni con la Casellati, ma con una novità: è disposto a fare anche lui un passo indietro, cioè a non fare il premier ma a concordarlo con Salvini. Una figura politica e non tecnica che sia espressione di chi ha vinto le elezioni. Il punto in comune tra Lega e M5S è l’indisponibilità a votare la fiducia nei confronti di governi tecnici o del Presidente, ritenendo in tal caso che si debba tornare al voto il più presto possibile. Questione di non poco conto visto che Salvini e Di Maio esprimono la maggioranza assoluta dei seggi in entrambi i rami del Parlamento (347 a Montecitorio e 167 a Palazzo Madama).

Domenica sera il centrodestra si riunisce a Palazzo Grazioli: Berlusconi non ci sta a fare da comparsa o da stampella ai 5Stelle. All’indomani, nel corso del terzo giro di consultazioni al Colle, Di Maio conferma la proposta rivolta alla Lega sul contratto di governo, mentre Salvini – per non spaccare la coalizione – chiede sostanzialmente l’incarico a sé stesso per andarsi a cercare una maggioranza in Parlamento. Insomma, dopo più di due mesi la palla viene buttata un’altra volta in tribuna e si torna al punto di partenza.

Lunedì sera però una novità che spariglia. Il Presidente della Repubblica, alla luce dello stallo politico, indica la necessità di sostituire il governo Gentiloni – privo della maggioranza parlamentare sul quale poggiava la sua ragion d’essere – con un “governo neutrale rispetto alle forze politiche” in attesa che queste trovino la quadra per un governo politico. Lo strappo non ha precedenti nella prassi costituzionale e consiste nel fatto che questo governo tecnico (chiamiamo le cose col loro nome) si formerebbe sulla base delle contrarietà espressa dai gruppi parlamentari che detengono la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. Non era mai successo in 70 anni che un governo, seppur del Presidente, nascesse sul presupposto che i gruppi che hanno la maggioranza parlamentare ne dichiarino palesemente la contrarietà. Il Capo dello Stato sa perfettamente che questo “governo neutrale” non ha i numeri in Parlamento per incassare il voto di fiducia, ma ne ritiene necessaria la formazione – parole sue – a causa delle “imminenti e importanti scadenze nella Unione europea, dove a giugno si assumeranno decisioni che riguardano gli immigrati, il bilancio dei prossimi sette anni, la moneta comune”. In pratica, addirittura per mano del Presidente della Repubblica che ha prestato giuramento sulla Costituzione, ancora una volta la volontà del popolo italiano viene posta in secondo piano rispetto all’Ue.

Colpo di scena

Ennesimo colpo di scena. Il giorno successivo, consapevole che un governo tecnico causerebbe una ulteriore lacerazione tra popolo e Istituzioni, il Capo dello Stato prende tempo e concede implicitamente ai partiti altre 24 ore perché la situazione si sblocchi e nasca un governo politico. La Lega chiede un passo di lato a Berlusconi, ma il Cavaliere resta rigido sulle sue posizioni. La sera del 9 maggio lo stesso Berlusconi dirama però un comunicato col quale, senza spaccare il centrodestra e confermandone l’unità, lascia libero Salvini di avviare le trattative per la formazione del governo col M5S, non risparmiando peraltro né critiche né perplessità. I deputati e senatori di Forza Italia, pur rilasciando dichiarazioni di critica verso un governo M5S-Lega, sono favorevoli. Un ritorno alle urne avrebbe sancito la mancata rielezione di parecchi di loro con una valanga di voti in favore di Salvini e a scapito di Berlusconi. Questo Berlusconi lo ha capito e quindi spiana la strada a Salvini per andare a trattare con Di Maio la formazione di un governo giallo-verde.

Il dato è tratto

A questo punto Salvini e Di Maio delegano ai propri uomini di fiducia la stesura di un “contratto di governo” alla tedesca, un tavolo che lavora ininterrottamente tra Roma e Milano dalla mattina del 10 alla sera del 16 maggio. Nel frattempo lunedì 14 il Presidente della Repubblica convoca al Quirinale sia Di Maio che Salvini per un altro giro di consultazioni. Il leader della Lega, pur non nascondendo ottimismo per le trattative in corso, chiarisce di non essere disponibile a formare un governo che non metta al centro il superamento dei “vincoli esterni”. Il giorno successivo viene passata alla stampa una bozza del contratto di governo dove sono contenute misure per uscire dall’euro. Mercoledì lo spread sale a 151 punti base e la borsa di Milano chiude in perdita. I giornaloni di regime passano all’attacco. Una nota congiunta di M5S e Lega chiarisce, già in serata, che si tratta di una bozza precedente ormai superata. Mercoledì sera, siamo al 16 maggio, il tavolo di lavoro si chiude e viene diramata una ulteriore versione del “contratto di governo” con alcuni punti lasciati alla determinazione finale di Salvini e Di Maio, che ne diramano la versione definitiva la notte tra il 17 e il 18. Un documento edulcorato nei confronti dell’Ue. La notizia sui giornali è quella che i due contraenti hanno rinunciato all’uscita dall’euro – in modo che i mercati si tranquillizzino –, ma si tratta soltanto di una formulazione lessicale più morbida in modo da non allarmare né Bruxelles né i mercati. L’impostazione del “contratto”, nella sostanza, resta critica.

Berlusconi riabilitato

Sabato mattina, 12 maggio, l’Ansa e il Corriere della Sera (l’unico che ha ricevuto la notizia in anteprima già la sera precedente) comunicano che il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha accolto il ricorso di Silvio Berlusconi sulla riabilitazione. La notizia entra a gamba tesa nelle trattative per la formazione del governo e apre non poche perplessità sia nei 5Stelle che nel centrodestra. La Magistratura, che dal 1992 in avanti non ha fatto altro che determinare la vita politica del Paese, tenta un colpo di coda – sfruttando la sua vittima preferita, ma stavolta in senso opposto – per fermare la nascita del governo giallo-verde. L’establishment, ormai con le spalle al muro, tenta il tutto e per tutto per conservare il potere. In questi giorni tutti i quotidiani nazionali, Tv e professoroni compresi, diramano vere e proprie fake news sui poteri del Presidente della Repubblica nella nomina del Presidente del Consiglio dei ministri e dei ministri, oltre che sui poteri del Capo dello Stato di rinviare le leggi che non rispettino il vincolo del pareggio di bilancio. In pratica il Presidente della Repubblica viene fatto passare come un Re all’interno della cornice tipica delle monarchie parlamentari. Lo stesso Mattarella si presta al gioco citando inopportunamente Luigi Einaudi.

L’interferenza dell’Ue

Martedì 15 maggio accade però qualcosa di molto grave. Per l’ennesima volta l’Unione europea si intromette nel processo democratico del nostro Paese. Il commissario europeo alla migrazione Dimitris Avramopoulos – forse “preoccupato” dalla schiettezza di Salvini nelle dichiarazioni del giorno prima al Quirinale – ha sentenziato “non ci siano cambiamenti sulla linea della politica migratoria”, così come il vicepresidente Ue Katainen ci ha ammoniti sul rispetto rigoroso del patto di stabilità: “l’approccio alla stabilità finanziaria deve essere quello di rimanere nel corso attuale”. Tradotto ci hanno voluto dire che, affinché l’euro continui a vivere, l’eurozona ha bisogno che l’Italia continui ad accogliere i migranti economici, cioè funzionali ad abbassare i salari, e tenga i conti in ordine per non sbizzarrire i mercati ed evitare quindi l’impennata dei tassi di interesse sui Titoli di Stato. Salvini e Di Maio rispondono duramente precisando che sarà fatto l’interesse nazionale. E’ un cambiamento di rotta importante. Erano decenni che i leader di partito che compongono la maggioranza parlamentare non si opponevano ai diktat degli eurocrati. Tutto ciò spaventa l’establishment. Non c’è un solo quotidiano nazionale che prenda le difese della trattativa di governo tra M5S e Lega. E’ attacco senza quartiere. Anche nei giorni successivi avvengono minacce sia da parte dei francesi che dei tedeschi, ma Salvini e Di Maio vanno avanti. Salvini, nello specifico, richiama l’interesse nazionale e invita i partner europei a rispettare le scelte del popolo italiano e il processo democratico interno.

Il contratto di Governo M5S-Lega

Salvini e Di Maio, forti degli oltre 17 milioni di voti ottenuti complessivamente nelle urne, vanno avanti. Resta tuttavia il nodo del premier. Lunedì mattina sembrava fatta per Giulio Sapelli, professore euroscettico e politicamente scorretto, ma dopo le consultazioni al Colle il nome di Sapelli si brucia da solo, anche per eccesso di protagonismo di quest’ultimo. Si fanno anche altri nomi, tra cui quello di Giulio Tremonti, ma mercoledì sembra riprendere quota la soluzione della staffetta Di Maio-Salvini (due anni e mezzo ciascuno), proposta avanzata per primi da noi due sin dalla fine del mese di marzo.

Siamo di fronte ad una situazione davvero al cardiopalma. Sia Lega che 5Stelle decidono di sottoporre il “contratto di governo” ad una consultazione della base. Salvini organizza i gazebo per sabato e domenica (19 e 20 maggio), Di Maio annuncia il voto sulla piattaforma Rousseau per la giornata di venerdì 18. L’esito è plebiscitario: oltre il 90% dei rispettivi elettori hanno votato sì.

Vediamo, in breve, cosa prevede questo “contratto di governo”. Tra i punti fondamentali c’è il reddito di cittadinanza ma con correzione che ne evita la matrice assistenzialistica, il superamento della Legge Fornero, una flat-tax a due aliquote, l’abrogazione degli strumenti troppo invasivi di accertamento fiscale (cioè spesometro, redditometro etc), l’abrogazione dell’inversione dell’onere della prova in materia tributaria, il pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione anche attraverso i “titoli di Stato di piccolo taglio” (i famosi minibot) e l’ “adeguamento” del principio dell’ “equilibrio di bilancio” inserito nella parte relativa alle riforme istituzionali (che tradotto significa il “non rispetto” del vincolo del pareggio di bilancio introdotto in Costituzione nel 2012). Il punto sul quale tutti concentrano l’attenzione è però il rapporto con l’Ue e con l’euro, dove trova foce una soluzione lessicale levigata e morbida in modo tale da non allarmare né Bruxelles né i mercati. Del resto siamo uno Stato privo di sovranità monetaria, cioè sotto ricatto, quindi serve una strategia comunicativa rassicurante: “Con lo spirito di ritornare all’impostazione delle origini in cui gli Stati europei erano mossi da un genuino intento di pace, fratellanza, cooperazione e solidarietà si ritiene necessario rivedere, insieme ai partner europei, l’impianto della governance economica europea (politica monetaria, Patto di Stabilità e crescita, Fiscal compact, MES, procedura per gli equilibri macroeconomici eccessivi, etc) attualmente asimmetrico, basato sul predominio del mercato rispetto alla più vasta dimensione economica e sociale”. In pratica si dice e non si dice, ma il senso è chiaro: nulla sarà più come prima e, se ci dicono di no, facciamo da soli. Significativa è altresì la parte del contratto in cui si afferma la “prevalenza della nostra Costituzione sul diritto comunitario”. La parte relativa alla “revisione dei Trattati europei” viene invece tolta all’ultimo momento dal capitolo sui rapporti con l’Ue e messa nel paragrafo dedicato al deficit. Non è un assalto alla baionetta né uno scontro duro con l’Unione, ma certamente un mutamento di direzione che non si vedeva dal Colpo di Stato del novembre 2011. Sei anni di incondizionata sudditanza all’Ue stanno per cessare, quantomeno nelle parole e nelle intenzioni. E questo l’Unione Europea l’ha capito, tant’è che di giorno in giorno – tedeschi, belgi, francesi e chi più ne ha più ne metta – ci invitano a rispettare i vincoli di bilancio e a “non scherzare col fuoco”. Il tenore delle minacce è questo, ma nei giorni successivi si arriverà ad espressioni anche più dure, soprattutto da parte dei tedeschi.

M5S e Lega sembrano trovare la quadratura di Governo. Ma…

Il presidente Mattarella convoca al Quirinale, per il pomeriggio di lunedì 21 maggio, sia Di Maio che Salvini. I due leader salgono al Colle a mezzora di distanza l’uno dall’altro e fanno al Capo dello Stato il nome che hanno concordato quale Presidente del Consiglio dei Ministri, cioè quello dell’avvocato e professore universitario di diritto privato Giuseppe Conte. E qui avviene un nuovo colpo di scena. Il Presidente della Repubblica, richiamando esplicitamente l’art. 95 della Costituzione, cioè quello che detta le funzioni del Presidente del Consiglio (che dirige la politica generale del Governo e coordina l’attività dei ministri), invece di convocare Conte per conferirgli l’incarico convoca i Presidenti di Camera e Senato per la tarda mattinata di martedì 22. Da indiscrezioni pare che Conte, privo di legittimazione popolare e senza alcuna esperienza politica e internazionale, sia ritenuto “inadeguato” da parte di Mattarella. Dalle pagine di Libero on-line di martedì 22 consigliamo per l’ennesima volta a Salvini e Di Maio di proporre al Quirinale la staffetta tra loro due, con Paolo Savona al Ministero dell’Economia, nome sul quale sia Di Maio che Salvini hanno già raggiunto l’accordo domenica mattina. Savona è uno dei maggiori esperti di politica monetaria, quindi sui giornali si vocifera che Mattarella abbia avanzato sin da subito perplessità sulla sua indicazione. È possibile che abbia giocato un ruolo Mario Draghi. L’accordo politico tra M5S e Lega tiene. Il comportamento di Mattarella ha mutato la prassi costituzionale, mai prima d’ora si era verificata una cosa del genere. Ma sul richiamo all’art. 95 della Costituzione il Presidente della Repubblica ha ragione. Conte, figura tecnica, era stato designato da Di Maio prima del 4 marzo come papabile ministro della pubblica amministrazione di un eventuale governo monocolore a 5Stelle. Non eletto in Parlamento, la figura di Conte fungerebbe da mero notaio in un governo politico in cui a dettare le linee di politica generale sarebbero esclusivamente due ministri, Salvini e Di Maio. Questo la Costituzione non lo consente, infatti l’art. 95 pone il Presidente del Consiglio – seppur primus inter pares – alla “cabina di regia” dell’intero Consiglio dei Ministri, infatti è lui a dirigere la politica generale del Governo assumendosene la responsabilità politica di fronte alle Camere, mantenendo l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri. Conte – dal punto di vista politico – non ha nessuna di queste caratteristiche e Mattarella lo ha capito.

Nel frattempo si scatena un attacco violento da parte dei giornali dell’establishment su Giuseppe Conte. Da un corso di formazione che si presume non sia stato svolto in una Università americana ma ugualmente inserito nel suo curriculum ad un presunto pignoramento sulla casa per un debito con Equitalia, un attacco senza precedenti nei confronti di un Presidente del Consiglio neppure ancora incaricato. Ma Di Maio e Salvini – dimostrando in questa situazione una buona dose di fermezza politica – mantengono i nervi saldi e non indietreggiano di un solo passo. Lo stesso Salvini, in un video su facebook di martedì 22, conferma anche il nome di Savona per il Mef. Lo stesso ha fatto Gian Marco Centinaio la sera prima in una trasmissione televisiva.

Passano così due giorni, nelle speranze di Mattarella che i capi-partito di M5S e Lega riflettano su un nome diverso da quello indicato. Nella tarda mattinata di mercoledì 23 il Capo dello Stato chiede spiegazioni. I due leader confermano e il Presidente della Repubblica convoca Giuseppe Conte al Quirinale per le cinque e mezza del pomeriggio. Dopo quasi due ore di colloquio Conte comunica che il Presidente della Repubblica gli ha conferito l’incarico di formare il nuovo governo. Dal voto del 4 marzo sono trascorsi 80 giorni. Mattarella, pur dando corso ad una procedura atipica, ha comunque evitato lo strappo coi gruppi parlamentari di maggioranza. Ci ha provato con la moral suasion, ma gli è andata male.

Conte si è preso due giorni per stilare la lista dei ministri e sottoporla al Capo dello Stato per la nomina. I pezzi del puzzle del nuovo governo sono in realtà già stati decisi da Di Maio e Salvini nei giorni scorsi, ma il Presidente del Consiglio incaricato non può essere considerato un notaio, quindi ha il diritto di discutere e concordare la lista coi leader dei gruppi parlamentari che lo hanno indicato. Le prerogative del Presidente incaricato vengono dunque rispettate e Conte si mette subito a lavoro, recandosi al Quirinale nel tardo pomeriggio di venerdì 25 maggio per un colloquio informale.

La democrazia è in pericolo

Poco prima delle ore 21 di venerdì 25 maggio Salvini posta su facebook: “sono davvero arrabbiato”, con like di Di Maio. Mattarella ha messo il veto su Paolo Savona come ministro dell’economia. Ma nulla è ancora perso, i partiti trattano col Colle e si arriva così a domenica 27 maggio. Savona conferma sul blog Scenarieconomici.it la sua posizione europeista, seppur auspicando un’Europa diversa e più equa. E’ la dichiarazione che parecchi giornali gli chiedevano per convincere Mattarella a firmare la sua nomina al Mef. Ma il Capo dello Stato è imperterrito e non firma la nomina di Savona. Il Presidente incaricato Conte rinuncia all’incarico e Mattarella si reca alla rituale conferenza stampa della Sala alla Vetrata del Quirinale dove afferma, senza troppi giri di parole, di essersi rifiutato di nominare Savona al dicastero di via XX Settembre per le posizioni euroscettiche dell’ex ministro del governo Ciampi. Mattarella ammette esplicitamente che l’appartenenza dell’Italia alla zona euro non può essere messa in discussione e che la nomina di Savona avrebbe preoccupato i mercati. In pratica, il Presidente della Repubblica sottomette la democrazia alla finanza.

Ma poteva il Capo dello Stato rifiutarsi di nominare Paolo Savona al ministero dell’economia? Vediamo cosa dicono la Costituzione e la prassi consolidata.

Il Presidente della Repubblica, che per l’articolo 92 della Costituzione nomina i ministri su «proposta» del presidente del Consiglio, non ha alcuna discrezionalità nella scelta dei titolari dei dicasteri. Il motivo è semplicissimo: è il presidente del Consiglio, e non il Capo dello Stato, ad assumersi la responsabilità politica del governo davanti alle Camere, alle quali chiede il voto di fiducia ai sensi dell’art. 94. La responsabilità assunta davanti al Parlamento da parte del presidente del Consiglio è dunque sull’intera politica generale del Governo (art. 95), compresa quella economica. Non può essere dunque il Capo dello Stato a scegliere il ministro dell’Economia (e nessun altro ministro), anche perché di quella scelta non si assumerebbe alcuna responsabilità politica, che ricadrebbe soltanto sul presidente del Consiglio. E allora per quale strano motivo Conte avrebbe dovuto assumersi la responsabilità della politica economica del suo governo in base ad un ministro non scelto da lui, né dai partiti che gli votano la fiducia in Parlamento, ma dal Capo dello Stato che è estraneo al rapporto di fiducia Camere-governo? Il motivo non è sotto gli occhi di tutti. Aver perso la sovranità monetaria ci mette nelle condizioni di subordinare la democrazia alla schizofrenia dei mercati, che – inutile negarlo – hanno preso il posto della sovranità del popolo. Se i partiti che hanno vinto le elezioni non hanno neppure la facoltà, insieme al presidente del Consiglio, di determinare la politica economica del governo, viene addirittura meno la stessa forma di governo parlamentare. A cosa servono le elezioni, in un sistema parlamentare, se poi la maggioranza non può neppure scegliersi il ministro dell’Economia? Cosa non andava in Savona? È “euroscettico” ed ha partecipato nel 2015 alla presentazione di un Piano B per l’uscita dall’euro realizzato dagli autori del blog Scenarieconomici.it, quindi non è gradito all’establishment. In realtà Savona è per il Piano A, cioè per eliminare le storture dell’eurozona e non per uscirne, ma da uomo saggio si rende conto che un Piano B è necessario nel caso non vi fosse alcuna riforma migliorativa dell’area-euro. Il tutto a tutela dell’interesse nazionale e, in generale, dell’intera Europa. Molti hanno rievocato il caso-Previti per giustificare il veto su Savona, ma l’esempio non calza. Scalfaro si rifiutò di nominare Previti alla Giustizia solo perché era stato l’avvocato di fiducia del presidente del Consiglio – Berlusconi – che ne aveva avanzata la proposta. Ma Scalfaro fu comunque “costretto”, per evitare lo strappo, a nominare Previti alla Difesa.

Del resto, sul potere di nomina dei ministri da parte del Presidente della Repubblica gli stessi Padri Costituenti furono chiari. Leggiamo Costantino Mortati: “L’avere condizionato la nomina dei ministri alla proposta del presidente del consiglio (che deve ritenersi strettamente vincolante pel capo dello stato) è pura e semplice applicazione del principio di supremazia conferita al medesimo, e della responsabilità a lui addossata per la condotta politica del gabinetto: responsabilità che, ovviamente, non potrebbe venire assunta se non potesse giovarsi, per il concreto svolgimento della medesima, di un personale di sua fiducia”.

Gli stessi costituzionalisti Valerio Onida, Massimo Villone e Lorenza Carlassare ammettono che il Capo dello Stato non può porre veti “politici” sui ministri proposti dal Presidente del Consiglio incaricato. Si associa, ma con parole più nette, anche l’ex vicepresidente della Corte costituzionale Paolo Maddalena. In buona sostanza Mattarella ha travalicato i poteri che la Costituzione gli attribuisce. Anche parte della stampa americana condanna il comportamento del nostro Presidente della Repubblica.

Nella serata di domenica 27 – dalla sua pagina facebook – Luigi Di Maio legge agli italiani la lista dei ministri che avrebbero composto il nuovo governo se Mattarella non avesse posto il veto su Savona. Il leader del M5S si spinge oltre e chiede alla Lega di convergere le forze in Parlamento per mettere in stato di accusa il Presidente della Repubblica per Attentato alla Costituzione (art. 90 Cost). Di Maio non ha tutti i torti, ma la Lega frena per evitare lo strappo definitivo tra Parlamento e Colle, mentre Fratelli d’Italia si dice disponibile a votare la messa in stato di accusa.

Mattarella ci ripensa

Nella tarda serata di domenica 27 maggio il Presidente della Repubblica convoca Carlo Cottarelli, che salirà al Quirinale il giorno successivo per ricevere l’incarico. Tanto per intenderci Cottarelli è quello della spending reviewdi montiana memoria, quello dell’austerità e del pareggio di bilancio. Rigore! Rigore e ancora Rigore! Come se le elezioni non ci fossero mai state. Cottarelli è infatti l’esatto opposto di quelli che sono stati gli esiti elettorali del 4 marzo. Il colpo di mano si concretizza anche sotto un altro aspetto, vale a dire quello di aver incaricato un Presidente del Consiglio non solo estraneo a qualsivoglia corrispondenza democratica (lui e il suo eventuale governo non avrebbero alcun contatto con l’espressione della sovranità popolare), ma addirittura privo della fiducia delle Camere. L’unico partito che sembrerebbe disponibile a votare la fiducia al Governo Cottarelli è infatti il Pd (più qualche cespuglietto europeista), mentre i gruppi parlamentari di maggioranza restano fuori dalla formazione del Governo. Il Presidente della Repubblica sta per rendersi responsabile della fine del processo democratico nel Paese.

Martedì 29 maggio, con grande sorpresa, Cottarelli non scioglie la riserva e prende un giorno in più. Ufficialmente per definire la lista dei ministri, ma in realtà Mattarella si rende conto di aver oltrepassato i suoi poteri e tenta l’ultima carta per riprendere la via del governo politico, anche perché pure il Pd ha nel frattempo dichiarato di volersi astenere al voto di fiducia nei confronti del governo Cottarelli. Martedì accade però un fatto grave che complica la situazione e mette ancor più in difficoltà Mattarella. Il Commissario Ue al bilancio, il tedesco Gunther Oettinger (cioè il ministro dell’economia dell’Unione), afferma che “i mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto”. E’ bufera! Tutte le forze politiche respingono l’ingerenza. Nel Paese si rafforza il sentimento anti-europeista. Un boomerang su Mattarella che diventa il bersaglio preferito sul quale addossare tutte le responsabilità della crisi.

Il giorno successivo, siamo a mercoledì 30 maggio, Cottarelli è ricevuto al Quirinale in prima mattinata per un colloquio interlocutorio, confermando successivamente che sono riprese le trattative per un governo politico M5S-Lega, quindi sospende ogni decisione sullo scioglimento della riserva. Il Capo dello Stato riceve informalmente Giancarlo Giorgetti (vice-segretario della Lega), Luigi Di Maio e nel tardo pomeriggio di nuovo Cottarelli. Il leader del M5S abbandona la strategia della messa in stato di accusa e chiede di riaprire il dialogo sul governo politico M5S-Lega, mentre Salvini – impegnato in diverse piazze italiane per le amministrative del 10 giugno – ribadisce la sua disponibilità a partire col governo politico a condizione che la lista dei ministri presentata da Conte sia confermata dal Colle nella sua interezza, Savona compreso. I margini si fanno sempre più stretti, tant’è che si parla di nuove elezioni per il 29 luglio. Salvini apre anche all’ipotesi di una “non-sfiducia” nei confronti di Cottarelli purché si torni al voto in modo ordinato a settembre e non a luglio, visto il periodo delle ferie estive. Per tutta la giornata di mercoledì la strada che conduce a nuove elezioni sembra ormai tracciata.

Nel frattempo, soprattutto nella giornata di martedì 29, lo spread sfonda i 300 punti base e smaschera il colpo di mano di Mattarella, che domenica sera aveva messo il veto su Savona proprio per paura di un attacco speculativo a fronte di un ministro dell’economia critico nei confronti dell’euro. La situazione è drammatica, tant’è che anche negli ambienti internazionali che contano – americani soprattutto – il veto di Mattarella su Savona non è piaciuto affatto. Ma, a dirla tutta, il vero problema del Capo dello Stato è rappresentato dai suoi consiglieri che lo hanno indirizzato nel modo peggiore possibile. Nella giornata di mercoledì viene inoltre diffusa la notizia (veritiera) che lo spread è frutto della diminuzione in termini quantitativi dell’acquisto da parte della Bce dei nostri titoli di stato (sul mercato secondario). Dietro il veto a Savona c’è Mario Draghi, una lotta intestina dentro Bankitalia che dura da decenni. La perdita di sovranità monetaria ci ha resi schiavi della Bce, quindi il probabile veto di Draghi nei confronti di Savona ha reso impossibile la formazione del governo politico M5S-Lega.

Per superare l’empasse, già nella serata di lunedì Giorgia Meloni offre la sua disponibilità a Salvini di sostenere il governo giallo-verde per rendere l’esecutivo più forte di fronte alla tempesta finanziaria.

Si tratta ad oltranza. Nella tarda serata di mercoledì arriva un’apertura di Salvini alla proposta di Di Maio di spostare il prof. Savona ad un altro ministero importante, sostituendolo al Mef con un’altra persona di eguale caratura e livello. Ma Salvini è tentato dalle urne: un centro-destra vincente ovunque, con i sondaggi che danno la Lega oltre il 25% e un Berlusconi riabilitato capace di acchiappare voti al Sud, darebbe la maggioranza in Parlamento alla coalizione con Salvini a gonfie vele verso Palazzo Chigi.

Nasce la Terza Repubblica

Giovedì 31 maggio, 88° giorno dopo il voto. L’apertura di Salvini alla proposta di Di Maio è confermata dalle agenzie di stampa, infatti l’intera giornata è contrassegnata da una serie di trattative che si fanno sempre più serrate, non solo per risolvere la questione-Savona, ma anche per riequilibrare l’assetto governativo con l’eventuale entrata in maggioranza di Fratelli d’Italia.

L’ipotesi che circola per tutta la mattinata è quella di indicare Paolo Savona al Mise (ministero dello sviluppo economico), che però Di Maio vuole accorpare al ministero del lavoro (il super-ministero dove andrà lui) e quindi il leader dei 5Stelle dovrebbe rinunziare all’accorpamento. Ipotesi difficile da realizzarsi. Si discute dunque di poter nominare Savona agli Esteri oppure agli Affari europei (politiche comunitarie). Si parla anche di un eventuale spacchettamento del ministero dell’economia com’era fino agli anni Novanta, cioè da un lato il ministero economico e dall’altro quello del Tesoro e delle finanze dove potrebbe andare Savona, ma è una soluzione sulla quale il Colle potrebbe avanzare un altro veto visto che all’Eurogruppo vi partecipano i ministri delle finanze della zona-euro. Resterebbe il nodo su chi indicare come ministro dell’economia. Sui giornali circola il nome di Pierluigi Ciocca, ma la Lega non lo vuole perché fu – insieme a Ciampi – l’uomo che determinò il cambio scellerato lira-euro. Si parla anche di Giorgia Meloni alla difesa, notizia presto smentita da fonti parlamentari a 5Stelle. Fratelli d’Italia comunica ufficialmente che non entrerà nel governo ma non farà nemmeno opposizione, quantomeno inizialmente. La posizione di Giorgia Meloni è quella dell’astensione sul voto di fiducia, che consentirebbe al nascente governo di godere di un margine di sicurezza numerico molto più ampio. A dire il vero l’esecutivo M5S-Lega i numeri ce li ha già, infatti il nascente governo gode sulla carta di una maggioranza auto-sufficiente: 347 voti alla Camera (maggioranza assoluta 316) e 167 al Senato (maggioranza assoluta 161), con la particolarità che a Palazzo Madama potrebbe arrivare qualche voto in più, vale a dire quello di un paio di espulsi dal M5S ma eletti ugualmente nelle liste del MoVimento. L’astensione di Fratelli d’Italia farebbe abbassare il quorum sufficiente per ottenere la fiducia (che è accordata a maggioranza relativa), rendendo sicuri i numeri al Senato nelle situazioni più complesse e quando ve ne fosse bisogno.

Nel tardo pomeriggio Mattarella convoca Giuseppe Conte al Colle per le ore 21. Il professore ha concluso in serata il lavoro con Di Maio e Salvini sulla lista dei ministri. Verso le 22, dalla Sala alla Vetrata del Quirinale, Conte comunica di aver accettato l’incarico di formare il governo conferitogli dal Presidente della Repubblica, dando lettura della lista dei ministri sulla quale Mattarella – stavolta – non ha avuto nulla da ridire:

Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio dei ministri; Luigi Di Maio, Vicepresidente del Consiglio dei Ministri e Ministro dello Sviluppo Economico, del Lavoro e delle Politiche Sociali; Matteo Salvini, Vicepresidente del Consiglio dei Ministri e Ministro dell’Interno. Ministeri senza portafoglioRiccardo Fraccaro ai per i Rapporti col Parlamento e la Democrazia Diretta; Giulia Bongiorno alla Pubblica Amministrazione; Erika Stefani agli Affari regionali e le Autonomie; Barbara Lezzi al Sud; Lorenzo Fontana al ministero per la Famiglia e le Disabilità; Paolo Savona agli Affari Europei. Ministri con PortafoglioAlfonso Bonafede, Ministro della Giustizia; Elisabetta Trenta, Ministro della Difesa; Giovanni Tria, Ministro dell’Economia e delle Finanze; Gian Marco Centinaio, Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali; Sergio Costa, Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare; Danilo Toninelli, Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti; Marco Bussetti, Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca; Alberto Bonisoli, Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo; Giulia Grillo, Ministro della Salute; Enzo Moavero Milanesi, Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Giancarlo Giorgetti, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con funzione di Segretario del Consiglio dei ministri.

Nel complesso una buona squadra di governo. La posta in gioco è altissima e non si può andare allo scontro frontale con Bruxelles; da qui anche il significato della nomina di Enzo Moavero Milanesi. Bene la nomina del prof. Giovanni Tria al Ministero dell’Economia. Euro-critico esattamente come Savona, ha più volte messo in evidenza le distorsioni dell’eurozona auspicandone una riforma complessiva e non escludendo una “alternativa” se messi di fronte alle solite rigidità. Meno soddisfacente lo spostamento di Savona dal Mef agli Affari europei, anche se bene ha fatto Salvini a non rinunciare al professore sardo all’interno del Consiglio dei ministri. Ma la nomina di Tria all’Economia e di Savona agli Affari europei ha prodotto ugualmente un effetto contrario alle volontà di Mattarella, effetto addirittura rafforzato, infatti nel Consiglio dei ministri entrano “due Savona”, cioè due persone – Savona compreso – che la pensano allo stesso modo su euro e Ue. Da questa situazione emerge come Mattarella si sia trovato in serie difficoltà avendo forzato oltremisura le sue prerogative costituzionali nella nomina dei ministri. Un fatto molto grave che crea un precedente pericoloso.

La serata di giovedì è contrassegnata da un’altra gravissima intromissione da parte dell’Ue, questa volta addirittura per bocca del presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker, che la spara grossa: “Gli italiani devono lavorare di più, essere meno corrotti e smettere di incolpare l’Ue per tutti i problemi dell’Italia”. E’ un coro unanime di condanna verso l’ennesima invasione di campo da parte degli eurocrati. Nel frattempo gli americani ci danno una mano acquistando una buona fetta dei nostri Titoli di Stato sul mercato secondario (al posto di quelli tedeschi) e lo spread torna ai livelli di guardia. Washington ha interesse che a Roma ci sia un governo “sovranista”. Il motivo è la guerra commerciale Usa-Germania che Trump aveva annunciato pochi giorni dopo il suo insediamento alla Casa Bianca. L’occasione è ghiotta e non dobbiamo farci scappare questa particolare situazione internazionale per conseguire finalmente gli interessi nazionali.

Venerdì 1° giugno, ore 16. Siamo all’89° giorno post-voto. Il Presidente del Consiglio dei ministri e i ministri giurano al Quirinale nelle mani del Capo dello Stato: «Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse ESCLUSIVO della Nazione». L’ “interesse esclusivo della Nazione” sia il faro della neonata Terza Repubblica, sorta dalle urne del 4 marzo sulle ceneri della Seconda.

di Giuseppe PALMA Paolo BECCHI