//Buon compleanno caro vecchio Marx (di Paolo Becchi su Libero)

Buon compleanno caro vecchio Marx (di Paolo Becchi su Libero)

Il sistema creditizio che ha come centro le pretese banche nazionali e i potenti prestatori di denaro, e gli usurai che pullulano attorno ad essi, rappresenta un accentramento enorme e assicura a questa classe di parassiti una forza favolosa, tale non solo da decimare periodicamente i capitalisti industriali, ma anche da intervenire nel modo più pericoloso nella produzione effettiva – e questa banda non sa nulla della produzione e non ha nulla a che fare con essa (…) banditi ai quali si uniscono i finanzieri e gli speculatori.

(Karl Marx, Il capitale)

Articolo di Paolo Becchi su Libero di oggi (su LiberoPensiero):

Il 5 maggio 1818 nasceva a Trier Karl Marx. A duecento anni da quella data possiamo dire che è ancora vivo o e morto? Morto e sepolto è il sogno di un proletariato che liberando se stesso dalle catene dell’oppressione avrebbe liberato l’umanità intera: quando non si è concretamente trasformato in un incubo mortale, quel «sogno di una cosa» è rimasto l’illusione romantica di un’anima bella. Marx però era tutt’altro che un sognatore. Oggetto della sua analisi scientifica è il modo di produzione capitalistico e le sue interne contraddizioni. Una analisi che – come cercherò ora di mostrare – non ha perso di attualità.

Sappiamo dalla sua vasta opera (rimasta incompiuta), Il capitale, che egli definiva il valore di ogni merce come la somma di tre fattori: capitale costante, capitale variabile e plusvalore. Il capitale costante è il valore dei mezzi di produzione (mezzi di lavoro, macchinari, materie prime). Il capitale variabile è la somma complessiva dei salari corrispondente al valore della forza-lavoro. Il plusvalore corrisponde al lavoro erogato che eccede la quantità di lavoro pagato. Se, ad esempio, un operaio lavora otto ore al giorno e quattro ore servono a riprodurre il valore della forza-lavoro, le altre quattro costituiscono un “pluslavoro” che si trasforma in “plusvalore”. Il “plusvalore relativo”, in particolare, consiste nella diminuzione relativa del tempo che il lavoratore durante la giornata lavorativa impiega per riprodurre il valore della propria forza-lavoro.

Lo sviluppo delle forze produttive porta ad una crescita continua del capitale costante. Uno dei fenomeni caratteristici del capitalismo è infatti l’uso di macchine sempre più sofisticate che hanno bisogno di una sempre minore quantità di forza-lavoro, di “lavoro vivo”: per produrre la stessa quantità di merci bastano, insomma, pochi lavoratori a dare un’enorme aggiunta di valore alla materia lavorata. Questo processo comporta quello che nella terminologia di Marx si chiama aumento della «composizione organica del capitale», vale a dire il capitalismo modifica continuamente le tecniche di produzione mediante l’uso di macchine sempre più costose.

IL PROFITTO

A questo processo è strettamente connesso il saggio del profitto, essendo quest’ultimo dato dal rapporto fra il plusvalore e il capitale complessivo anticipato (capitale costante e capitale variabile). Ecco, secondo Marx, un aumento della «composizione organica del capitale» ha come conseguenza la «caduta tendenziale del saggio del profitto», poiché è solo la parte variabile del capitale (“il lavoro vivo”) a creare il plusvalore, mentre il saggio del profitto è misurato sull’investimento complessivo di capitale, ossia capitale costante più capitale variabile. Il graduale incremento del capitale costante in rapporto a quello variabile fa quindi diminuirei profitti. È questa «la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto»: una legge sottoposta a molteplici critiche e tuttavia, forse in nessun punto le critiche sono risultate meno calzanti. Perché quella legge poneva il dito nella piaga. L’allievo di Hegel sottolineava come con lo sviluppo del capitalismo si sviluppa dialetticamente anche la sua “negazione”. Non si tratta però di una legge fisica: “tendenziale” significa, appunto, che ad essa si può tentare di porre un freno. Come? Utilizzando forza-lavoro a basso costo, globalizzando i mercati e sviluppando il capitale finanziario. Questa in rapidissima sintesi la sua analisi. E veniamo a quello che è successo dopo, veniamo a noi.

INEDITA ALLEANZA

Dopola rapida crescita economica del secondo dopoguerra la “forza frenante”, katéchontica (per dirla con Carl Schmitt), fu trovata in un’inedita alleanza fra capitale e lavoro. È la cosiddetta fase fordista, taylorista,del capitalismo, l’epoca della produzione di massa concentrata in grandi fabbriche (si pensi alla catena di montaggio), accompagnata dall’intervento statale per stimolare la domanda attraverso politiche fiscali redistributive e di deficit spending. Lo Stato spendeva e spendeva parecchio per finanziare infrastrutture e reti di servizi (strade, ferrovie, casa, scuole, ospedali, ecc.), e tutto ciò poteva avvenire grazie al forte aumento della produttività del lavoro, quello che Marx chiamava il “plusvalore relativo”.

È così che arriviamo al boom economico degli anni ’60: automobile, elettrodomestici e televisione. Il proletariato da soggetto rivoluzionario diventa soggetto consumatore. E non poteva essere altrimenti onde evitare la crisi di sovrapproduzione. Al posto della rivoluzione comunista abbiamo così avuto il ’68, la rivoluzione dei consumi e dei costumi. Ma ad un certo punto, inesorabilmente, la «terra promessa del consumo totale» di cui parla Guy Debord nella Società dello spettacolo, è diventata un miraggio, il sogno dell’universale abbondanza ha subìto un duro colpo e con esso è entrato in crisi il meccanismo della produzione fordista. Al posto della civiltà dei consumi è subentrata quella della carestia.

LA GLOBALIZZAZIONE

I costi fissi di produzione (la quota di capitale costante) ricominciano a crescere e la produttività del lavoro a diminuire. I profitti scendono e la loro caduta tendenziale comincia di nuovo a fare paura. Ma anche questa volta il sistema capitalistico ha reagito facendo ricorso a contromisure. Utilizzo di forza-lavoro a basso costo, sviluppo del mercato globale e ricorso al credito (e pertanto al sistema finanziario): questi i nuovi rimedi nell’epoca che va sotto il nome di “globalizzazione”, proprio come aveva previsto Marx. Al posto dell’“operaio-massa” della catena di montaggio fordista (con il suo carattere automatico e ripetitivo) subentra il lavoratore flessibile, strutturalmente precario, succube di ristrutturazioni, deterritorializzazioni, delocalizzazioni, esternalizzazioni, insomma aumenta il grado di sfruttamento del lavoro con prolungamento del periodo lavorativo e bassi salari (sono questa le “riforme” del mercato del lavoro), che Marx considerava uno dei possibili rimedi alla caduta tendenziale del saggio del profitto. E poi? Poi lo sviluppo enorme del capitale finanziario, ancora una volta lucidamente anticipato da Marx. Si passa da un’economia altamente razionalizzata e concentrata, ma ancora con basi reali di valorizzazione, ad una contrassegnata dal capitale come credito, vale a dire alla creazione di denaro attraverso denaro (D-D’): è scomparso persino il termine medio (M) che ancora sussiste nel capitale commerciale (D-M-D’) e non resta che il rapporto del denaro con se stesso. «Noi abbiamo qui – scrive Marx – denaro che produce denaro, valore che valorizza se stesso, senza il processo che serve da intermediario fra i due estremi».

SPECULAZIONE

A questo nuovo livello di sviluppo il capitale non ha più neppure bisogno del lavoro per dominare: esso si identifica sempre meno con l’universo delle merci e sempre più con il sistema del credito che ha il suo compimento nella banca speculativa. Le speculazioni finanziarie lungi dall’essere qualcosa di patologico trovano dunque la loro ragion d’essere nel modo di funzionamento del capitalismo stesso. Il capitale non trovando più nell’economia reale opportunità redditizie di investimento ripiega sui mercati finanziari dove possono essere realizzati velocemente ingenti guadagni (ma anche colossali perdite). È questo movimento ad alimentare la speculazione. Le banche invece di occuparsi del credito alle imprese si trasformano esse stesse in istituti finanziari speculativi. È un nuovo modo di fare banca che consente a tutti (quelli che se lo possono permettere) di scommettere praticamente su tutto: si tratta del cosiddetto mercato dei futures(o derivati). Sino a che esplodono le bolle finanziarie e crolla il sistema bancario.

E lo Stato che fa? Si indebita per salvarlo. Indebitandosi sempre di più gli Stati non possono fare altro che scaricare gran parte del deficit sulla fiscalità generale. Questo spiega le politiche di austerity. Gli Stati tentano di salvare il sistema mediante la creazione di credito, ma questo processo non fa che aumentare l’indebitamento e prolungare l’agonia. È come dare dosi crescenti di eroina ad un drogato e la speculazione, ovviamente, ha buon gioco ad attaccare come un virus gli organismi che sono più deboli, a causa di una moneta – l’euro – per loro inadeguata.

NELLA SPIRALE

È possibile uscire da questa spirale? Difficile dirlo, ma affidare ai banchieri il governo dell’economia è come darsi la zappa sui piedi. Questi «banditi» – come li apostrofa Marx nel passo riportato in epigrafe – «nulla sanno della produzione e nulla hanno a che fare con essa». Finora si sono limitati a salvare le banche e lo hanno fatto trasformando debito privato in debito pubblico, portando in questo modo al collasso gli Stati. Non bisogna essere marxisti per accettare questa analisi.

Marx però era convinto che la rivoluzione proletaria avrebbe posto fine al modo di produzione capitalistico e alla sua forma assoluta raggiunta proprio con il “capitale fittizio”. Ecco, su questo si era sbagliato. La crisi “catastrofica” del capitalismo non c’è stata e non ci sarà. Ma questo non fa venir meno la sua analisi scientifica, dalla quale possiamo ricavare la previsione che si esce da una crisi solo con un nuovo ciclo del capitale, rivitalizzando, insomma, ancora una volta il capitalismo. Nessuna rivoluzione comunista all’orizzonte, ma una continua rivoluzione del capitale. Spogliato dall’ideologia dei “sinistrati” questo è il lascito di Marx.

Articolo di Paolo Becchi su Libero di oggi (su LiberoPensiero).