//In Senato Dem e pentastellati non avrebbero numeri sicuri (di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero)

In Senato Dem e pentastellati non avrebbero numeri sicuri (di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero)

Articolo a firma di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di oggi, 27 aprile 2018 (dalla prima pagina):

«Ma ‘ndo vai se la banana non ce l’hai» cantavano Alberto Sordi e Monica Vitti. Stessa musica dovrebbe intonare oggi Di Maio sostituendo la «banana» con la parola «numeri». Infatti un eventuale governo tra M5S e Pd rischierebbe di non avere i numeri al Senato, dove la maggioranza assoluta si raggiunge a quota 161.

Nei giorni scorsi, fallito il tentativo della presidente Casellati di individuare le condizioni per la formazione di un governo Centrodestra-M5S, il capo dello Stato ha conferito al presidente Fico un incarico esplorativo simmetrico per comprendere se vi sono invece le condizioni per una maggioranza M5S-Pd.

Già martedì Maurizio Martina, segretario reggente dei Dem, ha aperto ad un governo insieme ai pentastellati, ma poco dopo si è scatenato sui social l’hashtag #senzadime lanciato da parecchi parlamentari Pd che hanno confermato la loro totale indisponibilità ad avallare un «contratto di governo» coi 5Stelle. I nomi sono altisonanti e tutti renziani, da Anna Ascani a Ivan Scalfarotto tanto per citarne due, ma anche il presidente del partito Orfini si è detto contrario. In effetti se il Pd accettasse la proposta di Di Maio firmerebbe la sua condanna a morte, e Renzi lo ha capito. Diciamolo con chiarezza: chi vuole l’accordo nel Pd col M5S sta lavorando, senza saperlo, per la sua estinzione. Renzi riuscirà comunque a salvare il partito e far fallire l’accordo, facendo ricadere la colpa del fallimento sul Movimento 5 stelle. L’impresa non è molto difficile; basta mettere in discussione il posto di Luigi Di Maio a Palazzo Chigi e tutto crolla.

CONTI ALLA MANO

Ma vediamoli questi numeri. Il gruppo parlamentare dei 5Stelle a Palazzo Madama conta 109 senatori, 52 quello dei Dem. Totale 161. Ma nelle aule parlamentari non ci sono solo i numeri, c’è anche e soprattutto la politica. I «renziani» non ci stanno, anche se Renzi ha preferito per il momento – giustamente – non parlare. Ma il silenzio a volte tuona più di mille parole. I senatori fedelissimi dell’ex segretario sono non meno di 31 su 52, quindi quelli disposti – in teoria – a votare la fiducia ad un governo M5S-Pd sarebbero al massimo 21. E siamo quindi a quota 130, cioè 21 senatori «non renziani» e 109 grillini. La meta è davvero lontana. Ammettiamo pure che tutto il Gruppo Misto (12 senatori) e l’intero Gruppo per le Autonomie (8 membri) votino la fiducia senza che nessuno si tiri indietro (vogliamo proprio vederli i sud-tirolesi votare la fiducia sul reddito di cittadinanza), si arriva a quota 150, ai quali aggiungiamo d’ufficio i restanti due senatori a vita non iscritti ai gruppi di cui sopra, raggiungendo così quota 152, sempre ammesso che Napolitano guarisca presto e che Monti voti col sorriso sulle labbra tutto quello che gli proporranno la Taverna e Toninelli. Senza contare poi l’assidua e costante presenza in Senato di Carlo Rubbia e Renzo Piano, più facile da vedersi in televisione che a Palazzo Madama.

COSA FA IL COLLE

Se quindi tutti fossero fulminati sulla via di Luigi da Pomigliano, mancherebbero comunque 9 voti per la soglia minima di sopravvivenza. In queste condizioni pare molto difficile che Mattarella decida di seguire questo percorso. Prenderà tempo, aspettando almeno i risultati della direzione del Pd. E forse anche un sondaggio in rete (da brividi, se non interviene a sostegno l’Elevato di Sant’llario) tra gli iscritti del M5S. Tutto ciò va benissimo a Salvini, che può tranquillamente aspettare i risultati del Friuli Venezia Giulia per tornare in gioco. Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare.

Articolo a firma di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di oggi, 27 aprile 2018.