//Un governo M5S-Pd sarebbe conforme alla Costituzione? (di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero)

Un governo M5S-Pd sarebbe conforme alla Costituzione? (di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero)

Articolo di Giuseppe Palma e Paolo Becchi su Libero dell’11 aprile 2018:

Di Maio ha aperto ad un eventuale governo M5S-Pd-LeU, un governo che escluderebbe la coalizione che ha avuto più voti. Tutto corretto, ci siamo chiesti, dal punto di vista costituzionale? Da un punto di vista strettamente formale è sufficiente al governo la maggioranza parlamentare per avere la fiducia. Eppure non è affatto vero che una volta costituitisi i gruppi parlamentari, questi siano semplici pedine da muovere senza alcun criterio su una scacchiera a piacimento di questo gruppo piuttosto che di un altro. La Costituzione non riduce la formazione del governo a meri calcoli aritmetici. Se così fosse sarebbe stato sufficiente un regolamento di condominio.

La Costituzione non cita né le liste singole né le coalizioni tra liste, lasciando al Parlamento la piena libertà di legiferare in materia elettorale sulla base del “principio democratico” (art. 1) del voto personale, eguale, libero, segreto (art. 48) e diretto (artt. 56 e 58). Null’altro è previsto, se non i meccanismi generali per la formazione del governo: il Presidente della Repubblica che nomina il Presidente del Consiglio dei ministri (art. 92) e la necessità che il governo ottenga la fiducia da parte di entrambi i rami del Parlamento (art. 94).

Occorre rispettare anzitutto il “principio democratico”, il quale – tra i suoi molteplici significati – implica che chi ottiene più voti abbia quantomeno il diritto di partecipare alla formazione del governo. Nulla c’entrano le argomentazioni sulla forma di governo parlamentare che riducono il tutto a calcoli matematici, sommando e sottraendo i componenti di questo o di quel gruppo parlamentare per giungere al voto di fiducia. Non si può prescindere dal “principio democratico”.

Ci troviamo dunque di fronte ad un bilanciamento di valori ed interessi di natura costituzionale: da un lato la facoltà del Presidente della Repubblica di nominare Presidente del Consiglio dei ministri chi gli pare, dall’altro il “principio democratico” che include i valori tipici della democrazia, uno su tutti quello che chi ottiene più voti dà le carte. Se non si rispettasse il “principio democratico”, servirebbe a poco andare a votare. Alle elezioni del 4 marzo gli elettori si sono recati alle urne esprimendo il proprio voto sulla base dell’ultima legge elettorale, il Rosatellum, che prevedeva l’esistenza di coalizioni tra liste. Con la particolarità che ciascuna coalizione esprimeva di comune accordo tutti i candidati dei 232 collegi uninominali, risultando eletti quelli con più consensi sulla base di tutti i voti ottenuti da ciascuna singola lista della coalizione. Questo conferma che, nell’analisi dei risultati elettorali, non è possibile prescindere dal risultato ottenuto dalle coalizioni. Il centrodestra, composto da quattro liste, ha ottenuto il 37% con la Lega come partito più votato. La coalizione di centrosinistra poco meno del 23%. Il M5S, presentatosi singolarmente, ha ottenuto il 32%. LeU il 3,5%.

Oggi Di Maio, che di fatto è arrivato secondo, sta dando le carte come se fosse arrivato primo. E vorrebbe fare il governo con Pd e LeU escludendo chi ha vinto le elezioni. Siamo proprio sicuri che un governo M5S-Pd sarebbe conforme al “principio democratico”? Noi no.

Articolo di Giuseppe Palma e Paolo Becchi su Libero dell’11 aprile 2018.