//Europa, fisco e profughi: l’intesa Centrodestra-M5S è possibile (di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero)

Europa, fisco e profughi: l’intesa Centrodestra-M5S è possibile (di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero)

Articolo di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di oggi, 03/04/2018 (a pagg. 4 e 5):

Il voto del 4 marzo ha consegnato il Paese – nella misura di quasi il 70% dei voti – nelle mani di Centrodestra e Cinquestelle. Questo è il dato da cui nessun futuro governo può prescindere. Farebbero bene quindi Salvini e Di Maio, che prima o poi si dovranno incontrare, a trovare un accordo di governo su alcuni punti in comune dei rispettivi programmi, smussandone gli angoli.

Del resto proprio Di Maio ha dichiarato che ora «la sfida più importante è quella di formare un governo rispettando la volontà popolare». E poiché né lui né Salvini in quanto leader del Centrodestra hanno la maggioranza assoluta in Parlamento, se si vuole rispettare la volontà popolare non resta che provare a verificare le basi di un possibile accordo. Vediamo su cosa si può creare una base condivisa per la formazione del governo.

I CONTI DI BRUXELLES

Partiamo dall’Europa. Il programma di Centrodestra prevede espressamente la «prevalenza della nostra Costituzione sul diritto comunitario, sul modello tedesco (recupero di sovranità)», quello del M5S nulla dice di specifico sul tema nei 20 punti del Manifesto elettorale di Pescara, ma qualcosa si trova nel programma ufficiale sul blog delle stelle. Nella parte relativa agli «Affari Costituzionali» si sostiene «l’abolizione della legge sul pareggio di bilancio e l’eliminazione del Fiscal Compact». Bene, il punto in comune è trovato: in linea generale entrambi vogliono il recupero di sovranità, che si può attuare sia attraverso l’abrogazione del vincolo del pareggio di bilancio sia attraverso una riforma dell’art. 117 della Costituzione – al quale il Centrodestra implicitamente fa riferimento in ordine al richiamato modello tedesco – che rimetta espressamente la Costituzione al di sopra dei Trattati europei.

Altro punto in comune è l’abolizione degli studi di settore e degli strumenti invasivi di accertamento fiscale, proposta presente in modo chiaro in entrambi i programmi. Può sembrare una cosa di importanza secondaria ma in realtà è uno degli aspetti fondamentali per far ripartire l’economia, così come la «no-tax-area» che i 5Stelle fissano a 10mila euro mentre il Centrodestra a 12mila. Differenza irrilevante. Totale sintonia anche in materia tributaria sull’«inversione dell’onere della prova» che deve tornare a carico dello Stato.

Possibile sarebbe anche l’individuazione di un compromesso sul tema dell’immigrazione. Il programma di Centrodestra prevede il «blocco degli sbarchi con respingimenti assistiti e stipula di trattati e accordi con i Paesi di origine dei migranti economici», mentre quello pentastellato la «cooperazione internazionale finalizzata anche alla stipula di trattati per i rimpatri». I punti in comune sono dunque due: i rimpatri e la stipula di accordi coi Paesi d’origine.

Identici gli obiettivi relativi alla tutela del risparmio. Sui «risarcimenti ai risparmiatori truffati» sono d’accordo entrambi, quindi nulla quaestio.

LEGGE FORNERO

C’è poi il nodo della Legge Fornero, ma anche qui Centrodestra e Cinque Stelle hanno una visione comune. Entrambi i programmi elettorali ne prevedono esplicitamente il «superamento». E non è cosa da poco.

Punti di contrasto sono invece il «reddito di cittadinanza» e la «flat-tax». Qui sembra che l’accordo sia difficile, ma noi crediamo che una soluzione si possa trovare. Il reddito di cittadinanza, che secondo il M5S ammonterebbe a 780 euro al mese per ciascun disoccupato, anziché essere elargito in cambio di nulla potrebbe essere collegato allo svolgimento di attività lavorative di pubblico servizio per mezza giornata, come ad esempio la manutenzione connessa ai servizi pubblici essenziali, attività di collaborazione amministrativa negli uffici pubblici con carenza d’organico, pulizia dei parchi etc., fino a quando non arriva una proposta di lavoro dignitosa con obbligo di accettazione della stessa non alla «terza chiamata» come previsto dai pentastellati bensì alla «seconda». Dall’altra parte la flat-tax potrebbe invece applicarsi nell’aliquota del 23% anziché del 15% come avanzato dalla Lega, oppure prevedere due aliquote come nella iniziale proposta berlusconiana della «rivoluzione liberale» del 1994, mai attuata. Soluzione quest’ultima che sarebbe conforme al dettato costituzionale sulla progressività dell’imposta. Insomma, se si vuole, la quadra la si trova. Noi crediamo che entrambe siano misure neo-liberali, ma comprendiamo che si tratta di cavalli di battaglia a cui Centrodestra e M5s non possono rinunciare.

FLAT TAX

Il problema del reddito di cittadinanza e della flat-tax è semmai quello delle coperture, visto che attuare le due proposte costerebbe tantissimo, e qui entra di nuovo in gioco il rapporto con l’Unione Europea. Il M5S, come strumento per finanziare le misure proposte nel programma, ha previsto nei 20 punti del Manifesto elettorale il ricorso alla spesa a deficit («più ricchezza grazie a maggiori investimenti in deficit»), mentre il programma di Centrodestra la «revisione dei Trattati europei» e un secco No sia «alle regolamentazioni eccessive che ostacolano lo sviluppo» che «alle politiche di austerità». La sintesi tra i due programmi si può trovare anche qui: finanziare il reddito di cittadinanza e la flat-tax attraverso il superamento del tetto del 3% del rapporto deficit/Pil, quindi ingaggiando un braccio di ferro con l’Ue in nome dell’interesse esclusivo della Nazione. Un governo forte di una maggioranza solida è in grado farlo.

Resta, infine, il problema dell’euro. I Cinquestelle proponevano in passato un referendum popolare sull’uscita, poi abbandonato nella stesura dei 20 punti, mentre il Centrodestra presenta nel suo programma l’introduzione dei «titoli di Stato di piccolo taglio» (i cosiddetti minibot) per il pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione (che tradotto significa ripristinare quantomeno parzialmente la sovranità monetaria). In presenza di volontà politica l’accordo sui minibot non è un ostacolo, anzi può rappresentare una soluzione per l’introduzione – dal punto di vista sostanziale – di una moneta nazionale parallela all’euro. Se il M5S non fosse d’accordo sui minibot, un’altra proposta sulla quale si potrebbe trovare l’accordo sono i certificati di credito fiscale (i cosiddetti Ccf), cioè integrazioni di reddito collegate al lavoro e non al pagamento dei debiti della Pa (sostanzialmente anch’essi una doppia moneta), soluzione che i 5Stelle avevano valutato qualche mese fa.

LA STAFFETTA

Su questi punti, e non sono pochi, si può davvero costruire una base politica programmatica per un’alleanza di governo che duri un’intera Legislatura. Il 4 marzo la volontà popolare si è espressa in modo inequivocabile bocciando le forze dell’establishment e premiando quelle antisistema. Sta adesso a chi ha vinto le elezioni trovare soluzioni politiche condivise per salvare la Nazione. L’idea, avanzata per la prima volta su questo giornale, e poi ripresa da diversi programmi televisivi, di una «staffetta» tra Salvini e Di Maio alla presidenza del Consiglio richiede certo una fiducia reciproca, un patto tra gentiluomini di fronte agli italiani, ma potrebbe soddisfare le legittime aspirazioni di entrambi i contendenti.

Nessun governo, che sia rispettoso del voto popolare, può oggi escludere il Centrodestra o il M5s (e del resto il Pd, sin dall’inizio, si è collocato all’opposizione). Se non si trova un accordo meglio ritornare, in tempi ragionevoli, alle urne con un nuova legge elettorale. Ma se restiamo ai contenuti programmatici un accordo è possibile. E potrebbe essere decisivo per le sorti del Paese. Salvini sta mostrando in questa difficile fase politica buone capacità di mediazione e una grande disponibilità al confronto, speriamo che Di Maio sia in grado di fare altrettanto.

Articolo a firma di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di oggi, 03/04/2018 (a pagg. 4 e 5).