//I sacerdoti del “politicamente corretto” processerebbero pure Dante e Boccaccio (di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero)

I sacerdoti del “politicamente corretto” processerebbero pure Dante e Boccaccio (di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero)

Articolo a firma di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di oggi, 26 marzo 2018. L’edizione cartacea uscita in edicola riporta erroneamente solo il nome di Becchi, ma il pezzo è stato scritto a quattro mani, per cui si è posto rimedio alla foto tratta dal giornale.

Per via del “politicamente corretto” finiremo col censurare i Padri della nostra letteratura. Il più scorretto di tutti era proprio lui, il padre della lingua italiana, Dante Alighieri. Burbero di carattere e scontroso di temperamento, si fece cacciare da Firenze pur di non pagare una multa che gli avevano inflitto i nemici politici (i “guelfi neri” vincitori), finendo per essere condannato a morte in contumacia. Avuta la possibilità dopo qualche anno di rientrare nella sua città, si rifiutò per evitare di chinare il capo al cospetto dei suoi rivali. Ai giorni nostri sarebbe etichettato come evasore e corruttore. Nella Divina Commedia, poneva all’Inferno i traditori della Patria, immersi nel ghiaccio fino alla testa e con il viso rivolto verso l’alto. Freddi e spietati in vita a tal punto da tradire le persone legate da un vincolo di fiducia, Dante li fa sprofondare nel ghiaccio gelido provocato dalle ali di Lucifero.

Il traditore allora era Bocca degli Abati, un nobile fiorentino di fazione ghibellina vissuto nel tredicesimo secolo, al quale Alighieri rimprovera il tradimento nella battaglia di Montaperti del 1260: «malvagio traditor; ch’ala tua onta / io porterò di te vere novelle». Oggi, a partire da Napolitano i traditori sono così numerosi che bisognerebbe ristrutturare e ampliare il girone dantesco, anche a costo di rischiare l’abusivismo edilizio.

QUELL’USIGNOLO…

Boccaccio poi, neppure a parlarne. Col femminismo dilagante e le nuove teorie transgender, figuriamoci se sarà più consentito citare alcune novelle del Decamerone con fanciulle spontaneamente pronte a donarsi al volere del maschio: «Sù tosto, donna, lievati e vieni a vedere che tua figliuola è stata sì vaga dell’usignuolo, che ella l’ha preso e tienlosi in mano». Ce la vedete la Boldrini mentre legge il Decamerone con «l’usignolo in mano», no questo proprio è intollerabile. Eppure Giovanni Boccaccio è un altro Padre della narrativa italiana. Sarà vietato in futuro leggere le sue novelle perché “sessista”?

E che dire, facendo un bel balzo in avanti, di Ugo Foscolo? Il poeta “nazionalista” per eccellenza, che nell’appello al lettore dello Jacopo Ortis scriveva: «Il mio cadavere almeno non cadrà fra le braccia straniere». Dovrebbe forse essere bandito dai libri di scuola? L’amor patrio che scaturisce da una terzina del sonetto A Zacinto («Tu non altro che il canto avrai del figlio / o materna mia terra; a noi prescrisse / il fato illacrimata sepoltura») potrebbe ai giorni nostri apparire quasi come una citazione populista. Vietiamo anche i suoi scritti? Senza parlare poi di Leopardi, che nello Zibaldone si spinse addirittura a criticare l’estensione universale della cittadinanza: «Quando tutto il mondo fu cittadino Romano, Roma non ebbe più cittadini…».

IUS SOLI

Chi in epoca di ius soli e di ius culturae, sostenesse questa tesi sarebbe immediatamente accusato di xenofobia e razzismo.

E sull’Europa come nazione il Poeta di Recanati – sempre nello Zibaldone – è ancora più esplicito: «La patria moderna dev’essere abbastanza grande, ma non tanto che la comunione d’interessi non vi si possa trovare, come chi ci volesse dare per patria l’Europa. La propria nazione, coi suoi confini segnati dalla natura, è la società che ci conviene. E conchiudo che senza amor nazionale non si dà virtù grande». La grandezza della Patria è quella segnata dai confini ed è contraddistinta dall’amor nazionale, senza il quale la Patria non può esistere. Insomma, affanculo l’Europa, e no questo è peggio dell’”usignolo”. Leopardi finirebbe oggi al primo posto nella classifica dei “mostri” di Striscia la Notizia. Ma il livello più alto della censura del politicamente corretto si abbatterebbe per certo su Giovanni Berchet e sul suo Giuramento di Pontida, che ai nostri tempi potrebbe rievocare l’ampolla leghista.

Pur di non far spazio alle antiche – seppur ormai obsolete – visioni della Lega secessionista, potrebbero essere banditi versi come «Maledetto chi usurpa l’altrui / chi il suo dono si lascia rapir!». E per non offendere la matrona tedesca, che oggi domina l’Europa, come il Barbarossa dominava le nostre terre ottocento anni fa, si rischia di non studiare più. «Su! Nell’irto increscioso Alemanno / su, lombardi, puntate la spada: / fare vostra la vostra contrada / questa bella che il ciel vi sortì». Anche il richiamo di questi versi alle difesa della propria terra dal dominatore straniero potrebbe finire nel tritatutto del “politicamente corretto”. Tanti altri rischiano di finire tra le fauci censorie, compresi i contemporanei.

Uno su tutti Pier Paolo Pasolini, che già negli Anni Settanta si rese conto di come l’antifascismo in assenza di fascismo servisse solamente a distrarre il popolo dai problemi reali del Paese.

RETORICA ANTIFASCISTA

Scriveva Pasolini ad Alberto Moravia nel 1973: «Mi chiedo, caro Alberto, se questo antifascismo rabbioso che viene sfogato nelle piazze oggi a fascismo finito, non sia in fondo un’arma di distrazione che la classe dominante usa su studenti e lavoratori per vincolare il dissenso».

Frasi di una sorprendente attualità, se pensiamo all’uso della retorica antifascista in questa ultima campagna elettorale.

Rischiamo dunque di non leggere più neppure Pasolini? Il rischio c’è, anche perché le sue parole suonano oggi come un anatema contro una sinistra lontana dal popolo e arroccata su se stessa. Ma sì, aveva ragione Robert Hughes, anche per la letteratura vale in fondo ciò che vale per il tennis: potremmo purgare il tennis dei suoi sottintesi elitari. Come? Abolendo la rete. Potremmo purgare la letteratura dei suoi sottintesi politicamente scorretti. Come? Abolendo i suoi autori principali.

Articolo a firma di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero di oggi, 26 marzo 2018.