//Silvio, non fare adesso quel nome (di Giuseppe Palma e Paolo Becchi su Libero)

Silvio, non fare adesso quel nome (di Giuseppe Palma e Paolo Becchi su Libero)

Articolo di Giuseppe Palma e Paolo Becchi su Libero del 24/02/2018: “Chi entra Papa esce cardinale: meglio non parlare del futuro premier“.

«Chi entra Papa esce cardinale». In questi giorni in molti stanno tirando per la giacca Silvio Berlusconi chiedendogli il nome del presidente del Consiglio qualora il centrodestra vincesse e Forza Italia risultasse il primo partito della coalizione.

La Lega ha già indicato Matteo Salvini, così come Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, i cui nominativi sono scritti nei rispettivi simboli. Per Forza Italia la questione è più complessa. Silvio Berlusconi non è candidabile fino a tutto il 2019, quindi fino a quella data non solo non può essere eletto in Parlamento, ma non può neppure ricoprire l’incarico di ministro, salvo che nel frattempo non giunga una sentenza a lui favorevole da parte della Corte di Giustizia europea. Campa cavallo…

Eppure, nel simbolo di Forza Italia, che gli elettori troveranno il 4 marzo sulla scheda elettorale, ci sarà il nome di Silvio Berlusconi quale capo della forza politica. La legge elettorale lo consente. Questo vuol dire che spetta a lui indicare il nome del candidato premier per Forza Italia. Ora, a pochi giorni dal voto, alcuni chiedono a gran voce che Berlusconi faccia quel nome. Noi non siamo d’accordo. E vi spieghiamo il perché.

IL GARANTE

La legge elettorale vigente, a differenza del porcellum, non prevede alcun obbligo per coalizioni e liste di comunicare all’atto del deposito delle liste elettorali la persona indicata a ricoprire l’incarico di presidente del Consiglio. C’è solo un obbligo generico, per le liste e non per le coalizioni, di indicare ciascuna il capo della forza politica. Punto. Se Forza Italia diventerà la lista più votata della coalizione sarà lo stesso Berlusconi, in accordo con gli alleati, a fare il nome da indicare al capo dello Stato per il conferimento dell’incarico. La responsabilità politica sarebbe comunque del Cavaliere, così come eventualmente legittimata dal voto popolare.

Non comprendiamo quindi quali siano i motivi per cui Berlusconi dovrebbe fare adesso quel nome. A chi gioverebbe? Non agli alleati, che proverebbero imbarazzo a confermare o a smentire quel nome, tanto più che Salvini è pienamente in corsa per ottenere l’incarico di formare il nuovo governo, quindi il problema nemmeno si porrebbe se la Lega prendesse più voti di Forza Italia. Del resto il Cavaliere di nomi finora ne ha già fatti tanti: da Draghi a Tajani, da Gallitelli a Marchionne. Se in politica vuoi bruciare qualcuno, fai subito il suo nome e l’effetto sarà immediato. È davvero inutile bruciarne altri ad un tiro di schioppo dalla data delle elezioni.

Qualcuno potrebbe tuttavia osservare che se il nome del candidato che ha in mente Berlusconi fosse condiviso con gli alleati prima delle elezioni, ciò rafforzerebbe la coalizione. Il fatto che non lo faccia significa quindi che l’accordo non c’è, a scapito della tenuta della coalizione? Crediamo proprio di no. Il nome del papabile di Forza Italia andava eventualmente fatto poco dopo lo scioglimento delle Camere in modo da preparare – anche con lui – il programma comune della coalizione. A fine campagna elettorale non serve più. È Berlusconi il garante di quel nome, in quanto è lui che ha firmato il programma comune. Chi chiede oggi quel nominativo, a pochi giorni dall’apertura delle urne, lo fa solo permettere in difficoltà Berlusconi.

MINISTRI FANTASMA

Chiunque sia, a condizione che Forza Italia prenda più voti della Lega, sarà il Cavaliere a dover garantire il rispetto del programma e non la persona da lui eventualmente indicata. Il popolo di Forza Italia apporrà la croce su un simbolo che contiene espressamente il suo nominativo.

Mercoledì Di Maio, candidato premier del suo partito presenterà, a quattro giorni dal voto, la sua lista dei ministri. Una trovata pubblicitaria. Come si fa a presentare una lista di nomi ministri se non si sa ancora come andranno le elezioni? Tanto più che nel caso in cui il centrodestra non ottenesse la maggioranza assoluta dei seggi e il capo dello Stato conferisse l’incarico al leader del primo partito (che con ogni probabilità sarà il M5S), Di Maio dovrà andarsi a cercare la maggioranza in Parlamento, e ottenere l’appoggio di LeU, Pd e, forse, persino di Potere al popolo. È chiaro dunque che di quei ministri che Di Maio presenterà mercoledì ne rimarranno ben pochi, a meno che non indichi sin d’ora nomi che tanto piacciono al centrosinistra, tipo qualche banchiere o addirittura Romano Prodi all’economia.

Insomma, invece di parlare ora del prossimo governo, non lasciamo che il popolo sovrano si esprima liberamente. Siamo pur sempre ancora una repubblica parlamentare, o no?

Articolo di Giuseppe Palma e Paolo Becchi su Libero del 24/02/2018