//La farsa dei collegi plurinominali. Saranno eletti solo i candidati scelti dai partiti (di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero)

La farsa dei collegi plurinominali. Saranno eletti solo i candidati scelti dai partiti (di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero)

Articolo di Giuseppe Palma e Paolo Becchi su Libero del 26/01/2018

Quasi i 2/3 dei nuovi deputati e senatori, vale a dire 386 alla Camera e 193 al Senato, saranno eletti col sistema proporzionale rispettivamente in 63 e 33 collegi plurinominali.

La loro elezione avverrà in proporzione ai voti ottenuti da ciascuna lista, tenuto conto della soglia di sbarramento del 3% su scala nazionale. I nomi dei candidati saranno espressamente indicati sulla scheda elettorale (da un minimo di due ad un massimo di quattro per ciascuna lista e per ciascun collegio) ma l’elettore non potrà scegliere il candidato dal quale intende essere rappresentato in Parlamento. Questi deputati e senatori risulteranno infatti eletti in proporzione ai seggi attribuiti a ciascuna lista e in ordine decrescente a seconda di come saranno posizionati dalle segreterie di partito sulla scheda elettorale, quindi se scatta un seggio questo va attribuito automaticamente al cosiddetto capo-lista (cioè il nome indicato al primo posto), se ne scattano due sia al capolista che a quello posizionato al secondo posto e così via fino al quarto.

GIOCHI GIÀ FATTI

Ma i giochi in realtà sono già fatti dalle segreterie dei partiti. Consideriamo la Camera dei deputati, dove con la quota proporzionale si assegnano 386 seggi in 63 collegi plurinominali. Lasciando da parte le liste conforti connotazioni territoriali, quelle che hanno invece un consenso più o meno omogeneo in quasi tutto il Paese (si pensi ad esempio al Pd, a Forza Italia e al Movimento 5 Stelle) eleggeranno non più di due candidati per ciascun collegio, salvo qualche rara eccezione. Il perché è presto dimostrato. Prendiamo come esempio il Partito Democratico che nei sondaggi è dato attualmente al 22-23% dei voti a livello nazionale, vale a dire una novantina di seggi che scattano dai collegi plurinominali, che sono – lo ripetiamo – 63. Ferma restando l’affermazione più cospicua nelle cosiddette Regioni Rosse, limitiamoci ad un esempio di scuola: circa 90 deputati (cioè il 22-23% di 386) eletti in 63 collegi plurinominali significa che risulteranno eletti soltanto quelli posizionati al primo posto della lista, mentre i restanti verranno cooptati dal secondo posto (nemmeno tutti, visto che ne resterebbero fuori poco meno di una quarantina). Non risulteranno invece eletti – fatta salva qualche eccezione – quelli posizionati al terzo e al quarto posto, anche se l’elettore dovesse votare la lista per eleggere proprio uno di questi.

PARTITI MINORI

Tale meccanismo diventa ancor più restrittivo per i partiti minori. Si prenda ad esempio una lista che alla Camera supererà di poco la soglia di sbarramento del 3%, aggiudicandosi circa 13 seggi in 63 collegi plurinominali. In pratica risulteranno eletti solo una minima parte di coloro che il partito ha posizionato ai primi posti in quei collegi in cui la lista ha ottenuto percentuali di voto più alte, in misura di essere eletti. È questo il voto libero e diretto di cui parla la Costituzione?

L’incoerenza più grande la dimostra il M5s. Nato proprio per contrastare la “casta” ora ne è diventato parte integrante. Tutti i “big” da Di Maio a Crimi (con consorte annessa?) risultano capilista nei collegi plurinominali.

Eppure la Corte costituzionale, con sentenza n. 1/2014, aveva dichiarato l’incostituzionalità del porcellum anche nella parte in cui questo non prevedeva la facoltà per l’elettore di esprimere le preferenze per i candidati. Invece di trovare la propria legittimazione nella libera e diretta espressione del voto da parte del popolo sovrano, la politica ha – ancora una volta – messo in campo tutti gli strumenti per difendersi dal popolo. E poi ci lamentiamo se l’astensionismo dilaga…

Ps. Qualcuno dirà che le preferenze non ci sono neppure nel proporzionale alla tedesca, ma in Germania è prevista la facoltà per l’elettore di esprimere il voto disgiunto, cosa che il Rosatellum vieta prevedendo l’estensione automatica del voto dai collegi plurinominali a quelli uninominali e viceversa. Non è un dettaglio da poco.

Articolo di Giuseppe Palma e Paolo Becchi su Libero del 26/01/2018