//Lettera al Re (di Giuseppe PALMA)

Lettera al Re (di Giuseppe PALMA)

Pochi giorni fa tornavano in Italia, settant’anni dopo la morte, le spoglie di re Vittorio Emanuele III, sovrano d’Italia dal 1900 al 1946, quando abdico’ in favore di suo figlio Umberto II, ultimo re d’Italia. Preso dall’insonnia, ho deciso di scrivere questa lettera del tutto surreale proprio a Vittorio Emanuele III, tornato sul suolo della Patria dopo oltre settant’anni.

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Maestà,

non posso essere, così su due piedi, felice di riavervi in Italia. Certo, Voi avete regnato su questa Nazione per quasi mezzo secolo in un passato non poi così tanto lontano da noi, ma non possiamo dimenticare l’indegno comportamento che aveste l’8 settembre 1943 quando, insieme al capo del governo Badoglio, i ministri e l’intero stato maggiore scappavate a Pescara, e poi a Brindisi, lasciando i nostri soldati senza ordini e Roma in balìa dei tedeschi. Dovevate restare e morire sulle barricate di Porta San Paolo, se fosse stato necessario. E invece siete fuggito.
Così come non possiamo dimenticare la firma sulle leggi razziali nel 1938. Un atto di cui la Vostra famiglia ancora oggi ne porta il disonore.
E da meridionale non posso dimenticare neppure ciò che Vostro nonno consentì di fare ai danni del Regno delle Due Sicilie, una razzia ed una devastazione degna dei peggiori killer. Senza parlare poi del fenomeno del brigantaggio; poveri contadini massacrati per il sol fatto di aver difeso la loro terra e il loro re, Francesco II di Borbone, al quale Vostro nonno usurpo’ il trono.

Ma questa è storia. E tale resta. Dopo 70 anni dalla Vostra morte noi contemporanei non possiamo permetterci l’arroganza di prendercela addirittura con la storia.

Per questo credo che, qualunque nefandezza abbiate commesso, non possiamo portarVi né odio né rancore. Del resto, non possiamo neppure dimenticare le glorie del Piave e di Vittorio Veneto, dove aveste un ruolo decisivo nella difesa della dignità della Nazione.

Sarà forse per i ricordi del Piave, Maestà, ma quando Vi ho visto tornare sul suolo della Patria ho avvertito anche un particolare senso di serenità. Sapeste cos’è diventato questo Paese. Non siamo più sovrani né sulle leggi né sulla moneta, e tanto meno sulla politica economica. Chi ci ha governati negli ultimi venticinque anni ha ceduto la nostra sovranità ad un organismo sovranazionale (profondamente antidemocratico) chiamato “Unione europea”. E siamo di nuovo schiavi dei tedeschi, che ci impongono di rispettare regole assurde senza alcuna possibilità di reagire perché altrimenti l’Unione europea ci sostituisce i governi democraticamente eletti con banchieri o personaggi similari. Non possiamo spendere neppure due soldi per i nostri terremotati se prima non ce lo consente la Commissione europea, un organismo non eletto da nessuno ma che governa su circa quattrocento milioni di persone.
Siamo passati dalla Lira all’euro, che però non è una moneta ma un sistema di governo che consente ai banchieri e all’alta finanza di smantellare salari e diritti fondamentali attraverso politici assoldati, eletti con leggi elettorali contrarie ad ogni principio democratico.

Io non sono affatto un simpatizzante della monarchia, e mi batto con tutto me stesso per difendere la nostra Costituzione repubblicana, promulgata guarda caso il giorno prima della Vostra morte. Ma per come è ridotta la nostra bella Patria, con la sovranità gettata nel fango, la Repubblica nata il 2 giugno 1946 non solo è morta, ma ha deviato il percorso che conduceva al raggiungimento dei suoi scopi. Non per sua colpa, intendiamoci, ma per responsabilità di alcuni criminali che hanno preso la sovranità dello Stato e l’hanno consegnata ai mercati finanziari e al capitale internazionale.

Purtroppo Vostro nipote è totalmente inadatto a fare il re. E suo figlio ancor meno. Altrimenti questo sarebbe il momento giusto per riscattare, con un atto d’orgoglio, la sovranità del Paese sul quale avete regnato per quasi cinquant’anni.

Io sono, tra i cittadini italiani, uno di quelli che più ama la Costituzione del 1948. Non sono quindi sospettabile di simpatie monarchiche, e, semmai lo fossi, sarei portato a simpatizzare per i Borbone e non per i Savoia. Ma se per resuscitare la mia amata Costituzione ci fosse bisogno – scherzo del destino – proprio di un re, allora il Vostro ritorno, seppur simbolico e da morto, potrebbe essere quantomeno di buon auspicio. Mi sbaglierò, ma il Vostro rientro in Patria sembra riconsegnare al Paese un pezzo di sovranità nazionale.

In ogni caso, Dio salvi l’Italia!

Giuseppe PALMA