//Dio ci salvi da Saviano e da Gomorra (di Ilaria Bifarini)

Dio ci salvi da Saviano e da Gomorra (di Ilaria Bifarini)

Accolgo volentieri un articolo dell’amica ed economista Ilaria BIFARINI già pubblicato sul suo blog: http://ilariabifarini.com/dio-ci-salvi-da-saviano-e-da-gomorra/

“Dio ci salvi da Saviano e da Gomorra”

(di Ilaria Bifarini)

E anche quest’anno siamo sopravvissuti alla serie televisiva ispirata all’opera di Saviano, che mette in scena le nefandezze della criminalità organizzata campana come fosse uno spettacolo teatrale, con tanto di pathos e musiche febbrili di sottofondo. Gomorra, arrivata alla sua terza edizione, non ha deluso le attese televisive, registrando ascolti record per oltre un milione di spettatori.

Ma qual è il segreto del suo successo? Come può la rappresentazione romanzata di uno spaccato sociale di miseria e degrado morale e materiale essere così appassionante per lo spettatore?

Il format non è affatto mediocre, ma rivela una grande abilità da parte della regia e della produzione nel cogliere le aspettative e il desiderio di immedesimazione da parte del pubblico. I protagonisti, Ciro e Genny, sono due eroi moderni, sopravvissuti a drammi familiari degni delle migliori tragedie greche, in cui i figli uccidono i padri -ma battezzano a loro volta il proprio figlio col nome del nonno assassinato- e i mariti uccidono le mogli che amano, in nome di un amore superiore e trascendentale. Il controllo del territorio, il rispetto da parte della propria gente, il potere rappresentano il daimon che muove questi personaggi, che parlano poco – in modo incomprensibile- ma hanno sguardi e movenze pregne di apparenti passioni, proprie di uomini e donne segnati dalla vita, guidati quasi da una mistica superiore. A guidare le loro azioni –traffico di droga, truffe, omicidi, tradimenti e quanto altro- è la voglia di riscatto sociale dalle proprie origini, dalle condizioni di povertà e dalle umiliazioni subite nel loro passato. Ora vogliono diventare i più forti, essere loro quelli che comandano e un filo conduttore li avvicina tutti, rendendoli “fratelli”: l’ambizione e la vogli di crescere. Una crescita nella scala gerarchica della criminalità, per la quale occorre essere spietati e mettere da parte i propri affetti e sentimenti, pronti a perdere tutto e tutti, anche la stessa famiglia, di cui l’etica della criminalità organizzata si fa da sempre paladina, e gli inseparabili amici di strada e di vita, che da un momento all’altro possono diventare i propri carnefici.

 

La cornice del film è quella del degrado urbano e popolare di una Napoli reale, e gli attori rappresentano perfettamente l’umanità della criminalità organizzata – si dice che tra le comparse siano stati arruolati camorristi veri- ma la sceneggiatura è così sapiente che lo spettatore entra talmente in sintonia con i protagonisti da immedesimarsi nei loro dolori, nei desideri di vendetta e di riscatto. Esattamente come nella cinematografia americana che si è affermata nel dopoguerra, in cui gli Stati Uniti attraverso eroi alla Rocky e Karate Kid affermavano e veicolavano i loro valori ritenuti universali, così Gomorra –e con essa tante altre serie in voga sullo stesso tema- porta in scena l’eroe individuale, il “self made man” all’italiana, o meglio alla partenopea. Inutile dire che dietro questa rappresentazione c’è la demolizione dello Stato e delle istituzioni -semmai ce ne fosse bisogno- ma è utile riflettere sul messaggio subliminalmente diseducativo che ne deriva.

Se è vero che la serie denuncia le barbarie della camorra senza fare nessuno sconto, il forte ascendente e la carica di empatia esercitata dai protagonisti realizza un processo di transfert per cui lo spettatore vive le emozioni reali del personaggio e trascende dal contesto, mettendo da parte, o quantomeno sospendendo, la condanna sociale verso l’esecrabile fenomeno portato in scena.

Per chi crede che sia dietrologia o pure elucubrazioni mentali su una serie divertente e ben fatta, un dato su tutti: a Napoli sono aumentate le cosiddette “stese”, ossia gli atti intimidatori e le sparatorie compiute da ragazzini minorenne in motorino per marcare il territorio, così come fa il gruppo di Sangue Blu in Gomorra. Lo stesso sindaco di Napoli De Magistris si mostra preoccupato per il successo della serie e i possibili atti emulativi da parte dei giovanissimi.

di Ilaria BIFARINI