//Di Maio parla di legge elettorale ma è chiaro che non la conosce (di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero)

Di Maio parla di legge elettorale ma è chiaro che non la conosce (di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero)

Articolo di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero dell’11 dicembre 2017 dal titolo: “Di Maio parla di legge elettorale ma è chiaro che non la conosce“:

In un articolo pubblicato sul blog di partito il 10 dicembre, intitolato “Il governo del Movimento 5 Stelle si può fare: lo dicono i numeri”, Luigi Di Maio scrive una serie di frottole che dimostrano come non conosca né la nuova legge elettorale né tanto meno la Costituzione.

Scrive il candidato premier: «La coalizione di centrodestra finge di stare insieme ma la sera delle elezioni, quando avrà realizzato di non aver raggiunto il 51%, si sfalderà […]». Ma quale 51%? Per vincere le prossime elezioni politiche, ed ottenere la maggioranza assoluta dei seggi, sarà sufficiente che una qualsiasi lista o coalizione di liste raggiunga all’incirca il 40% dei voti nei collegi plurinominali. Attraverso il cosiddetto “effetto-traino” dovuto all’assenza del voto disgiunto, il 40% ottenuto nei collegi plurinominali si riverserà interamente nei collegi uninominali, dove ottengono seggi i candidati che prendono anche un solo voto in più degli altri. Chi otterrà il 40% dei voti nei collegi plurinominali, si aggiudicherà circa il 70% dei seggi attribuiti dai collegi uninominali. In totale, prendendo ad esempio la Camera, si tratta di non meno di 316 seggi, ai quali vanno aggiunti quelli eletti all’estero (pochi), ma soprattutto alcuni seggi da attribuirsi nei collegi uninominali delle cosiddette “Regioni rosse” che non andranno più al Pd per via della spaccatura a sinistra. A questi occorre poi aggiungere un ulteriore residuo di scranni assegnati per via di quelle liste che si presenteranno da sole (non in coalizione) e che non raggiungeranno la soglia del 3% su base nazionale, i cui voti verranno distribuiti pro-quota alle liste oltre-soglia. Quindi, verosimilmente, chi otterrà il 40% dei voti nei collegi plurinominali potrebbe vedersi assegnare non meno di 328 seggi, ben oltre la quota minima di 316 seggi perché si possa parlare di maggioranza assoluta.

Scrive ancora Di Maio: «Ed ecco che cosa faremo la sera delle elezioni: chiederemo subito un incarico di governo. Se mi sarà affidato – e noi siamo la prima forza politica del Paese, e quindi vogliamo questo incarico – da Presidente del Consiglio incaricato avvierò le consultazioni con tutte le forze politiche dell’emiciclo parlamentare (…)».

Ovviamente Di Maio può chiedere qualsiasi cosa, ma con il sistema misto delineato dal Rosatellum, non è affatto vero che il Presidente della Repubblica debba conferire l’incarico alla singola lista che arriva prima. Anzi è molto probabile che l’incarico venga affidato alla persona indicata dalla coalizione che si avvicinerà, o dovesse addirittura raggiungere, la maggioranza assoluta dei seggi.

E nulla c’entra la Repubblica parlamentare con la necessità di tener conto del partito che ha ottenuto più voti. La nuova legge elettorale non è una legge proporzionale. Per poco più di un terzo è maggioritaria a collegi uninominali e per poco meno di due terzi proporzionale a collegi plurinominali, ma, vista l’assenza di voto disgiunto e l’automaticità dell’estensione del voto dall’uninominale al proporzionale e viceversa, si tratta di un “maggioritario nascosto”, anche per via della possibilità di formare le coalizioni tra liste. Ciò porterà il Presidente della Repubblica a conferire l’incarico alla persona indicata dalla coalizione di liste che raggiungerà, o si avvicinerà, ai 316 seggi.

Il fatto che il Capo dello Stato debba necessariamente conferire l’incarico alla persona indicata dalla singola lista più votata è una barzelletta che non fa neppure ridere. Il Presidente si limita a conferire l’incarico alla persona che – secondo le valutazioni svolte dopo le consultazioni presidenziali – ha maggiori probabilità di ottenere la fiducia in Parlamento.

Ma la cosa che più ci meraviglia è che è proprio lo stesso Di Maio a darci ragione quando scrive: «(…) è un voto nazionale, quindi noi a quel 40% ci possiamo arrivare. Se non dovessimo raggiungere il 40 e quindi non avere i numeri per governare da soli, allora vorrà dire che chiederemo la fiducia come vi ho detto a tutte le forze politiche (…)». Ma come? Per governare da soli al centrodestra servirebbe il 51%, mentre al M5s basterebbe il 40%? Stranezze a 5 stelle. Ma la cosa ancora più strana è che gli italiani continuino a credere in un partito privo di visione di cambiamento. O sono soltanto i sondaggi che ce lo vogliono far credere?

Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero dell’11 dicembre 2017