//Mentre i nostri ci hanno svenduti all’€uro, Trump porta a casa la più grande riforma fiscale in favore del ceto medio. Ecco perché ha potuto farlo (di Giuseppe PALMA)

Mentre i nostri ci hanno svenduti all’€uro, Trump porta a casa la più grande riforma fiscale in favore del ceto medio. Ecco perché ha potuto farlo (di Giuseppe PALMA)

E niente. Quando hai sovranità monetaria puoi fare quello che vuoi, compreso un indebitamento per circa 1.400 miliardi di dollari spalmati in dieci anni. Tanto – se sei sovrano sulla moneta, hai una Banca centrale che funge da prestatrice illimitata di ultima istanza e non hai firmato Trattati che prevedono vincoli capestro – puoi farlo.

Sto parlando degli Stati Uniti d’America e della riforma fiscale di iniziativa del presidente Donald Trump, la più grande riforma del fisco in favore del ceto medio che sia mai stata realizzata finora.

Dopo l’approvazione da parte della Camera dei rappresentanti, la riforma del presidente ha avuto il via libera anche dal Senato federale, dove il testo è stato approvato con 51 voti a favore e 49 contrari. La maggioranza repubblicana al Congresso ha quindi tenuto bene.

Visto che il testo approvato dalla Camera è stato minimamente ritoccato al Senato, si riunirà ora una Commissione di conciliazione composta da deputati e senatori che converranno su un testo comune da inviare al presidente per la promulgazione.

Insomma, Trump ce l’ha fatta. Entro un mese, due al massimo, la sua riforma potrà entrare in vigore.

Due i punti cardine della riforma:

1) la riduzione delle tasse sulle imprese dal 35% al 20%;

2) consistenti incentivi alle imprese che, avendo delocalizzato la produzione, decidano di tornare a produrre negli Stati Uniti.

Ciò determinerà principalmente maggiori investimenti da parte delle imprese, che troveranno enorme convenienza a produrre negli Usa e a non delocalizzare, assumendo personale statunitense. La crescita dell’occupazione, cioè la riduzione della domanda di lavoro, comporterà di conseguenza un aumento dei salari.

In pratica il peso della competitività è stato interamente scaricato ricorrendo alla leva fiscale, senza intaccare né il lavoro né i diritti ad esso connessi, tant’è che i salari aumenteranno e ciò non costituirà un freno alla competitività in quanto si è utilizzata per intero la leva fiscale.

Il ceto medio che ha votato Trump, consentendone l’elezione, può dirsi soddisfatto. In meno di un anno dal suo insediamento, The Donald ha mantenuto la sua promessa più ambiziosa.

La cosa che più mi rattrista è che l’Italia, avendo l’euro, non potrà mai adottare una riforma come quella americana. Ci siamo legati mani e piedi ad una moneta straniera non supportata nemmeno da una Banca centrale prestatrice di ultima istanza e a dei vincoli europei talmente forcaioli – vedesi ad esempio il pareggio di bilancio – che ci impongono di non poter spendere neppure una minima parte di quanto ha potuto spendere Trump.

In altre parole Trump ha applicato Keynes, che qui da noi è stato addirittura bandito per via costituzionale con l’inserimento in Costituzione del vincolo del pareggio di bilancio (Legge costituzionale n. 1/2012). Analizziamo la formula della Domanda Aggregata elaborata dall’economista britannico:

DA (Domanda Aggregata) = Consumi privati (C) + Investimenti privati (I) + Spesa pubblica (G) + Saldo commerciale netto, cioè esportazioni maggiori delle impostazioni (X = EX-IM).

X: per avere un saldo commerciale netto è ovvio che occorra esportare di più di quanto si importi, e quindi abbassare i prezzi delle merci da esportare (vi sarebbe anche la strada della riduzione delle importazioni attraverso la contrazione della domanda interna, ma è uno strumento in uso solo ai criminali di casa nostra). Con una riduzione della tassazione sulle imprese dal 35% al 20%, è ovvio che non c’è bisogno di scaricare il peso della competitività sui salari, avendo utilizzato in modo così massiccio la leva fiscale;

I:  una tale riduzione della tassazione sulle imprese, accompagnata dagli incentivi per quelle che ritorneranno a produrre negli Usa, produrrà un forte incremento degli Investimenti da parte delle aziende, le quali troveranno convenienza ad investire e a produrre in territorio americano;

G: la spesa pubblica (o governativa, come la chiamava Keynes) consiste nell’aver speso a deficit senza preoccuparsi né di parametri capestro né del debito pubblico (che in sostanza è la somma dei deficit annuali). Ben 1.400 miliardi di dollari in dieci anni, cioè circa 140 miliardi ogni anno. In Italia, “grazie” all’euro e ai Trattati europei, non possiamo spendere neppure 4 miliardi di euro per abbassare l’Iva di un punto percentuale.

C: la componente dei consumi registrerà sicuramente un segno + per effetto dell’aumento dell’occupazione e dei salari, oltre che da un aumento dell’offerta.

Con buona pace dei criminali €uristi di casa nostra.

Avv. Giuseppe PALMA