//La morte di Totò Riina e la sconfitta dello Stato (di Giuseppe PALMA)

La morte di Totò Riina e la sconfitta dello Stato (di Giuseppe PALMA)

Questo mio articolo scatenerà una tempesta. Ma non me ne frega assolutamente nulla. L’unica garanzia che posso dare ai miei lettori è l’onestà intellettuale.

All’età di 87 anni è morto il “Capo dei Capi”, il più sanguinario e crudele mafioso del secolo scorso.
A luglio i suoi avvocati avevano chiesto che potesse essere curato in ospedale e che quindi la pena potesse essere differita, seppur solo momentaneamente. Istanza respinta con la motivazione che l’ex boss era ancora il capo indiscusso di Cosa Nostra.
Un vegetale. Già, un vegetale che – secondo i magistrati – era ancora in grado di ordinare omicidi dal carcere anche solo attraverso uno sguardo. Ora Totò Riina è morto. Quindi a luglio i suoi avvocati avevano ragione.
Ma non è questo il punto.
Il “Capo dei Capi” era in carcere da circa 24 anni in regime di 41 bis (carcere duro). Se dopo un quarto di secolo in regime di isolamento – e di continua vigilanza – un detenuto è ancora considerato il capo di Cosa Nostra, e quindi in grado di poter dare degli ordini, allora le cose sono due: o il 41 bis non serve assolutamente a nulla, oppure lo Stato ha perso.
La differenza tra il singolo individuo e lo Stato è che il primo ha ragione di non perdonare e di desiderare la morte di un criminale, mentre lo Stato deve solo rendere giustizia, senza sentimenti, passioni o simpatie per fazioni di popolo.
Se lo Stato è più forte della mafia, allora è in grado di fare giustizia e di consentire, anche al peggiore dei criminali, di ritrovare un briciolo di dignità quantomeno nella morte. Se invece lo Stato ha paura di uno che è in regime di 41 bis da 24 anni e che nel corpo è un vegetale – o addirittura è morto – allora vuol dire che il vero sconfitto non è il mafioso, come nel caso di Riina, bensì lo Stato. E a vincere è la paura. E forse anche la mafia.
Questa è la Patria del grande Beccaria. Noi siamo la Nazione con la Costituzione più bella del mondo e con un codice di procedura penale da fare invidia all’intera civiltà occidentale.
Ma se di fronte ad un moribondo o ad un morto – anche se il peggiore tra i criminali -, lo Stato si comporta con paura, vuol dire che a vincere è il criminale, non lo Stato.
Ancor più discutibile è invece la posizione della Chiesa. Un funerale non si dovrebbe negare a nessuno, neppure al peggiore dei mafiosi. Altrimenti anche la Chiesa – che tutto dovrebbe perdonare in nome del Vangelo – finisce per essere sconfitta. E con essa la pietà cristiana.
Il sentimento popolare nei confronti di un assassino spinge il popolo a volerne la morte. E ciò è condivisibile. Anch’io vorrei la morte di quelli che entrano negli appartamenti e uccidono chi vi abita per rubarne il denaro, ma lo Stato non può nutrire sentimenti di vendetta come li potrei nutrire io. Lo Stato deve rendere giustizia, non vendetta.
E la Chiesa, dal canto suo, non può prescindere dalla pietas, cioè da quel sentimento universale che si deve tanto al morto – anche se mafioso – quanto alla sua famiglia.

Avv. Giuseppe PALMA