//Il codice anti-mafia è più mafioso della mafia (di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero)

Il codice anti-mafia è più mafioso della mafia (di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero)

Qui di seguito l’articolo a firma di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI su Libero del 7 ottobre 2017 sul codice anti-mafia, più mafioso della mafia!

Se in Grecia – Patria della democrazia – la democrazia è già morta e sepolta, in Italia – culla del diritto – ad essere morto è proprio il diritto. Ce n’eravamo accorti già nel 2012, quando il governo Monti inverti l’onere della prova nelle vertenze tributarie calpestando l’elementare principio costituzionale che la prova spetta sempre all’accusa e mai alla difesa, per poi – a fine legislatura – far approvare da un parlamento inetto e schiavo la famigerata legge Severino, che anche uno studente al primo anno di giurisprudenza comprenderebbe che è incostituzionale.

Passano gli anni ma la cultura giuridica del nostro Paese peggiora inesorabilmente. A pochi metri dalla fine di questa legislatura un Parlamento di abusivi approva infatti l’ennesima legge incostituzionale, il cosiddetto codice anti-mafia. Si tratta di una serie di norme che consentono alla magistratura di sottoporre a sequestro preventivo – sia in termini di misure personali che patrimoniali – anche i soli indiziati dei reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, associazione a delinquere finalizzata alla commissione di delitti contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione), terrorismo, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche e addirittura stalking.

In pratica la cultura giuridica che da Cicerone a Gaetano Filangieri ha dato lustro al nostro Paese per circa duemila anni, finisce per lasciare spazio all’abominevole cultura del sospetto. Ciò porta alla morte non solo del diritto, ma anche della democrazia. E il perché lo si può desumere con la logica. La magistratura politicizzata e a servizio della sovrastruttura europea, avrà in mano uno strumento molto efficace per impedire a leader politici scomodi di fare politica o di assumere determinate scelte politiche nell’interesse del Paese. Pensiamo a Berlusconi. Il Cavaliere negli ultimi ventitré anni ha subito centinaia di processi, ma nessuno – stante lo Stato di Diritto – ha potuto toccare il suo patrimonio. Gli hanno ristretto la libertà, ma nessun magistrato gli ha mai sequestrato i beni o i conti correnti. Non potevano farlo. Ma con il codice anti-mafia tutto cambia. Se domani Silvio Berlusconi decidesse, ad esempio, di allearsi con la Lega di Matteo Salvini e sottoscrivere un programma politico-elettorale che preveda il ripristino parziale della sovranità monetaria (si pensi ad esempio alla doppia moneta o ai minibot), ecco che la magistratura politicizzata – come sempre ha fatto nell’ultimo ventennio – potrebbe indagare Berlusconi o Salvini per corruzione e mettere sottosequestro i loro beni personali, esautorandone l’azione politica. Basterà solo un sospetto perché ciò avvenga, sarà infatti sufficiente che la persona sia semplicemente indagata, quindi senza neppure un elemento che possa elevarsi a rango di prova nel processo penale. Senza neppure aspettare una sentenza di primo grado. Assurdo, ma il codice Anti-mafia questo è.

La nostra preoccupazione è determinata anche da un’altra circostanza, dovuta all’approvazione da parte della Camera dei deputati di un ordine del giorno che impegna il Governo a valutare – dopo una prima fase di applicazione delle norme – la possibilità di rivedere l’equiparazione tra mafiosi e corrotti. Ciò consentirà alla sinistra – e più in generale all’establishment euro-globalista – di tenere sotto scacco Berlusconi fino alle prossime elezioni politiche e, se sarà il caso, anche oltre. Siamo dunque tornati alla cultura del sospetto di giacobina memoria? Crediamo proprio di sì. Piercamillo Davigo, che del giacobinismo ne porta la bandiera, nei giorni scorsi ha detto che «un politico deve essere prima onesto e poi bravo». Un’assurdità, a cui ci permettiamo di rispondere con una celebre frase di Benedetto Croce: «L’onestà politica non è altro che la capacità politica». E di capacità politica oggi in giro se ne vede ben poca.

Giuseppe PALMA, Paolo BECCHI su Libero del 7 ottobre 2017