RIPENSARE L’ECONOMIA (di Luigi PECCHIOLI)

Le dinamiche che si sono create all’interno dei Paesi europei, ma che si ritrovano anche nella maggior parte dei Paesi economicamente sviluppati, ovvero la corsa a migliorare la propria competitività attraverso riduzione della spesa pubblica, taglio dei salari, livelli di disoccupazione “naturali” anche a due cifre e perdita dei diritti sociali del lavoro, con parallelo aumento della disuguaglianza distributiva, il tutto mantenendo un mercato di piena concorrenza e libera circolazione di merci e capitali, ed il risultato di tali dinamiche, ossia l’impoverimento generale e la crescita stentata, basata principalmente sull’esportazione, quindi sull’accaparramento dei redditi altrui, all’interno pertanto di una logica economica che esporta disoccupazione e deflazione (un sistema definibile come “beggar-my-neighbour policy), dimostrano chiaramente che è tempo di concepire un altro modo di fare politica economica, che questo sistema liberista-liberoscambista non è efficiente in quanto non porta ad una crescita generalizzata del benessere mondiale, ma all’accentramento di ricchezze in mano a pochi.

Non solo non è efficiente, ma è intrinsecamente instabile e destinato ciclicamente a crollare, in quanto basa la crescita esclusivamente sul debito e sulla creazione di ricchezza finanziaria che si autoalimenta e che non circola nell’economia reale, eliminando quindi quel passaggio da risparmio ad investimento produttivo che è la base per una crescita reale e stabile. Oltre a ciò l’ideologia liberista vuole che il perimetro di intervento dello Stato sia il più ridotto possibile e quindi di fatto impedisce che le storture di questo sistema possano essere mitigate o corrette dall’intervento pubblico.

Il problema non è però solo economico, ma anche culturale: da molti anni ormai ci viene insegnato che solo la competizione fa emergere i migliori, che la libera concorrenza è il sistema più giusto e democratico per regolamentare il mercato e che con essa si ottengono i benefici della migliore allocazione dei risparmi: è ora che si mettano in discussione questi dogmi e che se ne portino alla luce i limiti e gli errori.

In effetti non è necessario inventare qualcosa di completamente nuovo da contrapporre all’attuale sistema economico: come ho dimostrato nel mio libro “La Costituzione economica. Un programma per ripartire” i nostri Costituenti avevano ben presente, avendolo vissuto personalmente, che un sistema liberoscambista, lasciato agire indisturbato, portava a deflazione, riduzione dei salari, aumento della disoccupazione ed in campo internazionale aumento delle tensioni fra Stati in competizione e che da tali conseguenze era nata sostanzialmente la seconda guerra mondiale. Essi pertanto, già nel 1947, mentre veniva discussa quello che avrebbe dovuto essere il modello economico di riferimento per gli anni a venire, erano decisi ad operare un superamento del liberismo fino ad allora imperante, attraverso precisi compiti di regolamentazione, controllo ed intervento diretto dello Stato nell’economia privata.

Il modello che abbiamo introiettato deve però essere combattuto nei suoi assunti, perché senza riuscire a confutare i dogmi liberisti, rischiamo di non liberarci del tutto dalla loro influenza nel momento in cui vogliamo rifondare il sistema economico e sociale: tale opera deve partire prima di tutto dal mettere in discussione la bontà della concorrenza come modello di sviluppo del mercato.

Innanzitutto definiamo cosa è e cosa comporta la concorrenza: essa è, in un mercato perfettamente libero, la possibilità di ogni produttore di entrare in quel mercato ed offrire le proprie merci in competizione di prezzo con tutte le altre simili. Poiché in un mercato perfettamente concorrenziale le differenze di qualità nel lungo periodo non sussistono, la differenza è data solo dal prezzo di offerta, per cui ogni operatore tende a portare il proprio prezzo al livello più basso possibile, ovvero a quel livello che copre il mero costo di produzione. Questa rincorsa ad offrire il prezzo minore si scontra però con il legittimo interesse del produttore a vedere remunerata la propria impresa, ovvero ad una quota di profitto: per ottenerla, senza perdere quote di mercato (in un mercato teoricamente perfetto, qualsiasi differenza di prezzo rispetto alla concorrenza porterebbe immediatamente alla perdita di tutta la propria quota di mercato, essendo la domanda infinitamente elastica al prezzo) ogni operatore deve quindi agire sui costi e sulla produttività dei fattori impiegati (capitale e lavoro) in maniera, nel breve periodo, di ottenere un vantaggio competitivo che gli permetta un guadagno a parità di prezzo; da qui la spinta a ridurre i salari, od a contrastare la loro crescita reale, lo sfruttamento dei lavoratori, attraverso la massima flessibilità, sia di orari che di consistenza numerica, in modo da non aver mai momenti di sottoutilizzo o eccesso di forza lavoro rispetto alla produzione attesa, da qui l’utilizzo di tecniche lavorative più efficienti, ma anche il peggioramento della qualità o della quantità utilizzata delle materie prime per risparmiare sul prodotto.

La concorrenza, in definitiva, solo raramente porta a miglioramenti nel ciclo produttivo dati dall’innovazione; più spesso, come si vede in pratica, essa provoca una spinta verso il basso della qualità del lavoro, dal punto di vista del lavoratore, della sua remunerazione, agganciata all’andamento del ciclo economico, ma sempre tendenzialmente minore della produttività da esso realizzata e, all’estremo, può portare a comportamenti elusivi o in violazione di norme (si pensi alle norme di sicurezza nei cantieri, troppe volte eluse o violate, o all’utilizzo del lavoro nero o del precariato, in tutte le sue forme). La concorrenza è pertanto una gabbia che invece di rendere libero l’imprenditore lo imprigiona entro parametri rigidi, pena la perdita del proprio mercato e l’espulsione da esso. Anche le forme di attacco al proprio concorrente, colpendolo attraverso la competizione sulle forniture o lo spionaggio industriale, o la distrazione di risorse umane sono una conseguenza della concorrenza, così come la protezione brevettuale e gli altri ostacoli alla circolazione della conoscenza.

La concorrenza è una guerra, una lotta di tutti contro tutti, che anche se rimane nell’ambito del lecito è purtuttavia una competizione feroce e continua, che, proprio per questo, non rende efficiente il sistema, poiché provoca un naturale accentramento di ricchezze in mano a chi riesce ad emergere, per spregiudicatezza o fortuna (per mera capacità è il racconto che ci viene fatto, la narrazione favolistica del “c’è chi ce la fa”, rari casi che non sono certamente il “quod plerumque accidit”, la regolarità del normale accadimento), in contrasto con quello sviluppo omogeneo della società che è alla base del nostro sistema politico costituzionale e, a dispetto delle premesse teoriche, non ottimizza le capacità di sviluppo dell’offerta.

A meno che infatti il mercato non smentisca se stesso e diventi solo un luogo di competizione di grandi agglomerati, la distribuzione atomistica che la teoria assume debba essere l’offerta in un regime di piena e libera concorrenza, non permette lo sviluppo di quei miglioramenti produttivi che solo la collaborazione può permettere, unendo le forze per uno scopo comune e mettendo così in sinergia le varie competenze e ricerche. L’esempio è quello dei distretti industriali degli anni ‘90: all’interno di essi infatti piccoli e piccolissimi produttori creavano delle situazioni per cui il know how circolava, le capacità lavorative tradizionali venivano condivise, con il risultato di una migliore e più efficiente produzione e persino con salari mediamente più alti di quelli di imprese simili non distrettualizzate[1].

Per aversi su larga scala un sistema collaborativo e non totalmente competitivo (è evidente che un certo grado di competizione non esasperata è uno stimolo ad intraprendere) non ci si può però affidare alla semplice volontà degli operatori, in quanto ci sarebbe sempre il pericolo che qualcuno cerchi un vantaggio competitivo sulle spalle degli altri, violando il patto collaborativo, come teoricamente dimostra il famoso “dilemma del prigioniero” nella teoria dei giochi; è pertanto necessario (e qui si torna a quanto sopra premesso) che vi sia un intervento super partes da parte dello Stato che non si limiti a garantire un fair game, ma intervenga per indirizzare e coordinare l’attività dei singoli, dando dei piani di sviluppo precisi e premiando la collaborazione, piuttosto che la competizione. Uno Stato che nel nome dell’interesse collettivo possa intervenire attivamente nel mercato, avocando a sé tutte quelle attività dove il diritto dei singoli prevale sulla ricerca del profitto del privato: la fornitura dei servizi essenziali, quali la sicurezza, la salute, la possibilità di avere e crescere una famiglia deve portare non solo a regole precise e cogenti, ma alla gestione diretta in alcuni casi e sempre quando si tratta di servizi resi in regime di monopolio naturale. L’interesse superiore alla salute deve ad esempio portare alla ricerca pubblica in campo medico-farmaceutico, togliendo alle case farmaceutiche il potere di gestire la realizzazione o meno di un farmaco, solo in base al profitto atteso.

Occorre ripensare un sistema economico che, senza arrivare al collettivismo di tipo sovietico, che deprimeva qualsiasi iniziativa privata, riporti in primo piano il benessere comune e una migliore redistribuzione della ricchezza prodotta, impedendo che si crei un’élite economica, che necessariamente diventa anche élite politica, direttamente o tramite cattura della classe politica, che imponga la competitività come valore per le classi ad essa subalterne, funzionale a tenerle relegate entro una specie di lotta continua fra poveri, lasciando a sé i benefici della collaborazione per il mantenimento delle ricchezze e del potere. E’ infatti questo il segreto che non deve essere rivelato alla massa: la concorrenza è il sistema propagandato come più sano, ma solo per il popolo, al quale viene fatto credere che attraverso essa si può emergere ed aspirare a diventare parte dell’élite (il merito come ascensore sociale, altra narrazione favolistica e mitologica), le classi superiori, il 10% che domina il mondo, non competono realmente, non sono in concorrenza, ma collaborano per il mantenimento dello status quo, attraverso organismi consultivi e decisori, come la Trilateral o il Bildemberg, non a caso resi esageratamente famigerati per poter con lo scherno nascondere il loro scopo reale di luoghi di concertazione e sviluppo strategico.

Solo liberandoci del dogma della concorrenza come motore di sviluppo e dei suoi corollari, la meritocrazia e la produttività, che sono ad essa agganciati e ne rendono compiuta la narrazione, potremo provare ad immaginare un mondo diverso, socialmente più giusto e tendente alla massimizzazione, non del profitto, ma della felicità, intesa come piena capacità di espressione del singolo in un contesto sociale armonico: questa è la sfida che ci attende, se non vogliamo andare verso quel medioevo tecnologico che le élite ci stanno preparando.

Luigi PECCHIOLI

[1]          Cfr. sul punto Giulio Cainelli “L’evoluzione dei distretti industriali in Italia” in Dynamis quaderni, Università di Bari e IDSE-CNR  Milano, 2002

 

 

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