//DALL’EURO SI PUO’ USCIRE. ANCHE ADESSO (di Giuseppe PALMA)

DALL’EURO SI PUO’ USCIRE. ANCHE ADESSO (di Giuseppe PALMA)

DALL’EURO SI PUO’ USCIRE. ANCHE ADESSO (di Giuseppe PALMA)

Va anzitutto scartata l’ipotesi referendaria. A parte l’impraticabilità giuridica di indire referendum abrogativi sulla moneta oltre a qualsiasi tipo di referendum consultivo (in quest’ultimo caso occorrerebbe una legge costituzionale ad hoc), dal punto di vista politico sarebbe un vero e proprio boomerang: sia perché durante la campagna elettorale, avendo come Paese perso sovranità monetaria, saremmo sotto continuo attacco dei mercati finanziari e della BCE, sia perché – a causa di tale offensiva – il popolo sarebbe spinto a votare in favore della permanenza nell’eurozona, legittimando così il crimine.

Dall’euro, se questo non implodesse prima, si esce con decreto legge facendo leva sui casi straordinari di necessità e d’urgenza di cui al secondo comma dell’art. 77 della Costituzione, che il Parlamento dovrebbe convertire in legge nei successivi sessanta giorni (anche se, in pratica, tale conversione sarebbe meglio se avvenisse nell’arco di brevissimo tempo). Con il decreto di uscita, oltre ad introdurre la nuova moneta nazionale (che potrà chiamarsi in qualsiasi modo, come ad esempio “Nuova Lira”), si dovrà provvedere sia a fissare il tasso di conversione “uno a uno” tra nuova moneta nazionale ed euro (il tasso di cambio verrà invece di volta in vota stabilito dal mercato), sia a convertire il nostro debito pubblico in Nuova Lira. A tal proposito occorre ricordare che il nostro debito pubblico, benché espresso in euro, è per circa il 96% del suo ammontare regolato ancora da giurisdizione nazionale.

Ciò premesso, nel caso in cui implodesse prima l’Eurozona, troverebbe applicazione l’art. 1277 del codice civile, quindi senza particolari problemi nell’attuazione pratica e nelle conseguenze. Se invece ad uscire fosse solo l’Italia (uscita unilaterale) troverebbe applicazione l’art. 1278 del codice civile, che è una iattura, infatti il peso della svalutazione della Nuova Lira inciderebbe negativamente sulla maggior parte dei rapporti di debito e credito fin lì contratti (come ad esempio sui mutui a tasso variabile, che vedrebbero un’impennata connessa alla svalutazione della moneta). Ma attenzione! E’ qui che entra in gioco il primo comma dell’art. 1281 del codice civile, il quale richiama il principio “lex specialis derogat generali” (“la norma speciale deroga quella generale”): cioè il Governo, con quello stesso decreto di uscita (o con decreto immediatamente successivo), dovrebbe necessariamente stabilire che i rapporti di debito e credito espressi in euro debbano essere disciplinati in nuova moneta nazionale al cambio previsto alla data di uscita (il changeover, cioè 1:1), e non a quella del termine di scadenza previsto per il pagamento (che includerebbe, appunto, la svalutazione della “Nuova Lira”). E questo il Governo non potrebbe non farlo, altrimenti provocherebbe un disastro per milioni di cittadini e imprese!

Tutto ciò rientra nel principio della “Lex Monetae”, ma in tv e sui giornaloni non se ne parla.

Giunti a questo punto, la “Nuova Lira” subirebbe una svalutazione di circa il 25-30% rispetto all’euro (cioè la stessa percentuale di svalutazione dell’euro sul dollaro avvenuta a causa del Quantitative Easing), e ciò sarebbe una manna dal cielo per le nostre esportazioni (soprattutto nei confronti del nostro maggior competitor continentale nell’export, che è la Germania), con positive ripercussioni sull’occupazione, che certamente aumenterebbe! Dal quel momento in poi, godendo nuovamente di sovranità monetaria, non saremmo più costretti a scaricare il peso della competitività sul lavoro, potendolo scaricare sulla moneta. A completamento, occorrerebbe inoltre debellare lo scellerato divorzio Tesoro-Banca d’Italia (avvenuto nel 1981), rendendo quest’ultima prestatrice di ultima istanza. Con buona pace dei mentitori seriali di regime.

 Avv. Giuseppe PALMA

mio articolo pubblicato su “Il Giornale d’Italia” il 13 gennaio 2017: